
Sono un narratore. Un po’ per scelta… un po’ per missione. Quando ci si occupa di comunicazione, alla fine, si finisce sempre per condividere quello che si pensa, si vive, si sogna e si desidera.
Ho lavorato con passione questi ultimi quattro mesi a Marcianise. Il Progreditur è stata per me una famiglia e Marcianise, sono sincero, una seconda casa. Non voglio essere retorico ma, a ben pensarci, sono state tante le piccole occasioni in cui «a casa» mi sono sentito davvero. A cominciare dal rapporto autentico con i rappresentanti delle associazioni – in primis «Marcianise in bici» e tutti quelli del gruppo «terra di club» – con cui non mi sono trovato a discutere da amico i problemi e le proposte per una città migliore. Da amico – ci tengo a sottolinearlo – non da responsabile dell’area comunicazione della squadra di calcio della città.
Oppure, ancora, mi ha fatto sentire a casa vedere brillare gli occhi dei soci dell’U.S. Marcianise quando, nella loro sede di piazza Municipio, ti raccontavano, con fierezza, la lunga storia del calcio nella loro città. Mi ha fatto sentire a casa la telefonata con gli organizzatori della festa del Crocifisso, quando ci siamo scambiati un reciproco «sono onorato» parlando della presentazione in piazza della squadra. E, sempre nella stessa sera, mi ha fatto sentire davvero – ma davvero – a casa, e non «immigrato» casertano dello staff, l’essere riconosciuto dal vigile all’angolo tra via Duomo (chiusa al traffico causa festa) e via Novelli: «lei è dello staff del Marcianise, vero? Parcheggi all’angolo che, in piazza, la stanno aspettando». Mai avrei potuto immaginare una accoglienza del genere.
Per me è strano regalare, adesso, qualche mia riflessione perché, in una società o in un’azienda, chi si occupa di comunicazione non è mai un operatore in prima linea. È piuttosto una firma invisibile, una presenza nascosta, un tessitore di contatti e relazioni che lascia il posto a chi rappresenta (in questo caso, la famiglia del Progreditur Marcianise). Mi sono sempre limitato a qualche chiacchiera, qualche battuta, qualche domanda su come i marcianisani vedono la propria città e la propria squadra di calcio. Poche parole, scambiate con qualche abbonato sugli spalti la domenica pomeriggio, e qualche riflessione con una cara amica di Marcianise alla quale voglio un bene immenso.
Non parlo per opinione, perché nel mio lavoro – quello della comunicazione, quello del giornalismo – l’opinione non è parte del «dato di fatto», quanto piuttosto l’esperienza, ciò che si è vissuto in prima persona. Io ho vissuto davvero poco di Marcianise e non la conosco a fondo (al punto da dover girare ancora per il centro con il navigatore). Ma ho conosciuto un po’ di marcianisani. E vi stimo, vi stimo davvero. Si dice che, nella vita, non si stimino davvero persone per come sono ma, piuttosto, per come queste ti facciano sentire. E, in ogni piccola e grande situazione con cui mi sono confrontato, io, con voi, mi sono sempre sentito bene.
Marcianise ha tanto da dare. Il tutto unito ad un desiderio di riscatto sempre forte e sempre attivo, vissuto ogni giorno. Lo stesso desiderio di riscatto che l’ha fatta arrivare fino ad oggi, facendo dimenticare antichi ed inopportuni stereotipi. Però ha un difetto, anche troppo grande: si guarda troppo indietro. E lo fa non dando troppo peso alla propria storia ma, piuttosto, alla nostalgia di ciò che è stato. Perché il passato, in fondo, è un porto sicuro ed è facile dire «prima era meglio». Sarà che sono abituato a lavorare con i comunicati stampa – che difficilmente parlano di ieri, raramente di oggi e, molto più spesso, di domani – ma la stanchezza che, in molti, ho sentito ha finito per far dimenticare la lungimiranza. È un difetto di tutte le città, non solo di questa, anche della mia, ma, riguardo alla squadra di calcio, ha colpito molto, troppo nel segno. Con chiunque abbia parlato non ce n’è stato nessuno che non abbia ricordato «i tempi della C1» criticando a tutto spiano ciò che adesso è.
Sarà che questa è una città alla quale hanno defraudato molto, troppo – soprattutto l’università, la facoltà di design, argomento che, in molte chiacchierate, è spesso tornato – ma, questo, non credo debba far perdere, davvero, la voglia di combattere. I desiderio di sognare, di essere visionari, andrebbe coltivato ogni giorno e non solo lì dove si riuniscono i più giovani – come ho visto fare nei club o nei bar o come facevano i disoccupati al presidio alla stazione – ma in ogni luogo, stadio compreso. E dovrebbe esser pane quotidiano per una città che ha il desiderio di progredire anche nel motto del proprio comune. Il passato non è che un dato di fatto e tutto ciò che ci si aspetta si inizia a costruire oggi, qualunque sia l’argomento, anche la squadra di calcio della città. E che cos’è una squadra di calcio per la sua città? Una passione, un sogno, un desiderio, un orgoglio? Non lo so, davvero, cosa sia o cosa possa essere. Ma, con il mio lavoro, ci ho creduto e continuo a crederci, nonostante l’attuale situazione. E dovrebbe crederci anche Marcianise, dando fiducia e confrontandosi con onestà con chi decide di investire sulla città, senza sparare a zero, senza ostilità. Dovrebbe pretendere di crederci o, per l’ennesima volta, raccoglierebbe un «punto e a capo». L’ennesimo paragrafo di una storia, già letta, che non volge mai a un lieto fine.
Non ho vissuto abbastanza questa città per dirne di sentirmi cittadino. Ma sono orgoglioso di averla vissuta abbastanza per dire quanto io stimi i suoi cittadini. E, con orgoglio, vedo apparire nel mio curriculum il nome di «A.S.D. Progreditur Marcianise». Grazie a chi mi ha voluto nello staff, a chi si è fermato a raccontarmi la sua città, a chi mi ha stretto la mano, mi ha salutato per strada, ha imparato il mio nome e mi ha offerto un caffè. E grazie anche a chi ha criticato, a chi non ha capito e a chi non ho capito, a chi è stato da sprono per cambiare, facendo proposte, e a chi non lo è stato, facendo solo polemiche vuote. E chiedo scusa a chiunque si sia sentito offeso per qualunque cosa io abbia detto o fatto.
Qualcosa mi me resta qui, tra le piazze, le strade e gli spalti del «Progreditur». Sicuramente ripasserò – per il «clubbodanno», per una serata culturale dell’«Eclettica», per una lettura all’«Art Cafè», per un caffè al «Freedom», per la prossima festa – ma, mi raccomando, voi non fatevi trattare male, non trattate troppo male e, soprattutto, non trattatevi male. Non lo meritate. Piuttosto, abbiate fiducia, una volta in più, in quello che siete.
Forza gialloverdi! Forza Marcianise!
