I costumi del Regno di Napoli: abiti e tradizioni dal passato.

CASERTA – Dall’arrivo di Carlo di Borbone, Napoli e Caserta diventano famose tappe del Grand Tour. Dal 1758 si aggiunge Paestum, da poco scoperta, che – con i suoi templi dorici – diviene il simbolo della Magna Grecia e del suo affascinante mondo culturale. Gli stranieri sono attratti da questo mondo nuovo e colorato e così nel 1773 viene pubblicata la Raccolta di Varii Vestimenti ed Arti del Regno di Napoli, nata dalla collaborazione dell’inglese Lord William Hamilton e di Pietro Fabris, autori anche di un secondo volume sui Campi Fhlegraei (1776 – 1779).

Nelle sue illustrazioni Fabris ritrae una terra felice, una ritrovata Arcadia. Le sue scene di vita quotidiana indugiano sul costume popolare, secondo uno spirito di documentazione illuminista che possiamo ritrovare in sei cacce dipinte da Alessandro D’Anna conservate alla Reggia di Caserta, in parte esposte nello Studio della principessa Maria Cristina di Borbone. La serie, smembrata e attribuita a vari autori, è stata da me ricondotta nel 2017 tutta a D’Anna, artista giunto nella Capitale borbonica da Palermo nel 1770, e potrebbe documentare una battuta di caccia nel territorio in prossimità del borgo di Vairano Patenora. Si evidenziano alcuni particolari: il re a tavola che si volta a guardare il pittore; la messa, la preparazione del banchetto, la retata dei cervi, alcuni ruderi che potrebbero rappresentare l’Abbazia della Ferrara (ringrazio l’architetto Antonio Friello). La Caccia alle folaghe, infine, si ispira a quella dipinta nel 1749 per Carlo di Borbone da Joseph Vernet (Avignone, 1714 – Parigi, 1789), il pittore dei Porti del re di Francia.

Nel 1782 al toscano Domenico Venuti (1745 – 1817), fratello dei famosi Ridolfino e Marcello, viene un’idea: perché non ispirarsi alla Raccolta dei Varii Vestimenti ed Arti del Regno di Napoli di Fabris, per realizzare un progetto spendibile come volano economico e strumento di promozione turistica per il territorio anche in Europa?

L’impresa ci viene raccontata da Minieri Riccio nella Storia delle Porcellane di Napoli e sue vicende (Napoli 1878), perché Venuti è Direttore della Fabbrica delle porcellane e sta collaborando con Carlo Vanvitelli alla decorazione della Reggia di Caserta.

Su sua indicazione, viene indetto un concorso per scegliere i due pittori che si occuperanno del progetto che diremo delle Vestiture del Regno. Il Direttore vuole «distruggere l’abuso che facevano i negozianti di stampe di figure ideali» e creare un repertorio di incisioni e piccole tempere (gouaches) da riprodurre anche sulle porcellane in produzione. L’impresa non nasconde una funzione didattica perché divulga sia agli stranieri che ai sudditi le vere immagini dei costumi popolari del Regno, simbolo di identità locale ed orgoglio comunitario.

Vincono il concorso Alessandro D’Anna e Saverio Gatta, che rinuncia a favore di Antonio Berotti, cognato di D’Anna, tutti esperti del settore della riproduzione di costume. Alessandro d’Anna è figlio del palermitano Vito (M.G. Paolini, 1986) e lavora sia all’Ufficio Topografico di Napoli per l’Atlante Geografico del Regno di Napoli (di cui realizza il frontespizio), sia alla Real Fabbrica delle Porcellane di Napoli, gli uffici che si occupano della “documentazione dei territori del Regno” e delle loro condizioni.

La campagna di illustrazione inizia nel 1781 per l’Atlante Geografico del Regno di Napoli, con la direzione del padovano Antonio Rizzi Zannoni, già cartografo del nonno di Ferdinando IV (Augusto III) in Polonia, in Danimarca e a Parigi. Il lavoro consiste nell’aggiornare una carta del 1769, sentiti l’Ammiraglio Acton e il Marchese della Sambuca, sostituto di Bernardo Tanucci. L’impresa cartografica dura 30 anni e viene completata nel 1812, poco prima della morte di Zannoni. Ad essa si affianca la documentazione degli abiti tradizionali: prima le Vestiture di Terra di Lavoro, dipinte da Alessandro d’Anna e Antonio Berotti, e poi le Vestiture del Regno dipinte da Berotti e Santucci, che riprendono quasi tre anni dopo, in contemporanea alla pubblicazione de Il Voyage Pittoresque (1781-1786) dell’Abate di Saint Non. La ricognizione degli abiti del Regno è capillare e dura 15 anni: attraversa la Terra di Bari, l’Abruzzo Ulteriore, la Calabria, la Sicilia. Nel mentre il re incarica Giuseppe Maria Galanti di analizzare le condizioni economiche delle varie province e, affascinato dai Porti di Francia di Vernet per Luigi XV, chiede al vedutista Jacob Phillip Hackert di dipingere i Porti del Regno (1789 – 1794) per arredare la Villa Favorita di Resina, nuova sede dell’Accademia Navale Borbonica diretta dal Generale John Acton, mandato a Napoli dal Granduca di Toscana per aiutare le sorti del Regno.  

Nel Natale del 1789 si sta rifinendo l’Appartamento del Generale John Acton nella Reggia di Caserta. L’Ammiraglio aveva ricoperto i ruoli di Direttore della Real Segreteria della Marina napoletana, di Capo del Ministero del Commercio e Marina, infine nel 1789 di Ministro degli Esteri con funzione di Presidente del Consiglio, col compito di riorganizzare la marina napoletana e rendere operativo il Cantiere navale di Castellammare di Stabia.

Il programma politico di Acton è raffigurato da Hackert nella prima Anticamera a mezzogiorno della Reggia di Caserta (Sala della Primavera), dove compaiono i dipinti che documentano il Ritorno della Flotta napoletana da Algeri (1784), dopo una delle prime imprese dalla Marina riformata; il Viaggio di Maria Carolina e Ferdinando in Toscana (1785), il Varo del Vascello Partenope nel Cantiere di Castellammare di Stabia (1786), l’Arsenale di Castellammare (1789), il porto di Gaeta (1789), Forio d’Ischia (1789). La stanza precede quella dell’ Udienza e quindi deve legittimare il ruolo di Acton a corte, che – poco prima della rivoluzione napoletana (1799) – gestisce il Consiglio di Stato quasi unicamente con il re e la regina.

Ora, avete mai notato che le vedute di Hackert, così come il presepe borbonico, rappresentano il popolo con le vestiture tradizionali? Anzi, Teodoro Fittipaldi racconta che il re abbia commissionato nel 1784 a Francesco Celebrano proprio una serie di pastori abbigliati con gli abiti tradizionali, che sembrano uscire dai quadri delle stagioni un tempo conservati al Casino di Sant’Antonio a Caserta e oggi al Palazzo Reale di Napoli. E da dove sono attinte le immagini se non dalle Vestiture del Regno, che dal 1954 si raccolgono agli Uffizi di Firenze?

Duecentotto pezzi, realizzati tra il 1785 e il 1799, costituiscono una delle più significative produzioni della Real Fabbrica di Porcellane di Napoli. Le prime 42 gouaches, firmate da autori diversi, vengono donate al Granduca di Toscana Pietro Leopoldo e alla moglie Maria Luisa di Borbone nel viaggio del 1785, ripreso da Hackert alla Reggia di Caserta (vedi foto).

Tra gli autori compaiono i nomi di Alessandro d’Anna e Francesco Progenie, anch’egli impiegato dell’Ufficio Topografico e pittore di alcune sovrapporte con le Stagioni dell’Appartamento di Francesco I di Borbone e Maria Clementina, sempre alla Reggia di Caserta. Insieme alle gouaches i sovrani portano in dono ai Granduchi anche diciotto biscuits con Donne in costume popolare di Terra di lavoro, perfettamente corrispondenti alle immagini delle tempere, che ci forniscono interessanti indicazioni sulla geografia dei luoghi e sulle loro attrazioni turistiche.

Le tempere più belle sono quelle di D’Anna, che non si limita a ritrarre le figure con i loro abiti tradizionali ma le inserisce nei territori, intente a svolgere le attività piu’ tipiche. Ne vengono fuori originali e preziosi souvenirs, come la Donna di Aversa (1785), venditrice di mozzarelle, con i suoi calzari di legno e il fascio usato come contenitore per il trasporto del prodotto. L’icona fiorentina è diventata la protagonista della mostra documentaria La Dama Bianca alla Tavola del Re. Mozzarella e allevamento bufalino negli archivi dei Borbone, esposta all’Archivio di Stato di Caserta fino al 31 gennaio 2026.

Non perderti questa occasione, vieni a vederla!

Direzione generale Archivi: Caserta | Mostra documentaria | “La Dama Bianca alla tavola del Re. Mozzarella e allevamento bufalino negli archivi dei Borbone”