
C’è qualcosa di raro nell’energia che i Mefisto Brass sprigionano dal vivo. È una band che esiste e trova il suo compimento sul palco: le tracce sulle piattaforme streaming, per quanto curate, non restituiscono nemmeno in minima parte l’impatto sonoro, la potenza ritmica e il senso di comunità che si crea durante i loro live. È lì che si capisce qual è il vero centro del loro fare musica. Vederli a Largo Venue è stato un promemoria di quanto un concerto possa essere un’esperienza fisica, un rito collettivo che non ha età né confini. Si poga come in un live metal — perché questa è la temperatura emotiva che raggiungono — ma ci si ritrova dentro una festa transgenerazionale: bambini piccoli, trentenni, cinquantenni, tutti trascinati dallo stesso flusso sonoro. I Mefisto Brass dal vivo non si limitano a suonare: costruiscono un ambiente, un modo alternativo di stare insieme. Da qui nasce l’intervista che segue, raccolta poco prima del loro live, quando sono andato a importunarli subito dopo il soundcheck.

Che rapporto avete con la poesia, con i poeti e quanto conta la poesia nel vostro modo di scrivere?
Per ora, nella nostra storia di band, non abbiamo prodotto tantissimo materiale registrato, soprattutto dal punto di vista testuale. Però il nostro percorso artistico sta evolvendo in modo naturale proprio verso l’inclusione di testi nei brani. Io personalmente sono sempre stato appassionato di poesia: un tempo scrivevo molto di più in forma poetica, poi negli ultimi anni ho portato quella passione dentro il progetto, adattandola al linguaggio contemporaneo del rap. Per quanto riguarda i riferimenti, più che ai poeti “classici” penso a quelli che potremmo definire poeti di strada: i rapper che hanno accompagnato la mia adolescenza. Parlo di Inoki, Joe Cassano, i primi Club Dogo. È da quell’azione culturale che sono partito.

Come nasce un pezzo dei Mefisto Brass? C’è un processo collettivo riconoscibile o ogni volta è un piccolo caos creativo che poi trova la sua forma?
Direi che “caos creativo” è già una buona definizione. All’inizio il nostro modo di comporre era totalmente basato sulle jam: suonavamo insieme in maniera libera, estemporanea, e da lì tiravamo fuori le idee. Il primo disco è nato quasi tutto così. Con gli anni il processo si è evoluto, anche grazie alla tecnologia. Qualcuno di noi sa usare bene il computer e partiamo sempre da una jam e poi si rielabora: si scelgono dei riff, li si scompone, li si trasforma con effetti e nuovi arrangiamenti. La verità è che l’estemporaneità rimane sempre al centro. Abbiamo dei pattern o delle idee di partenza, ma ogni pezzo attraversa continue mutazioni prima di trovare la sua forma definitiva.

Oggi sembra difficile portare avanti un progetto collettivo. Per voi cosa significa essere un gruppo e qual è la sfida più grande dell’essere una band oggi?
Più che dirti cosa significa essere “un gruppo”, posso dirti cosa significa essere questo gruppo. Nella mia esperienza personale, ciò che abbiamo creato con i Mefisto Brass è qualcosa di unico. Il progetto vive grazie alla musica, certo, ma soprattutto grazie al nostro rapporto umano: amicizia, fiducia, cooperazione. Siamo davvero molto uniti. Essere una band significa lavorare insieme su tutto, non solo sugli aspetti musicali. Man mano abbiamo anche professionalizzato alcune figure interne, che si occupano della parte logistica, amministrativa, tecnica ma alla base rimane sempre una forte collaborazione.
Esiste un “leader” nei Mefisto Brass oppure la leadership cambia a seconda del periodo? Quando bisogna decidere qualcosa di definitivo, chi mette l’ultima parola?
Il leader chiaramente sono io… scherzo! In realtà non c’è un vero leader. Ci sono persone che in certi momenti si prendono più responsabilità, sia artistiche che organizzative, ma non abbiamo una figura che decide per tutti. La cosa più importante, soprattutto nelle scelte artistiche, è che se una cosa piace a quattro e non convince l’ultimo, ci si prende il tempo per trovare una soluzione che soddisfi tutti. È lo spirito che ci guida: che si tratti di scelte musicali, grafiche o organizzative, cerchiamo sempre l’accordo comune.

Se doveste immaginare il “gradino più alto” raggiungibile del vostro percorso — senza modestia — dove vi vedreste?
Quello che cerchiamo di fare con la nostra musica è creare comunità, condivisione. Riportare certi valori che oggi, anche a causa della tecnologia e del contesto sociopolitico, si stanno perdendo. Ci interessa portare avanti un modo di vivere la musica che mette al centro l’umano: suonare strumenti reali, creare presenza, costruire un ambiente che resiste alla spersonalizzazione contemporanea. Dove lo faremo, come e quanto in grande… questo lo scopriremo strada facendo. L’obiettivo è continuare a portare avanti questi valori: il resto verrà da sé.

