Bufala, la perversione zootecnica e le fandonie su brucellosi e mozzarella campana dop

CASERTA – Chi non è addentro al comparto bufalino non può capire che esso rappresenta una anomalia nello scenario zootecnico; quella che ho definito una “perversione zootecnica”.

Esso, infatti, si regge su di una sola materia prima, il latte, per la sua trasformazione in un unico formaggio, la mozzarella di bufala; dove, quindi, a una monocoltura zootecnica, corrisponde una monocoltura industriale.

Non si producono altri formaggi; non si commercializza la carne fresca, né la si trasforma in salumi e in quant’altro sarebbe benissimo possibile fare. Ovviamente, non si allevano per carne i vitelli maschi tanto che essi vengono quasi tutti soppressi appena dopo la nascita (che zootecnia è mai questa ?) e se qualcuno ha cominciato a allevarli lo ha fatto con modalità spesso sbagliate e, nella quasi totalità dei casi, solamente perché c’erano cospicui fondi europei (da sperperare).

Non si è mai fatta selezione genetica su linea maschile, quella che ha portato il comparto bovino a triplicare in pochi decenni la produzione annua per capo, appunto perché vengono soppressi quasi tutti i vitelli maschi. Non si fa selezione genetica neppure su linea femminile perché non producendosi la carne, si tengono in mungitura le bufale fintanto che respirano anziché eliminarle prima come si fa nel comparto bovino, ottenendo, così, il massimo della quantità e della qualità di latte.

Non entro nel merito per spiegare cosa possano significare queste scelte in un mondo globalizzato e aggressivo commercialmente; basti il raffronto col comparto bovino, con gli utilizzi di quel latte e le produzioni della carne e della pelle e le relative industrie di trasformazione. Quella della bufala è una “entropia zootecnica”; una zootecnia che si crea complicazioni a domino per non voler mai seguire la linea retta; che mette coperchi a sempre più pentole che bollono; dove non si gettano sul tavolo tutte le problematiche e queste sono state sempre erroneamente mostrate a compartimenti stagni; una di queste la brucellosi.

Per quanto riguarda questa infezione, il “marchio d’infamia” lo ha il latte, non la carne, ma la carne non la si produce mentre si è sempre utilizzato il latte. Non commercializzandosi e non trasformandosi la carne, non, non, non, sia quella dei vitelli, sia quella delle manze o dei manzi, sia quella dei capi fine carriera, gli allevatori non hanno mai saputo cosa farne di quelli da eliminare per i più svariati motivi, uno di questi la brucellosi e così hanno fatto la cosa più semplice, non li hanno eliminati e se li sono sempre tenuti insieme a quelli ancora sani. Potrei aggiungerne, rischiando nuovamente di ritrovare le mie idee attribuite ad altri ma la brucellosi non è un problema sanitario ma un problema economico, di organizzazione e di scelte del comparto, cioè, di Politica Agraria che diventa un problema sanitario; dove ai politici (e pure ai giornalisti) sono state quasi sempre somministrate troppe fandonie.

Fintantoché il comparto non verrà normalizzato, rendendolo, cioè, simile, affine a quello bovino, nulla di positivo potrà mai accadere. Nessuno, infine, sottolinea che si tratta di una malattia batterica e non virale e che, di conseguenza, qualsiasi vaccino lascia il tempo che trova e che è recidivante, cioè è una malattia che si ripresenta negli allevamenti. Affermazione scientifica, la mia, che va peggiorata in quanto, nel nostro caso, è endemica e si presenta quasi esclusivamente in forma cronica.

Mancando, quindi, ogni premessa, pure se si uccideranno tutte le bufale malate e anche quelle sospette e poi si agirà, per qualche tempo, con questo o quel vaccino, ritengo che in capo a un decennio si ritornerà allo stato attuale. Sono pronto a strappare in pubblico la laurea se mi dovessi sbagliare!

*Dottore in Scienze della produzione animale