
CASERTA – Dal 1° maggio 2026 due grandi capolavori di Luca Giordano – la Lotta tra Perseo e Fineo e Clorinda salva Olindo e Sofronia dal rogo – restaurati grazie al contributo di Intesa Sanpaolo e Fondazione Passadore – sono stati esposti al pubblico nel Palazzo Reale di Genova nella Sala del Giordano, che un tempo accoglieva anche la Morte di Seneca, quadro disperso dopo il 1836. I dipinti monumentali, circa quattro metri per tre metri e mezzo, realizzati sicuramente prima del 1687, possono annoverarsi tra quelli più importanti della collezione.
Tornano le tele di Luca Giordano
Uno dei dipinti restaurati è straordinariamente somigliante alla Allegoria dell’America di Luca Giordano della Reggia di Caserta, che fa parte della serie dei Quattro continenti conosciuti nel Seicento (America, Africa, Europa, Asia), esposta nella Sala di Conversazione di Maria Carolina d’Asburgo.
LUCA GIORDANO (Napoli, 1634 – 1705) – soprannominato Luca Fapresto per la sua rapidità di esecuzione – a soli tredici anni frequenta lo studio del pittore spagnolo Jusepe de Ribera (Xàtiva, Valencia, 1591 – Napoli, 1652), detto lo Spagnoletto. In poco tempo diviene un abile copista tanto da ingannare i più abili mercanti d’arte che operano a Napoli. Pare infatti che il giovane Luca abbia spacciato per lavori di Tiziano e Tintoretto alcune sue opere al famoso mercante di quadri Romer, che le pagò benissimo.
Nel 1645 Giordano si trasferisce a Roma per copiare i grandi maestri (Raffaello, Michelangelo, i Carracci, Polidoro da Caravaggio) e qui collabora con Pietro da Cortona (Cortona, 1596 – Roma, 1669), uno degli artisti più importanti del Seicento. Soggiorna a Bologna, Parma e Venezia, dove viene affascinato dal colore del Tintoretto (Venezia, 1518/1519 – 1594), di Paolo Veronese (Verona, 1528 – Venezia, 1588) e di Jacopo Bassano (Bassano del Grappa, 1515 – 1592), ma apprezza anche artisti stranieri come come Rembrandt (Leida, 1606 – Amsterdam, 1669) e Pietro Paolo Rubens (Siegen, 1577 – Anversa, 1640).
Tra il 1682 e il 1685 viene chiamato a Firenze dal Marchese Francesco Riccardi per dipingere sul soffitto della Galleria degli specchi nel Palazzo Medici-Riccardi l’Apoteosi della dinastia dei Medici, che diviene il modello per la decorazione dei palazzi nobiliari.
Nel 1692 lavora in Spagna (1692-1702) come pittore di corte di Carlo II, dipingendo opere all’Escorial, nel Palazzo Reale di Madrid e nella Cattedrale di Toledo.
Nel 1702 rientra a Napoli dove continua ad operare per grandi committenti. Dipinge l’affresco nella Cappella del Tesoro della Chiesa di San Martino a Napoli (1704) e gli affreschi distrutti dell’Abbazia di Montecassino (1667 e 1691).
La sua pittura suscita immediatamente l’interesse dei collezionisti a lui contemporanei come i Vandeneynden, che espongono numerose opere di Luca Giordano nella splendida galleria del loro Palazzo di via Toledo, un tempo appartenuto ai Colonna di Stigliano (oggi Palazzo Zevallos Stigliano), che nel 1692 il canonico Carlo Celano considerò «una galleria de’ quadri delle belle che sono in Napoli».
La serie dei Quattro Continenti, che raffigura tutto il mondo allora conosciuto, presenta sul retro della tela la scritta «Giordani» e le iniziali «DGH» sormontate da una corona, elementi che consentono di ricondurla alla collezione dispersa del viceré di Napoli, il Marchese del Carpio. Questi tipi di opere raffiguranti i continenti venivano in genere esposte per la Festa dei 4 altari e sono riconducibili alle manifestazioni religiose dell’epoca. Ne scrivono già Quintavalle (1930) e Causa (1949), che la ritengono suggestionata dalla pittura veneta del Cinquecento, molto amata e studiata da Giordano. Le allegorie dell’America e dell’Africa risultano inoltre esposte nel 1940 alla mostra sulle Terre d’Oltremare e l’arte italiana dal Quattrocento all’Ottocento (1940), curata da Ortolani, Molajoli e De Filippis. La serie dei Continenti, restaurata dall’Impresa di Domenico Gigliozzi tra il 1992 e il 1994, è firmata dall’autore sul retro della tela, oggi rifoderata, e si accompagna in genere ad altre due opere di Luca Giordano che raffigurano Il mito di Apollo e Marsia e Il ratto delle Sabine. I sei quadri, ascritti alle collezioni del Palazzo Reale di Caserta, dopo la prima guerra mondiale vengono inviati al Museo di San Martino (1922) per ritornare a Caserta solo l’8 marzo 1985.
Ma come finiscono in collezione borbonica?
Il viceré del Carpio, collezionista di Luca Giordano, risulta imparentato con la famiglia dei Carafa di Maddaloni che sostengono l’ingresso Carlo di Borbone nel Regno di Napoli. Il viceré abitava nei pressi della Chiesa di Santa Maria in Portico a Napoli, dove troviamo per altro una Nascita della Vergine – firmata e datata 1760 – che può considerarsi una delle prime opere di Fedele Fischetti, il pittore che molto lavorò alla Reggia di Caserta. Nella chiesa è anche collocato un presepe a grandezza naturale, che costituisce con molta probabilità il modello per i più famosi presepi napoletani di epoca borbonica.

Secondo la studiosa Tiziana La Marca le allegorie dei continenti (America, Africa, Europa, Asia), insieme ad altri tre dipinti conservati attualmente a Capodimonte, replicherebbero le tele che Luca Giordano dipinge tra il 1687 e il 1689 per la sovrana Maria Ludovica di Borbone, note anche al pittore e biografo napoletano Bernardo De Dominici (1742 – 45).
Secondo La Marca le tele sono di proprietà del nobile Giulio Navarreta e poi di Felice Giannattasio, che nel 1813 le vende alla corte francese di Napoli. Esse sono avvicinabili ai tre dipinti della stessa epoca che arredano l’Appartamento della Regina Maria Amalia a Caserta, da me restaurati nel 2020 (Battaglia al Ponte al Voltuno; Semiramide alla difesa di Babilonia; L’incendio di Troia: Enea ed Anchise fuggono da Troia in fiamme) e provenienti dal Real Museo Borbonico (come evidenzia il marchio posto sulla tela), dove sono stati restaurati nel 1827 da Giuseppe Amodio per l’esposizione della quadreria, curata prima da Giovan Battista Finati (1822) e poi da Vincenzo Camuccini (1826 – 1828). Quell’allestimento privilegiava l’esposizione dei dipinti farnesiani, di Giuseppe Ribera e del suo allievo Luca Giordano, considerato dal Direttore Michele Arditi «l’ultimo pittore napoletano degno di comparire in una raccolta di pregio». Nel dopoguerra i dipinti compaiono nella Sala 25 della Pinacoteca della Reggia di Caserta accanto ai Fasti farnesiani e il 20 gennaio 1963 vengono consegnati alla Scuola di Pubblica Amministrazione, che li tiene fino al 2014, fino alla restituzione degli spazi e delle opere alla Reggia di Caserta.
