Tra rito, musica e tradizione: “Samar – folie à la sicilienne” incanta Roma

ROMA – A Roma, negli spazi di Fortezza Est, per la nuova edizione di Pillole #tuttoin12minuti, è andato in scena Samar – folie à la sicilienne, un rituale di teatro musicale ideato da Giovanni Alfieri e Sergio Beercock. Tra pane e vino, canti di galera e melodie elettroniche, lo spettacolo trasforma il palcoscenico in una tavolata condivisa dove la tradizione incontra il contemporaneo.
Ne nasce una sorta di duello poetico tra puparo e pupo, fra mito e modernità, che celebra — con ironia e struggimento — la vitalità delle radici e la fragilità del presente.
Abbiamo incontrato Giovanni Alfieri per farci raccontare come nasce Samar, e perché “un popolo muore quando gli tagliano la lingua”.

In foto: Giovanni Alfieri

Da dove nasce l’idea di Samar?

È nata in un modo davvero strano. Otto anni fa ho ritrovato dei vecchi copioni di quando ero bambino, in cui compariva questo personaggio, Giufà, una figura popolare, un po’ folle e ingenua, che però non aveva mai avuto un corpo, né una voce. Non era mai stato interpretato fisicamente. Da lì è partita una ricerca: ho cominciato a raccogliere testi, novelle, storie che potessero riportarmi a lui. Scoprii che la figura di Giufà ha origini lontane: viene dall’Arabia, passa per l’India e attraverso il Mediterraneo arriva fino in Sicilia. Mi sono imbarcato in questa ricerca infinita, fino a conoscere una ragazza che parlava arabo. Un giorno mi disse: “In arabo esiste una parola bellissima: Samar
“Samar” significa parlare di notte, al chiaro di luna, con una persona a cui vuoi molto bene, e accorgerti che è arrivata l’alba. Confrontandomi con Sergio, abbiamo scoperto che entrambi avevamo fatto ricerche molto simili. L’incrocio di queste due strade parallele ci ha portato a Samar.

Che rapporto hai con la lingua siciliana? La consideri una lingua o un dialetto?

Ho un legame profondissimo con il siciliano. Lo considero una lingua vera e propria, una koinè, perché racchiude dentro di sé una drammaturgia infinita — da Federico II fino a Camilleri. È un materiale sterminato, vivo, che abbraccia teatro, poesia, letteratura. Non si può ridurlo a “dialetto”.
Io, in realtà, ho imparato l’italiano solo a diciannove anni, quando mi sono trasferito a Roma. Da bambino e da adolescente recitavo in vernacolo, quindi il siciliano è il territorio linguistico che conosco bene, quello in cui riesco ad esprimermi al meglio.
Ci sono emozioni, sfumature, verità che in italiano non si possono tradurre senza perderne l’anima. Con Samar ho avuto la possibilità di tornarci dentro, di tornare a casa, anche linguisticamente.

In foto: Sergio Beercock

I personaggi che portate in scena sono realmente esistiti?


In scena siamo in due: Sergio, che interpreta il burattinaio, e io, che interpreto il burattino. La drammaturgia si regge su questa relazione — un regista e un attore — che diventa metafora del legame tra tradizione e contemporaneità.
Durante lo spettacolo la tradizione orale e musicale comincia a crollare, come pezzi di un puzzle che si frantumano. È il momento in cui il mio personaggio si spoglia di tutto: la Loop Station, la musica elettronica, il linguaggio moderno — tutto ciò che è contemporaneo — inizia a “uccidere” la tradizione.
Nell’ultimo monologo, lo sforzo lo travolge: il burattino crolla e muore. A quel punto Sergio — il regista, il burattinaio — compie la benedizione finale.
Il messaggio è chiaro: il contemporaneo senza la tradizione non può esistere.
Lo spettacolo, in fondo, è un rito. Condividiamo pane e vino con il pubblico, come intorno a un falò, e raccontiamo storie. In quel momento, davvero, si diventa compari, fratelli di racconto, sotto la stessa luna di Samar.

Foto di scena: Sergio Beercock e Giovanni Alfieri