Le parole non dette.
In ogni relazione sentimentale – sia essa espressamente d’amore o amicale o anche familiare – ci si scontra sempre con le parole, con quelle situazioni da «che cosa avrà mai voluto dire?». Scontarcisi è, ogni volta, un po’ come partire alla ricerca di una nota a pie’ di pagina in un testo che, agli occhi di chi parla, è ben più che chiaro ma che, all’interlocutore in crisi, non è chiaro affatto. Capita spessissimo, diciamoci la verità. Forse capita più spesso di quanto dovrebbe capitare. Talvolta ciò che dovrebbe esser chiaro non è il «testo» in sé, l’argomento della discussione, ma il sottotesto, il sostrato di detto-non-detto che accompagna una comunicazione chiara solo in superficie. Insomma, criptografia. E nemmeno delle più semplici.
Il bello di queste situazioni è che la cripticità – talvolta davvero spicciola – mette in crisi un sistema che si riteneva rodato. La fisiopatologia del dubbio fa sì che questo si insinui dappertutto, cambi il colore ad idee, situazioni, interpretazioni. Tutto si inceppa, come se si fosse versata colla a caldo su degli ingranaggi prima perfettamente lubrificati. Si va avanti solo per un po’ e, poi, tutto si ferma. Il bello è che l’alone di mistero interpretativo spesso non si ferma al dato ricevuto – «non ho capito e mi chiedo cosa voglia dire» – ma prosegue lungo circuiti mistici ed altrettanto criptici che conducono a fornire risposte (più per la creanza del discorso che per effettivo desiderio) ancora meno chiare – «non ho capito cosa vuole dire… ma devo rispondere? Va be’, mo rispondo così…». È come se, ricevendo una comunicazione in cinese (e io, di cinese, non so una parola) rispondessi ad una eventuale domanda farfugliando parole in una lingua inventata sul momento. Sempre se il comportamento non si distingua per maggiore brillantezza, optando per soluzioni più intriganti. Tipo non rispondere e lasciare appeso il discorso.
Babele è dietro l’angolo. Sembra uno spot pubblicitario, ma è un dato di fatto. Credo di aver letto una quantità enorme di articoli, commenti, discorsi e prediche sulla differenza di linguaggio tra uomo e donna. «Viaggiamo su binari diversi… veniamo da pianeti diversi… ragioniamo in modi diversi». Per carità, tutto vero. Però, che Babele sia dietro l’angolo non è un problema: basta non andarci. Non è una novità dell’ultimo secondo il comprendere che ognuno di noi è diverso sotto centinaia e centinaia di punti di vista. Ognuno ha il suo modo di vivere ed il suo modo di esprimersi e, spesso, usa il linguaggio più come un’arma di difesa che come un vero e proprio strumento di comunicazione. Ma questa dovrebbe poter essere una ricchezza e non un problema.
Chi intrattiene un minimo di rapporto col dizionario, sa perfettamente che molte delle parole che utilizziamo hanno almeno una decina di significati, spesso abbastanza contraddittori fra loro. Pertanto, affidarsi al linguaggio sic et simpliciter è un po’ come lasciarsi guidare da un cieco in piena notte. Le differenze si comprendono e si superano ragionando sul contesto e non sul testo. Perché se ci fermassimo ad analizzare con un po’ più di calma cosa c’è dietro a qualcosa di detto – o non detto – allora noteremmo che quanto abbiamo ascoltato, molto probabilmente, ha un significato ben preciso. E non è affatto criptico.
Vanno comprese le differenze e va lasciata loro la libertà di esprimersi. Quando siamo in grado di farlo, allora non c’è alcun dubbio. Anche se, magari, il ragionamento non ci appartiene in toto perché riguarda qualcosa del gusto, delle idee, del tipico modo di fare di una persona in particolare. Fare questo vuol dire non liquidare chicchessia in tre parole solo perché ciò di cui parla non ci appartiene. Ho assistito tante volte ad accese discussioni prive di un punto di contatto, magari perché un ragazzo si sfogava con la propria fidanzata per una partita di calcio andata male o, viceversa, la ragazza col ragazzo perché, prima di una festa, l’amica del cuore non aveva invitato lei ma qualcun’altra ad andarsi a truccare a casa sua. La dinamica della partita di pallone non appartiene, tipicamente, alle fanciulle ed, allo stesso tempo, quella dell’andarsi a truccare a casa della migliore amica non è proprio una occupazione maschile. Però, citando Terenzio, «homo sum, humani nihil a me alienum puto», sono un uomo e non mi è estraneo nulla che sia umano. Allora perché non farsi una domanda in più e non fermarsi ad ascoltare un minuto in più?
Capire l’altro non è un’impresa ciclopica. Ma non è nemmeno una gara in cui vince chi arriva per primo, chi fa meno domande o chi fa meno giri pindarici per tirar fuori una minima interpretazione (spesso assolutamente sbagliata). Non è una lotta destinata a definire chi resta indenne dai dubbi, chi ha più pregiudizi sensati o chi salvaguardia meglio il suo orgoglio. Perché, spesso (anzi, sempre), è così: «a me non interessa cosa vuole (mentre, invece, ti interessa eccome!) e non ho alcuna intenzione di chiederglielo. Quindi non rispondo nemmeno». E, allora, si aggiunge alla difficile interpretazione del messaggio, la risposta assente o banale o inutile. A vantaggio di cosa? Quasi sempre di nulla… e il tempo passa e crescono le dimensioni dell’orgoglio degli interlocutori. Poi, non appena è abbastanza grande, con l’orgoglio ci si può sempre fare qualcosa. Una volta ho visto un piumone fatto di orgoglio.
Domandare è gratis. Non si paga, lo sapevate? Certo che lo sappiamo tutti, ma è bene ricordarselo. Spesso, invece, ce lo dimentichiamo e, complice la pessima abitudine dell’orgoglio, si perde anche il desiderio di chiedere. Pur di non apparire fragili, a vantaggio di una onniscienza umana che non c’è, si preferisce il dubbio e lo star male ad una domanda – che spesso coinciderebbe con un «come stai?» – che potrebbe cambiare davvero tante cose. Ha un suo valore il domandare. Vuol dire tante cose, anche quando non si imbrocca la domanda giusta, vuol dire «mi importa di te», ma anche «sei dentro di me, ti penso e mi preoccupo di te» o, ancor di più, «ho cura di te e voglio sapere come stai». Certo, ogni cosa ha un limite, e ci sono quelle situazioni in cui può non aver più un senso domandare. Ma porre una domanda ha un suo valore, così come lo ha il rispondere. Soprattutto rispondere con coerenza. E dovremmo ricordarcelo soprattutto quando i criptici siamo noi, quando non siamo lì a difendere la parte delle vittime ma quella dei carnefici.
Ognuno è fatto a suo modo. È una verità assoluta, direi che c’è ben poco da aggiungere. Però per superare quel muro di difesa che ognuno si costruisce ci vuole pazienza, dedizione e cura. Non è detto che ci si riesca o che ci siano le giuste condizioni per riuscirci però, talvolta, capita qualcosa dentro di noi che ci spinge a desiderare di superare quel muro che qualcuno si è costruito gettando un ponte tra un cuore e l’altro. Allo stesso tempo può capitare di desiderare di abbattere il proprio muro e di lasciar che chi abbiamo accanto provi a costruire questo ponte. Spesso, però, finiamo per dimenticare quello che abbiamo speso per l’altro e quanto e quale impegno sia stato anche solo provare a far star su un ponte. Dovremmo ricordarcelo ogni volta che sopraggiunge una difficoltà, invece. Ogni volta che qualcosa si inceppa, che nasce una incomprensione, ogni volta che sembra che qualcosa non vada così come vorremmo. Anche se finiamo per farlo in ritardo, per scrivere una risposta dopo due giorni, anche se la spunta di visualizzazione di WhatsApp è più che è scattata, morta e sepolta.
Per le più straordinarie avventure si parte disarmati. Si affronta il percorso così come viene, perché il viaggio vale la pena di essere compiuto. Se dovessimo fare una sorta di resoconto dei giorni migliori che abbiamo vissuto, ci renderemmo conto che i ricordi più belli sono quelli dei giorni in cui ne siamo venuti a capo da situazioni terribili, i giorni in cui siamo stati illuminati, in cui l’alba ha cominciato a spuntare quando meno ce lo saremmo aspettato. E l’alba arriva con pazienza, con calma e cocciuta dedizione. Arriva sempre, ogni giorno, anche se fa buio ogni giorno.
Noi siamo liberi e non c’è nulla di più bello dell’incontro di due libertà. Siamo liberi di rispondere, così come di non rispondere. Siamo liberi di essere chiari, così come di essere criptici. Siamo liberi di esserci, così come di lasciar perdere. Siamo liberi di proseguire… così come di tornare indietro. La libertà fa sempre i conti con sé stessa, ed è davvero vera solo quando si rende conto che ha un suo limite. Esistono delle situazioni oltre le quali non si può andare. Esistono muri che non si possono valicare e scelte oltre le quali non proseguire. Un po’ per dignità, un po’ per rispetto… e un po’ perché non c’è assoluta compatibilità tra le parti. Fare la strada, però, vale la pena. A meno che non ci si possa fare davvero male dietro l’angolo. Ma per una domanda in più, siatene certi, non è mai morto nessuno.
