
Scrivere qualcosa di sensato su questo contro-romanzo non è semplice. È la stessa fatica che Cortázar racconta nelle lettere ai suoi amici, poste in appendice all’edizione Einaudi (Super ET, 2015), dove confessa di aver meditato a lungo sulla destrutturazione del libro e sulla sua volontà di sottrarlo a ogni scansione temporale canonica.
Rayuela, tradotto in italiano Il gioco del mondo, è un labirinto cartaceo, un organismo pulsante che si offre al lettore come gioco e sfida. Pubblicato a Buenos Aires nel 1963, il libro ha segnato una rottura nella narrativa ispano-americana, superando le coordinate stesse della sperimentazione tipica del Boom latinoamericano.
La struttura è il primo scandalo: un libro di 633 pagine che si può leggere in almeno due ordini diversi, con la possibilità di saltare da un capitolo all’altro come sulle caselle della campana (rayuela, appunto). Non c’è un percorso obbligato ma un invito aperto al lettore a farsi complice, a entrare nel testo con la stessa libertà con cui si percorre una città senza mappa.

Il cuore narrativo ruota intorno a Horacio Oliveira, argentino esule a Parigi, e alla sua relazione con la Maga, figura enigmatica, candida e visionaria che a tratti sembra quasi non esistere, o essere un doppio di Horacio. Più che una storia d’amore, Rayuela è una meditazione sull’incomunicabilità, sul desiderio mai appagato di senso, sulla tensione verso un “altrove” che sembra scivolare via e non giungere mai al “centro” che il protagonista insegue per tutta la vita.
Poi c’è il Club del Serpente, una tribù di intellettuali che tra jazz, filosofia, quadri, letteratura e litri di vino cercano di strappare un frammento di autenticità all’opacità del mondo.
Ma è lo stile ad essere un campo di battaglia senza sosta e senza sconti per nessuno, né per l’autore, né per il lettore: un flusso che mescola registri, lingue (spagnolo, francese, italiano, inglese), neologismi e giochi di parole. Rayuela è dunque un’opera mondo: impossibile ridurla a trama, perché è un’esperienza della molteplicità e del dubbio. È un romanzo che sovverte l’idea stessa di romanzo, che ne mette in crisi i confini e che invita il lettore a diventare co-autore, a riscriverlo leggendolo.
Forse per questo, dopo più di sessant’anni, conserva intatta la sua potenza, non limitandosi a raccontare ma stimolando i sensi del lettore alle massime facoltà cognitive, costringendolo a guardarsi allo specchio e a chiedersi se davvero la letteratura non possa essere elevata a qualcosa di più della letteratura stessa, ovvero a stile di vita.

Leggerlo è stata un’esperienza a ostacoli, inevitabile in un’opera che si diverte a essere illeggibile per eccesso di intellettualismo, citazionismo e inside joke. Ma proprio per questo resterà per me una delle esperienze più esaltanti di lettura: un libro che non si limita a essere romanzo ma che ci costringe a ripensare la letteratura stessa come possibilità di vita.
