RACCONTO / Selvaverde e il re di via Zingara

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto, così come se ne arriveranno altri.

CASOLA (Caserta) – Via Zingara è l’antico sentiero  verde che porta  al borgo di  Casertavecchia; a lato di esso, circondato da profumati arbusti di sambuco e da un fitta siepe di noci   avellane, sorge il cascinale paterno che ha visto la mia nascita.

La casa, oggi ristrutturata e adattata alle esigenze moderne,  ha resistito alle  recenti scosse telluriche perchè costruita su solide fondamenta di pietra, come  ricordava sempre mio padre quando da piccolo chiedevo l’origine di un anfratto scavato nel cuore di Sorrone, la panoramica collina che si eleva ad un centinaio di metri dalla casa;  la profonda ferita al monte  era stata inferta  dal nonno che prelevò tonnellate di pietra per riempire le fondamenta della casa e le pareti del vicino pozzo di acqua sorgiva. La cava, di forma semicircolare, rassomiglia ad un antico teatro greco con le spalle rivolte al monte e l’apertura verso il paese.

Essendo riparata dai venti di tramontana ed esposta al caldo sole di mezzogiorno è il luogo ideale per la coltivazione di piante che amano le temperature miti come il fico d’India e il fico nostrano;  fanno da corona tante piante di mirto e  ginestre che con il loro profumo, fin da piccolo, mi hanno fatto conoscere i vantaggi di una vita vissuta a contatto con la natura. Seduto su una pietra concava, accogliente come una poltrona da salotto, all’ombra del fico, sognavo un avvenire bello in un mondo felice, come felici erano gli uccellini che beccavano i fichi maturi o si rincorrevano tra i fiori nei loro giochi d’amore. Quando d’estate il calore del sole rendeva insufficiente la frescura del fico solitario, attraverso un sentiero di pochi metri mi riparavo al fresco di un boschetto di castagni che costituivano la mia oasi segreta, violata solo raramente da qualche coppia di fidanzati in cerca d’intimità.

Accovacciato su un variopinto tappeto di viole, ciclamini e margheritine era piacevole e spontaneo alternare lo studio ai sogni  in un ambiente bucolico ideale, com’era la “Selvaverde” di casa mia. Il profumo dei fiori non mancava quasi mai, il cinguettio dei passerotti e il canto melodioso dei fringuelli, dei  cardellini, degli usignoli   e dei merli era la norma;  quella solitudine apparente era piena di vita.

L’occhio esperto sapeva individuare nei cespugli del sottobosco gli occhietti vivaci dell’amico pettirosso che era ormai abituato alla mia silenziosa compagnia; un leggero fruscio e vedevo apparire  i due occhioni del gufo che scuoteva la grossa testa  a luna piena, preoccupato per la  lunga permanenza dell’intruso che, con la sua presenza, gli impediva di imbeccare i figlioletti affamati; un tramestio di foglie secche e vedevo  la lucertola  catturare il suo insetto preferito; un cauto strisciare ed ecco  che si affacciava timida la testolina del  serpentello che, constatata la mia presenza, si  chiedeva se era il caso di ritornare nella sua tana o continuare nella sua caccia in cerca di un bocconcino.

Un grosso ciottolo rivestito d’aculei si muoveva lentamente e comprendevo che non era il frutto del castagno ma  un vero riccio che tentava la sua sortita solitaria; un rosicchiare ed ecco che appariva lo scoiattolo che aveva trovato  la sua noce o la sua castagna quotidiana; un rumore di alberi mossi  e mi assaliva la paura che dalla buca scavata ai piedi del vecchio castagno  uscisse la volpe o il tasso; il rombo di un motore che si arrestava e mi assaliva il pensiero che fossero arrivati i soliti fidanzatini che competevano per il mio rifugio; certamente non  potevo dire di essere solo, perché una natura amica mi circondava con tutti i suoi abitanti, per lo più graditi o noiosi e assordanti come le cicale.

La quiete e il silenzio era rotto oltre che dalle cicale, per fortuna solo nel periodo estivo, anche dal grido lancinante della civetta o delle gazze che mi avvisavano quando qualche disturbatore era in arrivo.

Questo era il mondo che mi ha visto crescere e che ora ricordo con tanta nostalgia, perché l’ho abbandonato per sempre. Mia grande soddisfazione è che di quel mondo abbia goduto un vero amico che ha amato da sempre la mia famiglia, fin da quando lui era piccolo e frequentava la casa dei miei genitori. Alludo a zio Pasquale, u’ re d’a Zingarella(il re di via Zingara), come lui soleva definirsi, che, insieme alla brava e silenziosa  moglie Concettina, ha abitato in quella casa e ha goduto pienamente di quel mondo bucolico.

Nato in una famiglia di braccianti agricoli, Pasquale aveva vissuto fin da piccolo una vita di stenti in cui era un dono di Dio trovare un pezzo di pane con cui sfamarsi. “Dottò’ voglio bene a’ famiglia vost’ pecchè a mamma vosta nun m’ha fatt’ mancà mai nu poc e’ pan’e companatic ogni iuorn’” (Dottore voglio bene alla vostra famiglia perché vostra madre non mi ha fatto mancare mai pane e companatico) così soleva rispondere quando lo lodavo e gli chiedevo il motivo di tanto attaccamento a me e alla mia famiglia.

La gioventù l’aveva passata nel cantone svizzero di Zurigo, dove aveva potuto raccogliere i frutti della sua laboriosità e mettere da parte un gruzzoletto che gli aveva permesso, tornato in Italia, di sposare Concettina, la donna del cuore che l’aveva aspettato con tanto affetto.

L’amore ricambiato  per Concettina e per i suoi tre figli era il suo motivo di vita e di felicità. Non desiderava ricchezze, divertimenti o  quelle altre cose superflue che rendono infelici gli uomini. “Dottò dit’ a me, un’ può avè tutto l’or’ du munn’ ma quand’ sta litigat ca mogliera, che s’ n’ fa! Tutt’ è velen’!; quandun, invec’, sta in pac’, bast’ pur pan e cipoll’ p’esser’ felic!”  A me nun m’ manc’ proprie nient, grazie a vuie, che m’ facit stà copp’ a ‘ terra vost’ e dint’a casa vosta, i m’ sent  comm’ nu’ re :” Ie song u’ re d’a zingarella”. Ie sto megli e’ vuie, pecchè vuie sit nu professore, ma avit ubbidì semp’ a nu direttore, io invece,  ca’ miez,  facc’ chell’ ca voglio e nisciun m’ cumann’.” Vuie p’ trovà u’ pan’ avit lasciat’ i figl’, a muglier e a casa vost e stat  a suppurtà u’ fridd e a nev’ e Campuasc, proprie comm quant’ ie stav’ a Svizzera e u’ padron’ diceva: “Schnell! Arbeit, Arbeit”, mo’ i sto sott’  o’ sol’ e all’aria apert’ a  casa mia…  chi stà meglie e nuie duie’? Vuie ch’avit’ studiat’  tan’ann o ie?; vedit’ che belle viti, che mandarini, che  fichi,  per coche! Quanta verdur’, scarol, cipoll’, ravanell, finocchi, fiori! A d’ò o verit’ tant’ ben’ e Dio a  Campuasc’? “ (Dottore dite a me una persona può avere tutto l’oro del mondo ma se sta in disaccordo con la moglie che se ne fa! Tutto diventa veleno!; quando invece una persona sta in pieno accordo basta solo pane e cipolla per essere felici!

A me non manca proprio niente, grazie a voi che mi concedete di stare in questo posto mi sento come un re: io sono il re della Zingarella. Io sto meglio di voi perché voi, pur essendo un professore dovete obbedire a un direttore, io, invece, qui faccio quel che voglio e nessuno mi comanda. Voi per trovare lavoro avete lasciato figli, moglie e casa e state a soffrire il freddo e la neve di Campobasso, proprio come me quando stavo in Svizzera e il padrone diceva. “Svelto lavorare, lavorare! Ora io sto al sole e all’aria aperta a casa mia…chi sta meglio di noi due? Voi che avete studiato tanti anni o io? Guardate che belle piante diviti, di mandarini, di fichi,  di pesche! Quanta verdura, scarole, cipolle, ravanelli, finocchi, fiori! Dove lo vedete tanto ben di Dio a Campobasso?).

Concettina era l’immagine speculare di Pasquale, cui era legata oltre che da un grande amore da stima infinita. “Dottò quant’è brav Pascal’ mio! Avit’ vist’ che belle vit’!  E’ proprie n’artist! Ha imparat tante cos’ a Svizzera! Menu mal ch ci sta iss, pecchè ie song analfabet, chavess fatt’ senza Pascal’? Pur vuie, ogni cos’  chiedetel’ a lui , pecchè sap’ fa proprie tutt!” (Dottore quanto è bravo il mio Pasquale! Avete visto che belle piante di viti! E’ proprio bravo! Ha imparato tante cose in Svizzera! Meno male che ho lui perché sono analfabeta, cosa avrei potuto fare senza Pasquale! Anche voi chiedete ogni cosa a lui, perché sa fare proprio tutto!).

E ora anche Pasquale non c’è più. Diceva sempre  che a lui i medici non servivano perché gli bastava l’aria e la serenità d’a Zingarella; una volta sola si è ricoverato in ospedale ed è morto serenamente nel  suo letto, senza dar fastidio a nessuno e in silenzio com’era vissuto. Come succede sempre quando l’amore di coppia è grande, dopo un anno l’ha seguito anche Concettina.

Chi oggi o domani visitasse il piccolo cimitero del quartiere troverà in bella evidenza, all’aperto, in fondo al viale a sinistra di chi entra, due semplici lapidi, esposte al sole e alla pioggia, ma sempre ricche di fiori che i figli rinnovano con tanto amore; sono disposte  l’una accanto all’altra e tutti possono riconoscere i volti sorridenti di Pasquale e Concettina abbracciati per sempre nella morte come lo sono stati nella vita. 

A che vale una cappella gentilizia sbarrata da un cancello dove si giace isolati da morti come lo si è stati da vivi! A che valgono le ricchezze e le disponibilità in denaro! Servono solo a rendere schiavi del superfluo, che essendo grande amico dell’invidia, isola l’uomo dalla natura e dalle sue creature. Non è più bello vivere e morire  come il re d’a Zingarella che è vissuto in vera libertà  in contatto diretto con la natura circondato dall’affetto di tutti, che non comprendendo la sua fortuna, lo hanno circondato d’affetto  perché non era da invidiare; da morto riposa in pace in una semplice tomba all’aperto, insieme alla sua amata, a tutti i compaesani e nelle braccia amorevoli di  madre natura, che accomuna e ama  tutti gli esseri, senza distinzione alcuna. Che delusione provai quando a Milano visitai il cimitero monumentale!

Che squallore vedere quegli imponenti monumenti di marmo freddi, soli e abbandonati! Quando ci convinceremo finalmente che il ricordo dei nostri cari non è legato ad una fredda tomba ma risiede in fondo alla nostra mente e è affidato all’amore e ai messaggitrasmessi in vita!