Caserta, Massimo Rossi punta a costruire una nuova classe dirigente

CASERTA – Si parla di politica e si riflette di impegno sociale e di come costruire una nuova classe dirigente con il candidato al consiglio regionale della Destra Massimo Rossi.

 

La necessità  di una  nuova generazione di  cattolici impegnati in politica

Quali sono stati i motivi alla base della sua scelta?

 

Il mio impegno è una scelta consapevole, meditata, condivisa con la mia famiglia, ma che nasce da un moto d’orgoglio, da una reazione ad un grave stato di cose.

L’Italia è come se fosse stata colpita da una amnesia circa la sua storia e la sua millenaria identità cristiana ed i segni del relativismo sono ovunque. In Europa, poi, non va certamente meglio: le  leggi sull’eutanasia, la sperimentazione sugli embrioni e il mancato inserimento delle radici cristiane nella Costituzione Europea; per non parlare poi della distruzione della famiglia “tradizionale”: con i Pacs, le nozze gay, gli istituti che mettono in discussione un pilastro della civiltà cristiana, il matrimonio monogamico tra uomo e donna.

 

Come reagire, allora, a questo stato di cose?

 

Serve una reazione, una controffensiva culturale su temi quali la vita, la famiglia, la scuola.

Il mio impegno sta tutto qui: la difesa dei valori, dei “principi non negoziabili”quali la vita fin dal concepimento, la famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, la libertà di educazione, la pace, il lavoro. Credo sia giunto il tempo di superare le indecisioni del passato circa il rapporto tra la vita di fede e il mondo,  dando  il proprio contributo assolvendo in pieno alla propria missione. Diceva Gandhi, “…Chi pensa che la religione non debba avere a che fare con la politica, non ha capito nulla né della religione, né della politica.

 

I suoi argomenti potrebbero però prestarsi a strumentalizzazioni?

 

Non credo. Il concetto di una separazione tra fede e politica credo sia, oggi più che mai, astrattamente filosofico e debba, invece necessariamente, fare posto a quello dell’impegno concreto,  diretto: una lunga, estenuante, ideologica, critica rivolta alla Chiesa, e un larvato timore della stessa di evitare un presunto integralismo cristiano, ha reso talora insignificante il valore pubblico della nostra fede, relegandola nella personale vita religiosa, accettando nella sostanza l’idea di una laicità come neutralità.

 

Ma perché oggi e non ieri?

 

Perché oggi il mio personale limite di sopportazione allo stato delle cose è stato superato. Per lungo tempo ho nutrito forti dubbi sulla reale capacità di animare positivamente una cultura sociale e politica attraverso il mio attivismo e, così facendo, non sono stato sempre facilmente disponibile ad un vero e proprio impegno. In una Lettera ai Vescovi Italiani del 1994, invece, Giovanni Paolo II invitava proprio a concretizzare questo impegno perchè  “… non è cessato il dovere di esprimere sul piano sociale e politico la tradizione e la cultura cristiana della società italiana mediante una presenza unita e coerente”. Le Sue parole sono, ancora oggi, di notevole attualità, anche alla luce delle indicazioni di  Benedetto XVI: “ricercare la possibilità che il cristianesimo continui a creare cultura; assegnare, alla fede cattolica, il dovuto ruolo pubblico; riproporre il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. Il fondamento di questo impegno non va però inteso solamente come fedeltà alla storia del nostro Paese, ma come fedeltà alla Verità e alla Tradizione della Chiesa.

 

Si spieghi meglio. Qual’è, a suo avviso, lo strumento che coniugherebbe meglio fede e politica?

 

La fede cristiana rivendica il proprio ruolo pubblico in quanto è espressione di verità e quindi di razionalità e di piena umanità. Sempre Giovanni Paolo II sottolineava in proposito  la fondamentale importanza del ruolo e della attualità che la Dottrina Sociale della Chiesa assumeva sullo scenario politico-sociale: essa nasce dalla fede cristiana, che non può non coinvolgere anche le relazioni sociali tra gli uomini. La dottrina sociale non è estranea al vissuto quotidiano, ma, anzi, è lo strumento mediante il quale le comunità cristiane si fanno soggetti di cultura sociale e politica: così facendo sarà possibile contribuire al bene comune attraverso una nuova dimensione.

 

La dottrina sociale per il bene comune?

 

Non solo. Il bene comune, a mio avviso, ha bisogno della dimensione pubblica del messaggio di verità di cui la fede cristiana è portatrice. Ha bisogno di cattolici che non riducano la propria fede ai buoni sentimenti, tali solo nella sfera privata, ma che ne testimonino, coerentemente ed attivamente, il carattere di verità. Ha bisogno che la Chiesa  si sforzi di recuperare la sua originaria vocazione evangelica. La Chiesa, nella sua complessità, ha  un compito a cui non può e non deve rinunciare: di vivere e trasmettere secondo la propria grandezza tutta la capacità  evangelica. L’attuale grave condizione morale dell’Italia richiede, oggi, una Chiesa più viva, più coinvolta, più preoccupata del Paese, della qualità di vita di tutti, proprio perché dotata di una sensibilità superiore, per vocazione.

 

Dunque ritiene indispensabile  un nuovo  impegno dei cattolici in politica?

 

Si, ritengo – così come ribadito anche dalla Cei –  non più rinviabile una chiamata per una nuova generazione di politici cattolici, capaci di iniettare nuova linfa nella società, orientandola alla virtù: una sorta di “Terza via” tra la lontananza dell’ “utopia”  di Tommaso Moro e la cecità della disaffezione, una sorta di richiamo cioè ad una etica della responsabilità, ad un agire permeato dalla dottrina sociale della Chiesa, “…dove tutte le persone concorrono, con la propria rettitudine, al bene comune”. E’ necessario che i cattolici abbandonino il timido individualismo religioso per vivere una nuova dimensione sociale, pubblica, della fede.