Massoni o arcadi? Un mistero in via di risoluzione.

CASERTA – Questo fine settimana sarei dovuta andare a Roma, a Palazzo Sciarra Colonna, per vedere una mostra dedicata a Carlo Maratta – Omaggio a Carlo Maratta – con Simonetta Prosperi Valenti Rodino’. Gli eventi non mi hanno graziata e per lenire il dispiacere, mi sono messa a riflettere su uno spunto offerto dalla Rodino’ durante una sua lezione.

Pare che nel 1696 Giovanni Mario Crescimbeni, fondatore dell’Accademia dell’Arcadia, abbia chiesto al giurista calabrese Giovanni Vincenzo Gravina (1664 – 1718), altro fondatore dell’Arcadia, di scrivere delle leggi per regolare il funzionamento dell’Accademia, ispirandosi a Numa Pompilio, ritenuto autore delle prime norme della Roma Repubblicana. Sull’argomento avevo già scritto e dunque la vicenda mi ha incuriosita:

Gravina aveva studiato giurisprudenza a Napoli e dal 1689 si era trasferito a Roma, lavorando al programma di rinnovamento poetico in senso classicistico di Cristina di Svezia.

Come avrebbe fatto Giacomo Leopardi nell’Ottocento, il giurista credeva fortemente nella funzione civile della letteratura e proponeva come modelli Omero e Dante. Sulla sua linea si posizionò anche Pietro Metastasio, nella sua attività di librettista. I contributi di Gravina influirono notevolmente sul pensiero giuridico del Settecento e furono letti persino da Montesquieu.

Gravina era affascinato da una nuova idea di Sapienza che affondasse le sue radici nella cultura classica, senza rinunciare alla Scienza moderna. Così, partendo dal diritto romano, riflette sul mondo sociale e politico a lui contemporaneo, logorato dal dibattito tra antichi e moderni, fino a mettere al centro l’UOMO, con le sue passioni, affetti, sentimenti (Gaetano Antonio Gualtieri, Preoccupazioni culturali e concezione giuridica in Gianvincenzo Gravina, pp. 1 -19).

Per tutelare il suo interesse, l’UOMO deve lasciare alle Leggi il compito di contenere le forme del Potere e al Sapiente quello di educare al senso civico il popolo illetterato, anche attraverso le favole e la pittura (pictura ut poesis).

Insomma la pittura e la poesia sono strumenti che contribuiscono alla vita civile e alla politica, mentre l’autorità deve volgere al Bene Comune, o come dirà Ludovico Muratori, alla Pubblica Felicità, utilizzando la legge non come strumento coercitivo ma per regolare le relazioni tra gli uomini, come sosterrà poi anche Montesquieu nell’Esprit des Lois.

Un’Amministrazione senza Archivio, senza Platee e senza Piante deve dirsi Amministrazione disordinata e irregolare…si dirà più avanti!

Che novità eh? Eppure vi garantisco che è cosa difficile a farsi, come dimostra uno sguardo neanche troppo attento dal dopoguerra a oggi.

Insomma per Gravina i governi sono necessari all’uomo per essere felice e la monarchia è la forma di governo più adatta ai suoi tempi! Grazie al contenimento della Legge, applicata secondo Giustizia e nell’interesse pubblico, il sovrano evita il rischio che il suo governo degeneri in tirannia e innalza i valori della civiltà oltre le insane aspirazioni dei singoli.

Se Gravina è il giurista dell’Arcadia, il grafico è il marchigiano Carlo Maratta (1625 – 1713), pittore, architetto, restauratore, figura centrale della pittura italiana del Seicento, che si rifà a Raffaello come poi avrebbe fatto Mengs e il suo allievo Fuger. Ferdinando Creta me lo nominava ogni tanto mentre “correvamo” (Creta correva sempre!) negli appartamenti storici della Reggia di Caserta, perché era il riferimento di Claudio Marinelli, il funzionario storico dell’arte che aveva restaurato gli affreschi della Biblioteca di Maria Carolina.

Maratta studia alla bottega di Andrea Sacchi, uno dei maggiori artisti del Seicento, e predilige la linea classicista rispetto al barocco fantasioso e scenografico di Andrea Pozzo, autore del celebre soffitto di Sant’Ignazio a Roma. Di questi rimandi a Sacchi si era accorta anche la giovane e brava Alessia dello Stritto, che con me svolse tirocinio proprio sulla detta Biblioteca ai tempi della direzione di Mauro Felicori, quindi mi ero ripromessa di tornare sull’argomento per approfondire.

Nel 1655, con l’avvento di papa Alessandro VII Chigi, Maratta è ormai il più grande pittore di Roma nonché principe degli accademici di San Luca, come poi sarà Antonio Canova. Egli riteneva che fosse necessario promuovere lo studio dell’antichità classica attraverso la pratica del disegno e per teorizzare il movimento classicista si affida a Giovan Pietro Bellori.

Basta solo indicare qualcuna delle prestigiose committenze ricevute a Santa Croce in Gerusalemme a Roma, alla Basilica di Santa Maria del Popolo, a Villa Albani Torlonia e in Vaticano per capire che Carlo Maratta è il precedente diretto di Raffaello Mengs. Se si aggiunge che Maratta è stato anche il restauratore degli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane e alla Villa Farnesina, vicina a Palazzo Corsini, prima sede dell’Arcadia, il quadro è sempre più chiaro: c’è un filo diretto tra la Reggia di Caserta e Roma e non risiede soltanto nella scelta di Luigi Vanvitelli, architetto papale e membro dell’Accademia di San Luca e dell’Arcadia. È un filo diretto ideologico, politico, religioso.

Carlo Maratta fu anche un grande ritrattista, autore del ritratto di Andrea Sacchi conservato al Museo del Prado di Madrid, ma è opera sua anche l’Allegoria della Divina Sapienza (1629 – 1633) di Palazzo Barberini, che ricorda con chiarezza certi affreschi della Reggia di Caserta e quelli di Fedele Fischetti a Carditello.

Maratta è seppellito nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, dove viene costruito in suo onore un monumento funebre. Il suo biografo è l’amico Bellori, che lo celebra nelle ” Vite de’ pittori, scultori e architetti moderni (1672), modello per le Vite di Bernardo de’ Dominici. Infine l’artista fu amato anche in Inghilterra, dove trovo’ grande attenzione nel collezionista Robert Walpole.

In lui e in Caravaggio si trovano tutti o molti precedenti della pittura preborbonica, da Giordano, a Cusati, da Belvedere a Nani. Una pittura dal valore civico e politico.

Per approfondire:

Liliana Barroero, L’Accademia di San Luca e l’Arcadia: da Maratti a Benefial in Æqua potestas. Le arti in gara a Roma nel ‘700 catalogo della mostra a cura di Angela Cipriani (2000), pp. 11 – 13

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