Un dono da Aci Reale a Ferdinando II di Borbone. Emanuele Grasso e l’invenzione dell’affresco portatile

ROMA – Esiste un metodo per affrescare su tela e tavola? E di che utilità sarebbe questa scoperta? Vi racconto la storia di un’invenzione caduta nel dimenticatoio e recuperata grazie ad un dialogo accademico tra tre siciliani – Emanuele Grasso, Agostino Gallo e Lionardo Vigo – conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Si tratta della Veduta della città d’Aci Reale (1837) della Reggia di Caserta, dedicata a Ferdinando II di Borbone da Emanuele Grasso, pittore siciliano e inventore del metodo di affrescare sopra tavola e tela.

Conosciamo prima i personaggi del dialogo.

Lionardo Vigo (Acireale, 1799 – 1879), marchese di Gallodoro, è stato uno dei maggiori studiosi delle tradizioni e dei costumi popolari siciliani. Rimasto orfano di madre a quattro anni, dai 9 ai 16 anni vive nei collegi di Acireale, Catania e Messina. Si laurea in giurisprudenza e sposa Carlotta Sweeny, di origini inglesi, che lo lascia vedovo e padre di una bambina dopo soli due anni di matrimonio. A lui si deve la ripresa dell’Accademia dei Zelanti di Acireale, fondata nel 1671. Durante i moti del 1848 è deputato alla Camera dei Comuni del Parlamento di Palermo, nato dopo l’insurrezione. Dopo la rivoluzione siciliana, si trasferisce ad Acireale, dove si dedica alla Raccolta di canti popolari siciliani (1875), mettendo in luce la grande varietà di dialetti siciliani. Si dedica anche alla cultura e all’istruzione, come Ispettore scolastico del Circondario di Acireale. Nel corso della sua vita mantiene una fitta corrispondenza con intellettuali italiani, tedeschi e francesi, tra cui Luigi Capuana e Giuseppe Pitré.

Nel 1835 Vigo, infervorato da alcune osservazioni scritte da Agostino Gallo sulle Effemeridi siciliane, tomo VII, fasc. 20, in qualità di segretario della classe di letteratura e belle arti dell’Accademia Palermitana, vorrebbe raggiungerlo nella sua casa di Palermo per spiegargli il nuovo metodo di affrescare su tela o tavola del pittore siciliano Emanuele Grasso. Non potendo farlo, immagina un dialogo tra con il pittore e Gallo per provare a convincere quest’ultimo a cambiare punto di vista.

Agostino Gallo (Palermo, 1790 – 1872) è critico d’arte e collezionista, formatosi con i pittori borbonici Giuseppe Velasco e Giuseppe Patania. Durante i primi anni della Restaurazione, partecipa a Napoli a un concorso per un posto di “addetto alla riforma delle leggi” ma, dopo tre anni di servizio, viene nominato Ufficiale per l’istruzione pubblica, le belle arti, la pubblica salute e la beneficenza e ammesso a tutte le feste della corte di Napoli e della luogotenenza di Sicilia. Nel 1839 rientra da Napoli a Palermo, dove istituisce le Scuole Elementari Comunali, secondo il nuovo metodo educativo già sperimentato a Napoli da Antonio Scoppa.

Nel 1843 fonda un circolo di siciliani illustri che si riunisce nella Chiesa di San Domenico a Palermo. Ad ogni artista Gallo offre un ritratto o un busto proveniente dalle sue collezioni, esposte in un museo di sei sale, il cui inventario è stato pubblicato da Raymondo Granata. Alla sua morte i suoi 152 ritratti di siciliani illustri moderni vengono donati alla Biblioteca Comunale, mentre i 105 dipinti antichi entrano nelle collezioni del Real Museo di Palermo. Socio di accademie e associazioni culturali italiane e straniere, Gallo è autore di diverse pubblicazioni periodiche: L’Ape. Gazzetta letteraria di Sicilia; il Giornale di scienze, lettere ed arti per la Sicilia; le Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia (1832-40); L’Indagatore siciliano. Molte sue opere ancora inedite si conservano alla Biblioteca comunale di Palermo insieme a scambi epistolari con molti letterati. La sua Storia delle arti in Sicilia dall’epoca greca al secolo XIX è stata pubblicata postuma a Palermo nel 1875.

Con il suo articolo, in realtà, Gallo dà alla scoperta di Grasso di un affresco su tela e tavola una risonanza addirittura europea. Se la scoperta fosse vera, garantirebbe durevolezza e freschezza dei colori e portabilità dei quadri. E per capire meglio, scrive una lettera all’Accademia di Copenaghen, perché gli risulta che un’invenzione simile sia stata già realizzata dal pittore di Wurtemberg e celebrata dall’Antologia di Firenze.

Gallo nutre molte perplessità rispetto all’invenzione di Emanuele Grasso. Ritiene infatti che dipingere a fresco significhi dipingere a colori o in chiaroscuro su intonaco ancora umido, preparato con colla, sabbia, polvere di marmo e mattone pesto. L’intonaco si attacca ai muri o alle volte e, una volta asciutto, tiene stabili e durevoli le tinte a patto che duri la fabbrica sottoposta.

Per dipingere ad affresco su tela o tavola, si colloca sul supporto un intonaco di calce impastata con sabbia e polvere di marmo e poi si dipinge sopra prima che sia asciutto, in modo che la calce e la sabbia aderiscano con tenacia al supporto grazie all’uso di un medium (colla forte, trementina, asfalto liquido, mastice o altro). Il medium, asciugandosi più velocemente dell’intonaco, crea uno stato di disseccamento e passa alla calce un po’ del suo colore. Se la colla asciuga troppo, il disseccamento del supporto rende la pittura non durevole, come quando si dipinge su un muro intonacato da qualche giorno. L’intonaco trattiene solo un poco di colore che svanisce presto, lasciando lievissime tracce, come in alcune volte dipinte a secco da molti anni in cui non si vede altro che l’ombra dell’antico dipinto.

Grasso invece garantisce che l’effetto della sua scoperta è un colore che dura in eterno.

Gallo continua: la calce è materia corrosiva e a contatto con la tela la consuma; così l’intonaco – privo di supporto – si sgretola. Vigo difende Grasso, precisando che la calce è corrosiva solo se non è spenta nell’acqua e non è stagionata. Ma appena viene a contatto con l’aria, si carica di acido carbonico e perde la sua forza. E si avvale del parere scientifico di due chimici: Salvatore Platania di Catania, professore di chimica nel Collegio cutelliano, e Francesco Arrosto di Messina.

Con questo metodo – dice Grasso – sono stati realizzati numerosi tetti di tela, intonacati di calce (si riferisce forse a quelli tanto diffusi sul territorio?).

Viene chiamata in causa l’Accademia della Civetta di Scienze e Lettere di Trapani che riporta il caso dell’Antigone del pittore trapanese Giuseppe Errante (Trapani, 1760 – Roma, 1821), nel 1791 impiegato nei lavori della Reggia di Caserta e molto amico di Jackob Phillip Hackert. L’Antigone di Giuseppe Errante, conservata nella Galleria di Trapani, nella Sala della Libreria Comunale, è stata rovinata dalla calce sciolta nell’acqua e gettata sulla tela. Schiodata dal telaio, è stata foderata di carta bianca, avvolta in un grosso cilindro di legno e collocata per tre mesi in una stanza priva di umidità, evitando il contatto diretto con il pavimento e le pareti. Nonostante queste precauzioni la tela si è ammuffita perché il cilindro che la conteneva era in castagno tagliato di fresco.

Gallo incalza sostenendo che la calce non si può stendere su tavola, perché il legname – a contatto con l’umido della calce – si gonfia e screpola la superficie dell’intonaco, creando problemi di adesione al supporto.

Grasso risponde con i fatti e mostra il suo affresco su tavola perfettamente asciutto! Lavorato nel 1837 senza ferri e apparecchi, è stato anche presentato all’Accademia dei Zelanti di Acireale. La sua invenzione consente alla tela di essere avvolta in un cilindro e trasportata senza problemi, come se fosse una pergamena. Per provare quanto dice, esibisce la Veduta di Acireale poi regalata al Re. Aggiunge che l’opera è stata fatta cadere intenzionalmente su scaglioni di lava nella Chiesa di San Sebastiano a Palermo, nell’Accademia degli Zelanti, riportando pochissimi danni nell’urto.

Ma Gallo non è ancora convinto. Ritiene che per realizzare affreschi portatili serve una materia solida e compatta, capace di non marcire e di resistere al caldo, al freddo, all’umido, di fungere da base all’intonaco e di attaccarsi perfettamente al supporto. E suggerisce la lavagna, cavata nella riserva di Genova e già raccomandata da Giorgio Vasari per le pitture ad olio, o il piperno, nero e spugnoso. Tela e tavola sono supporti inadeguati per gli affreschi portatili e possono essere sostituiti con la pelle di vitello dalla parte ruvida o con la seta molto doppia, che resistono meglio al tempo e sono meno soggette a consumarsi a contatto con la calce.

Leonardo Vigo assicura che tavola e tela non si corrompono mai e l’intonaco – una volta asciugato – rimane saldissimo. Emanuele Grasso ha provato l’arricciatura su un supporto di lavagna ben scalpellato ma l’intonaco non ha retto a causa della sostanza oliosa di cui la lavagna è imbevuta, che non fa aderire il cemento alla pietra. Neppure la pelle o la seta si sono rivelate adatte come supporto.

Invece la tavola e la tela preparate con il metodo Grasso diventano saldissime, non si torcono, non si guastano e lasciano immacolato l’intonaco.

Un intero dialogo dimostrativo non riesce a convincere Agostino Gallo della bontà dell’invenzione, per cui al Grasso non resta che realizzare a Palermo una tela o una tavola preparata con il suo metodo, farla dipingere al pittore borbonico, parente di Vito e Alessandro d’Anna, Giuseppe Patania (Palermo, 1780–1852) – che lavorò alla Palazzina Cinese, al Palazzo Reale di Palermo (1807–1815) e nella Cappella del Real Casino della Ficuzza – ed esporlo come prova nella Pinacoteca pubblica dell’Università di Palermo, fondata da Ferdinando IV di Borbone (Ferdinando III in Sicilia).

Al momento si conoscono solo due dipinti lavorati con il metodo Grasso: uno viene spedito a Palermo nel 1832 ed esposto all’Accademia di San Luca a Roma, dove pare che si conservi ancora in ottimo stato; l’altro è la Veduta di Acireale della Reggia di Caserta, che sarebbe bello interessante analizzare con tecniche e strumenti moderni, per carpirne il segreto e rendere finalmente giustizia al pittore e alla Sicilia.

Bibliografia Agostino Gallo, Lionardo Vigo ed Emmanuele Grasso sul nuovo metodo di affrescare sopra tela e tavola, Estratto dal «Giornale di Scienze Lettere ed Arti per la Sicilia», ottobre 1835 n. 154, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli