CASERTA – Il quotidiano Avvenire ha pubblicato ieri, domenica 17 gennaio, nelle pagine di Agorà della Domenica, un commento/storia dello scrittore casertano Antonio Pascale. Lo linkiamo per favorirne la diffusione. Ecco il link originale.
Ecco il testo:
La bicicletta è il più economico, salutare, mezzo di trasporto e contemporaneamente il più difficile da usare. Almeno nel centro sud. Almeno per me. Soprattutto a Roma, città in cui abito dal 1989.
Però, mi risultava difficile usare la bicicletta anche quando abitavo a Caserta. Caserta ha posizione pianeggiante, circa 60 metri sul livello del mare. Si percorre a piedi in trenta minuti da una parte all’altra.
L’urbanizzazione è quella tipica degli anni ’70, i quartieri generano strade che si incrociano ad angolo retto. Gli appartamenti sono quasi tutti dotati di garage, quindi puoi mettere al riparo i tuoi beni. Eppure, a Caserta quelli che usavano la bicicletta erano, negli ’70, pochi. Oggi sono ancora di meno.
Perchè? Cosa impedisce ai cittadini di spostarsi in bicicletta, allegramente?
Negli anni ’70, la bicicletta era considerata ancora uno attrezzo contadino. La città si stava sviluppando, il ceto medio vedeva aumentare i suoi membri, e molti dei nuovi acquisti, per così dire, venivano proprio dalle file del mondo contadino.
Casa di proprietà , macchina, vacanze al mare e in montagna, erano questi gli obiettivi della nuova classe sociale.
Insomma, alla bicicletta erano associate immagini di sofferenza e fatica contadina. Negli anni le cose non sono cambiate. Nonostante l’amministrazione, tempo fa, si sia premunita di realizzare piste ciclabili, queste sono rimaste vuote, rappresentano a tutt’oggi degli orpelli urbani. Tracce di buoni propositi urbanistici mai praticati. A Caserta si preferisce ancora stare tutti in fila sulle strade principali, più o meno comodamente riparati nelle macchine, di media, alta cilindrata, piuttosto che girare in bicicletta. Non che manchino i patiti della bicicletta. Ma sono degli sportivi. Dunque, l’uso della bicicletta riguarda l’agonismo e tutto ciò che a esso è associato. Niente di male, ma tanto sarebbe guadagnato se aumentassero i ciclisti, diciamo così, dilettanti, quelli cioè che preferiscono usare la bicicletta per andare a lavoro.
Poi c’è Roma. Qui, un altro paradosso. I romani si sa, sono fissati con la salute.
Vivono con molta partecipazione i dolori, piccoli e medi, propri e altrui.
La salute? È la domanda frequente. Si scopre che c’è sempre un eccesso di trigliceridi. E un eccesso di pancia. A cosa fa pensare la preoccupazione per la salute? Beh, al mantenersi in forma, fare un po’ di moto, e appunto, usare la bicicletta. Altro che palestra. E invece, anche a Roma la bicicletta non è di moda. Roma non è Caserta, si intende. Non è che da una periferia, metti la Borghesiana, arrivi, via Casilina, la mattina presto al lavoro, in centro. Chi si mette in bicicletta in mezzo a una strada trafficata, sporca, piena di smog, rumorosa, a pedalare verso il posto di lavoro? Nessuno. Se non pochi temerari. Generalmente sono stranieri. Gente disposta a tutto per migliorare la qualità dell’aria.
Indossano giacconi protettivi, pieni di catarifrangenti e vanno, sotto la pioggia, anche di notte, per strade periferiche e non. I romani non ci pensano. Anche quando abitano al centro, entro il perimetro della mura e potrebbero spostarsi in bicicletta, anche allora, preferiscono la macchina E poi le biciclette le rubano. Dove le metti, chi ce l’ha un garage? Che fai, te le porti sopra? Due piani con la bicicletta a tracolla? Roba da colpo della strega. Alla salute non ci pensi? E poi in bicicletta si suda. Arriva il ponentino e ti si asciuga il sudore addosso. Ti prendi la bronchite. Meglio la macchina. Che però rende nervosi. Il traffico genera angoscia, la salute peggiora, eccetera. Come ne usciamo? Mi sa che non bastano le piste ciclabili.
