Al Giffoni “L’uomo che rapì Truffaut” di Luciano Del Prete

giffoni_2020_foto.jpeg

CASERTA – Alla data di apertura della prima sessione della stagione 2020 del Giffoni Film Festival, Luciano del Prete presenta la sua opera fuori concorso al giovane pubblico. L’uomo che rapì Truffaut – proiettato in anteprima al Napoli film festival e al Roma Cinema Doc – racconta una giornata estiva del 1982, quando François Truffaut, insieme alla compagna Funny Ardant, arrivano a Giffoni Valle Piana, ospiti del festival cinematografico dedicato ai bambini e ai ragazzi. Il giornalista e protagonista della pellicola, Antonio Fiore, scettico sull’arrivo di uno dei più grandi pionieri della nouvelle vague, resta incredulo fino a quando non riesce a strappare un’intervista alla coppia francese.

Come hai conosciuto la storia diventata soggetto della tua regia e com’è nato l’incontro tra te e il giornalista cinefilo Antonio Fiore?

Un amico che conosce entrambi raccontò l’episodio che Antonio ha narrato molte volte, e io l’ho trovato perfetto per farci un film. Truffaut è tra i miei registi preferiti, non conoscevo questa storia e dopo aver contattato Antonio, sono andato subito a cercare fonti scritte e orali per approfondire “il rapimento”. Cercando negli archivi della redazione del Il Mattino, ho consultato tutti i giornali usciti nell’82. Poiché conoscevamo solo l’anno, è stato bello ricordare ciò che accadeva in quei giorni. In seguito ho ascoltato ed intervistato Claudio Gubitosi, fondatore e direttore artistico del Giffoni Festival. Claudio era molto contento e ha subito mostrato foto e documenti che descrivono quell’estate dei primi anni ottanta. In particolare, egli esibì una dichiarazione autografa scritta da Truffaut, un “pensiero filosofico” che augura la continuazione della rassegna: “di tutti i festival del cinema quello di Giffoni è il più necessario”.

Cos’è il cinema di Truffaut per te? E come si collega al docufilm?

François Truffaut mi ha ispirato molto, durante il mio percorso. Di lui mi ha sempre colpito la semplicità di una regia orientata sul racconto dei personaggi. Riusciva a narrare vicende paradossali ed incredibili con la massima naturalezza, facendo sembrare lo straordinario semplice. Non è nelle mie corde un cinema molto tecnico. Quando mi capita di scrivere qualcosa tendo a concentrarmi sulla storia, la regia viene dopo. Con Antonio c’è stata subito intesa. Volevamo inserire nel docufilm più immagini legate alle pellicole di Truffaut, ma per questioni di budget abbiamo lasciato solo qualche scena, come quella tratta dal film “Jules et Jim”.

Tra musica, disegno e fotografia, ti sei circondato di una grande squadra…

Il cinema è visione di un opera arricchita dalla competenze delle singole persone. Ogni tassello ha rappresentato un compenso importante: conoscere persone straordinarie.Non posso non parlare della gentilezza di Rita Marcotulli per aver accettato subito di collaborare al progetto con la sua musica; del genio di Paky di Maio per aver prestato design e sound; lo sguardo fotografico di Gianfranco Irlanda; le tavole disegnate da Alessandro Rinaldi, che hanno sostituito scene dei film di Truffaut; e la squisitezza di Antonio Fiore che finalmente ha potuto raccontare ad un pubblico più vasto la sua storia con un riscatto verso gli amici scettici e sospettosi.

Quali sono stati i commenti a caldo dei ragazzi, dopo la proiezione?

Non tutti sapevano chi fosse Truffaut..parliamo di un’altra epoca. Ma i ragazzi si sono stupiti molto nell’apprendere che non ci fosse un autista per un grande ospite. Erano altri tempi..eravamo tutti più genuini e ingenui…ci si fidava facilmente del prossimo. Ecco, come si spiega l’assurdità di mettersi nelle mani di uno sconosciuto che si finge autista. Spesso le domande riguardavano la paura che Truffaut poteva aver provato nel momento in cui Antonio Fiore alla guida dice: “sto realizzando il sogno di fare l’autista al mio regista preferito”.. Se non vi erano sospetti, sicuramente ci sono stati imbarazzi da parte della coppia francese. Spiccava la partecipazione …ed è in un festival del genere che i ragazzi si sentono liberi di esprimersi, spronati a confrontarsi e a maturare una propria opinione. Non è scontato.