
“Nemo propheta in patria” è la frase attribuita dalle Sacre Scritture a un Gesù di Nazareth intento a stigmatizzare la fredda accoglienza riservata ai suoi conterranei. Spesso non ci accorgiamo di quello che abbiamo in casa. O di quello che potrebbe prestarci o donarci il nostro vicino. Non lo conosciamo nemmeno, a volte, il nostro vicino. Siamo alla spasmodica ricerca di un regalo di Natale, quando magari nostro figlio vorrebbe soltanto trascorrere del tempo con noi. Perché no, se lo educhiamo in tempo, andando a perdersi tra le opere d’arte. Quelle classiche, sì. Quelle di artisti stranieri, non bisogna esser mica nazionalisti. Ma dobbiamo imparare a scoprire e a coltivare ciò che spinge con forza per emergere dalla nostra di terra, e che sta aspettando solo un po’ d’acqua, magari sotto forma di lacrime di commozione, per ottenere il coraggio e la legittimazione.
È il caso di Flavio Lombardi. Nato a Caserta, è un pittore appassionato di nuove tecniche nel campo della digital art:
«Il mio viaggio artistico inizia sin da bambino quando ho cominciato a ragionare sul mondo e mi sono accorto di guardarlo con occhi diversi. Ho sempre disegnato, dipinto e scarabocchiato ovunque, a cominciare dai compiti che svolgevo sul quaderno, intervallando diverse pagine in cui mi spingevo a scrivere anche in orizzontale o in obliquo. Onoravo i miei impegni, ma in una maniera totalmente mia. Nella mia testa non vi era spazio per alcun tipo di regola per quanto riguarda l’ordine o la disciplina. Per cui da un lato ottemperavo a quelli che erano i miei doveri, dall’altro trovavo il modo per divertirmi. Questo modus operandi rispecchia il succo della mia vita. Ho sempre portato a termine tutti gli impegni classici: dagli studi alla famiglia, passando per le amicizie. Dall’altro però ho sempre svolto le attività secondo un mio criterio, un mio modo di vederle».
In occasione delle celebrazioni per l’anniversario dei 250 anni dalla scomparsa dell’architetto Luigi Vanvitelli, il 26 maggio 2023 ha esposto presso il Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio la sua collezione “Phygital”, dedicata al Maestro.
Sul retro dei quadri fisici, di dimensioni 100×100, vengono presentati dei microchip, capaci di ricondurre, tramite tecnologia NFC, al relativo gemello digitale dell’opera. Il chip funziona come la carta di credito installata sul device: basta avvicinarsi e sul display si avranno a disposizione tutte le informazioni. La tecnologia collega l’opera al sempre crescente mercato degli NFT, mentre la blockchain, tramite un certificato unico, ne garantisce l’autenticità.
Nel suo bagaglio tecnico è prevista la sovrapposizione di più livelli grafici, offrendo sia un’esperienza tattile che digitale. Partendo dallo studio della tecnologia applicata all’arte e attraverso un costante confronto con esperti d’arte e informatici, l’artista è giunto nei primi mesi del 2023 all’attuale visione artistica “phygital”, neologismo e crasi tra “physical” e “digital”: l’uso della tecnologia per costruire un ponte tra mondo fisico e mondo digitale.
Incuriositi dal vento di bellezza e dalla portata innovativa, l’abbiamo intervistato, per scoprirne di più sulla sua figura artistica:
L’arte comporta l’assenza di regole? O è uno strumento per sovvertirle? Quando svolgevi i compiti in orizzontale eri libero. È libertà l’arte?
«Assolutamente sì. Credo che innanzitutto sia fruibilità. Sono due aspetti importantissimi, come il sovvertire lo status quo. Ad esempio, ho preso spunto dalla statua del Vanvitelli e l’ho rivisitata in chiave pop, stravolgendo tutti i canoni tipici di questa figura legata a doppio filo al territorio».
Quant’è importante la chiave pop per veicolare l’arte in un periodo in cui la cultura classica sembra essere entrata in crisi?
«Secondo me è fondamentale, perché l’arte deve essere accessibile a tutti. Deve essere popolare e attuale. Io credo che l’arte vada diffusa: è impossibile contenerla all’interno di gallerie o di musei. Questo è un retaggio storico che ci portiamo dietro, ma per me l’arte deve essere alla Banksy, sui muri, ovunque. Deve entrare in contatto con la gente, essere tangibile».
Deve raccontare la gente o raccontare alla gente? Deve essere più diretta o mediata? Un’arte in cui le persone si possano rispecchiare o grazie alla quale possano riflettere?
«Credo che sia diretta. Le opere troppo sofisticate sono indubbiamente solo per una nicchia di persone, per un’élite. Il pop ha proprio questa caratteristica fondamentale: dalle scuole elementari fino all’università, ai laureati, una sagoma, una figura semplice la riconosci. E nel mio caso, per esempio, sono partito dalla Reggia di Caserta e dal Vanvitelli e li ho stilizzati. È un qualcosa di riconoscibile. È anche una questione di facilità con la quale si entra in contatto con il colore. Ti dà proprio quel vantaggio, quell’upgrade rispetto magari a dei quadri astratti o concettuali: altrettanto belli, ma con un linguaggio indubbiamente più elevato, più sofisticato».
C’è bisogno di entrambi i tipi d’arte? Di un’arte più elitaria e di un’arte più pop? Dell’alto e del basso, se basso si può definire il pop?
«L’arte è un linguaggio, tra virgolette, universale. I simboli di Vanvitelli e della Reggia racchiudono un messaggio di identità, di appartenenza al territorio. Sono delle statue che hanno a che fare con la mia città. È vero che è al 98º posto nella classifica delle città dove si vive peggio in Italia. È vero che ci sono i fossi per strada. Ma tralasciando tutti questi difetti, io mi sono concentrato, per una sola volta, su degli aspetti vivi, che spero possano regalare un’emozione. Lo faccio anche per i casertani che sono andati via, con la speranza che possano tornare o quantomeno pensare a Caserta e ricordarsi che c’è, è viva».
Tiene banco una diatriba storica in questo campo: con la cultura si può mangiare? L’arte può essere considerata un lavoro? Un lavoro primario si intende.
«Non è un lavoro. L’arte non è un lavoro. Per mestiere la sfruttano i galleristi. L’artista pensa, dipinge, crea quello che gli passa per la testa. Poi tutto l’aspetto economico e commerciale dei quadri che vengono venduti a milioni di euro – non è il mio caso (scherza, ndr) – è di contorno».
Che direbbe, come incoraggerebbe un ragazzo che si diploma al Liceo artistico o semplicemente ha una passione, un’inclinazione per l’arte?
«Di concentrarsi a fare le cose e a farle bene, poi tutto il resto è relativo. L’aspetto fondamentale è che stia bene con se stesso e che non sia contaminato dai galleristi o da discorsi fuorvianti. L’artista nasce puro, ed è un bambino. E rimane bambino. Se un artista è puro ed è un bambino egli dipinge quando ha voglia, dorme quando ha voglia e fa ciò che vuole. Invece se finisce tra le grinfie di un gallerista che lo va a plasmare, crescerà solo da un punto di vista economico, ma mai artistico».
Quindi si può dire che un artista deve pensare da bambino e solo così vivrà da adulto?
«Deve essere sempre bambino, non deve mai conoscere l’età adulta. Mai. Altrimenti si ferma, e comincia a pensare. E lì, ahimè, è la fine dei giochi».












