CASERTA – Dopo Milano e Virtus Bologna, la Lottomatica Roma poteva essere l’ennesima vittima eccellente del “fattore” Palamaggiò, anche ieri caldo e gremito come sempre.
Calda accoglienza per il capitano
Il lungo e sentito applauso a Nando Gentile durante la presentazione delle squadre è stata l’unica concessione dei supporter bianconeri alla storica rivale capitolina, ma da quel momento i decibel del Palamaggiò sono saliti per sostenere i bianconeri durante tutto il match.
Un match che è sembrato in principio seguire i canoni scontati del Davide contro Golia, con la corazzata di Toti che ha provato subito a scappare, grazie ad un sontuoso Jaaber, infallibile per tutto l’incontro.
Caserta con il giusto approccio mentale
La Eldo aveva uno spirito ben diverso da quello visto ad Avellino, e soprattutto aveva un Diaz in versione lusso, capace da solo di mettere in crisi l’intera difesa virtussina, con penetrazioni ad altezze non umane. La partita si è quindi messa su dei binari di equilibrio, con la Juve che però già nel primo quarto ha rimesso il muso avanti, per poi mantenere un leggero vantaggio nel punteggio per quasi tutta la gara.
Gara molto tattica, che la Eldo avrebbe potuto far sua se avesse sfruttato meglio le tante occasioni per prendere il largo; ma il vantaggio bianconero non è mai arrivato in doppia cifra, e nel finale la maggior freschezza dei ragazzi di Gentile, e l’attitudine alla vittoria, hanno creato quel break mortale che ha sancito un’altra amara sconfitta contro i rivali storici, che si somma alla beffa dell’andata.
Diaz ko, ma non deve essere un alibi
Sarebbe facile scrivere che la chiave di volta è stato il malore che ha messo ko Diaz nella ripresa; eppure anche senza Guillermo, la Eldo ha tenuto per tutto il secondo tempo, ed anzi ha allungato fino al +8, sprecando inoltre tante occasioni per il colpo di grazia, e pagando nel finale le scarsissime rotazioni della panchina. Sotto questo aspetto l’assenza di Diaz si è fatta sentire di sicuro, ma non convince la scelta di rimettere in campo il portoricano a 3’ dal termine, con la squadra ancora avanti nel punteggio.
Ma questo è il senno di poi, perché se Guillermo avesse segnato i tiri che si è preso nel finale, staremmo parlando di un’altra partita. Certo, vincere le partite diventa un’impresa difficilissima se si tira con le percentuali a cui la Eldo ci sta purtroppo abituando nel tiro da tre; il 13% contro Roma fa ricredere chi pensava che peggio delle ultime gare non si potesse fare, e stavolta c’è l’aggravante di aver preso tiri spesso non forzati, ed è lecito credere che a questo punto il problema sia mentale e di fiducia. Slay non segna più, Jenkins non ha mai avuto buone percentuali dall’arco ma si ostina a forzare, Larranaga viene marcato a vista e le sue percentuali sono scese vertiginosamente, e Foster è ormai un caso degno di psicoanalisi.
Insomma, perdere nel finale di 5 punti contro una Roma in questa forma, e sbagliando 19 tiri da tre, è quasi un miracolo, ma raddoppia il senso di amarezza che ci siamo portati all’uscita del Palamaggiò.
Peccato, perché nel finale la squadra è scoppiata, ma forse alcune scelte avrebbero pagato di più, ed anzichè provare ad adeguarsi al quintetto di piccoli osato da Gentile nel finale, tenere i due lunghi in campo ci avrebbe permesso di prendere quei rimbalzi che sono stati la chiave del sorpasso e dell’allungo finale di Hutson e soci. Ma saranno state le gambe e la testa, perché resta inspiegabile aver smesso di cercare Slay, che con Hutson a 4 falli stava imperversando, per cercare la soluzione apparentemente più facile, quel tiro da tre che sta diventando, da arma in più, vero e proprio incubo dei bianconeri.
Diaz non può risolvere da solo le partite
E poi, con l’ingresso di Diaz nel finale, si è ricaduti nell’antica tentazione di dare palla a Guillermo e pregare che (come nel primo tempo) da solo potesse fare pentole e coperchi.
Così non è stato, e questi errori sono così banali da far pensare che solo la mancanza di ossigeno di una squadra ormai esausta possa esserne la causa.
La Eldo ha però dimostrato che quando gioca con intensità può far paura a tutti, e lo sottolinea ancora una volta la capacità di rimanere in partita anche senza Diaz. Dispiace per le prove mediocri di Di Bella e Michelori, apparsi imprecisi e titubanti, così come la solita prova double face di Foster, ancora impreciso in attacco (questione di testa, non ci sono altre spiegazioni) anche se preziosissimo in difesa, e quindi suo malgrado insostituibile per Frates. E’ in gran parte merito suo se Becirovic e De La Fuente non hanno quasi mai tirato, ma finchè in attacco Shan non si esprime con maggiore convinzione, quello che ci dà in difesa lo scontiamo nell’altra metà del campo.
Ora due trasferte durissime
Adesso ci aspettano due trasferte durissime una dopo l’altra, ed occorre recuperare in fretta quella fiducia in sé stessi che fa entrare nel canestro tiri che fino a due mesi fa sembravano telecomandati verso il canestro, e adesso sbattono inesorabilmente sul ferro. Ma occorre anche riflettere su una panchina troppo corta per un campionato intenso come il nostro, e che rischia di far arrivare i nostri giocatori a corto di benzina nelle partite che contano.
La differenza di rendimento tra primo e secondo tempo è evidente nei numeri, e racconta di un 50 a 32 di valutazione nel primo tempo contro un 26 a 51 della ripresa; come di quel rimbalzo in più preso dai bianconeri fino alla sirena, contro i 10 in più per Roma nella seconda metà . Ma i numeri sono riflesso di un evidente calo di energie, spese ad inseguire le alchimie tattiche di Gentile, che invece aveva i suoi grattacapi ad adattarsi ai nostri giochi d’attacco.
Roma rappresenta l’ultima squadra a cui, sulla carta, si poteva pronosticare di concedere una sconfitta in casa. Ne restano altre sette, e, se è vero che la salvezza si costruisce in casa, questo vuol dire che al Palamaggiò non possiamo permetterci più di perdere. La classifica resta confortante, con 4 punti di vantaggio sulla coppia Rieti-Udine, ma intanto Ferrara ci ha riacciuffati ed ha un Allan Ray in più, e Fortitudo e Scavolini, nostre coinquiline di classifica, hanno ben altri mezzi per risalire in zone meno agitate.
