San Clemente rosso sangue, in ricordo della strage nazista del 4 ottobre 1943

SAN CLEMENTE (Caserta) – A San Clemente si trova un’antica chiesetta risalente al Mille, menzionata nella Bolla di Senne e successivamente nella visita del vescovo Cornea del 1627 ed in quelle posteriori, che contiene importanti testimonianze storiche.

In particolare si narra di una vicenda accaduta il 4 ottobre 1943, la strage nazista di San Clemente, giunta quest’anno nel settantesimo anniversario. I tedeschi, in ritirata verso il Volturno, minarono un palazzo e lo fecero saltare in aria, per sbarrare il passaggio alle truppe americane, incuranti delle venticinque persone, quasi tutte donne e bambini, che vi dormivano.

Qualche giorno prima i nazisti si erano macchiati del sangue di sei persone a San Michele e di altre sei (tra cui il diciottenne sanclementese Giuseppe Rossi) a Ruviano. Per decenni la strage era stata derubricata a un errore di comunicazione tra i militari tedeschi e i sanclementesi: quest’ultimi non avrebbero capito il significato dell’espressione “Tutti Kaputt” pronunciata da un soldato e avrebbero continuato ad abitare nel palazzo.

Per questo motivo il fatto era quasi stato dimenticato: solo una lapide eretta nel lontano 1949 restava a testimonianza dell’avvenimento. In occasione di un ciclo di conferenze sulla storia e le tradizioni locali, il professor Felicio Corvese, presidente della sezione casertana dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza e del Centro Studi «Francesco Daniele» di Caserta, ha concluso che non si trattò di un banale errore di comunicazione, ma di una vera e propria rappresaglia per la morte di due soldati tedeschi. Uno dei due era stato ucciso il 26 settembre nelle campagne di Tredici: un gruppo di civile armati sparò contro i tedeschi, ferendo anche un altro militare.

A raccontarcelo è la testimonianza del parroco don Antonio Guerriero: “il giorno dopo i nazisti costrinsero Antonio Martucci, che era stato ferito ed arrestato, a fare il nome degli altri del gruppo che si era ribellato. Venticinque tredicesi erano stati poi catturati e portati al comando tedesco; successivamente le loro case erano state fatte saltare e il Martucci era stato fucilato. Una testimonianza raccolta racconta che fu lasciato legato ad un palo per una intera giornata, probabilmente perché confessasse i nomi dei complici”.

Il giorno dopo, il 28, un altro soldato tedesco era stato ucciso sulla strada che porta a San Michele. Ciò provocò una nuova retata il cui esito finale fu l’assassinio nella villa Santoro, a San Michele, di sette persone tra le quali tre anziani sacerdoti, un laico salesiano due famigli e un soldato pugliese di passaggio.

La stessa retata portò all’arresto dei fratelli Quarto, dei fratelli Correra, di loro parenti e alcuni altri malcapitati, nonché l’arresto di un gruppo di famiglie sanclementesi che si erano rifugiate in una grotta sopra San Clemente. Diverse persone del gruppo furono poi rilasciate; dieci di loro furono condotte a Ruviano, tenuti in un porcile e costretti a scavare dieci fosse, ma solo cinque di essi, tra cui Peppino Rossi, furono barbaramente fucilate a Ruviano. In un clima così invelenito, si collocò l’avanzata dell’esercito americano che il 4 ottobre era nei pressi di Maddaloni.

I soldati tedeschi avevano avuto l’ordine di fermare l’avanzata ad ogni costo ed infatti minarono ponti ed edifici a Maddaloni e in particolare un palazzo in via Galatina, vi era un palazzo di tre piani, insolitamente alto per i canoni delle frazioni rurali del tempo che fu scelto dai nazisti per interrompere la strada. Fu una strage. Venticinque persone morirono, tra cui dodici bambini, sette donne, sei uomini e molti anziani.