In ascolto di te.
Quanti sono gli strati di bianco e di blu che fanno azzurro il cielo? Sono di più o di meno delle sfumature di colore che stanno in due occhi, nei suoi occhi? E il numero di fili e di trame (e il loro nome) che fanno caldo un maglione? Sono più o meno dei secondi che fanno tale un abbraccio sentito? E quanti sono i secondi che stanno dentro un bacio? Dietro un «aspetta»? Quanti sono i modi che lei ha di giocare con i capelli? Quali sono le rughe che muovono il suo sorriso? E la canzone che canticchia quando è felice? Qual è il suo modo di muovere le mani mentre gioca con un anello? Di guardare lontano? Di accostare la testa alla sua spalla quando scrive?
Potrei portare avanti domande su domande. Riempire libri su libri di domande. Così come ognuno di noi potrebbe, più o meno, custodire le proprie risposte. Io spero, riempire libri solo di risposte. Sono domande che potrebbero apparire banali, ma, in generale, non sono domande dalla semplice risposta. Piuttosto, potrebbero apparire insignificanti, prive di senso. Ma non lo sono.
Ognuno di noi è abituato a conoscere le persone secondo i propri metodi di confronto, di approccio. Più o meno, ognuno ha la propria capacità di andare a fondo. Con le domande che ritiene giuste. Però non sempre il «kit» di domande che ci portiamo serve ad andare veramente a fondo, a conoscere realmente chi abbiamo di fronte. Talvolta, le risposte che ci portiamo a casa sono quelle che vogliamo sentire noi o, meglio (o peggio), quelle che ci diciamo da soli, che ci fanno piacere. Inconsciamente le mettiamo in bocca all’interlocutore quando, probabilmente, l’interlocutore non ha detto niente o ha detto tutt’altro e siamo stati solo noi a parlare.
Eppure, sebbene scollegate a prima vista, la profondità di conoscenza di un’anima va di pari passo con la profondità di conoscenza dei gesti di un corpo. C’è poco da fare. Andare a fondo, scambiarsi le idee, le paure, i sogni… vuol dire anche scambiarsi tutte quelle sensazioni e quei messaggi che, passando per quel cuore, vengono fuori da quello che mostriamo. Spingersi al limite del cuore è anche spingersi al limite di un corpo. Conoscere un cuore centimetro per centimetro è anche conoscere, uno alla volta, i modi di fare, di giochicchiare, di trasformare un gesto in un’espressione. Perché sapere in che modo ti tocchi i capelli quando ti alzi, il modo in cui incroci le gambe quando messa in difficoltà, il modo di scuotere testa e capelli quando ti esprimi, vuol dire, soprattutto, sapere quali sono le espressioni del cuore che stanno dietro i singoli gesti.
La prima domanda a farsi spazio, adesso, ruota intorno a un «come» e a un perché: come si fa a conoscere tutti questi gesti e perché conoscere questo modo estetico di esprimersi corrisponde alla conoscenza del cuore? La risposta è tanto semplice quanto difficile da applicare. Alla base di tutto – osservazione e conoscenza – c’è l’ascolto.
Posso conoscere fino in fondo le sfumature di due occhi solo quando mi sono perso, in silenzio, molte volte, ascoltandoti parlare, nei tuoi occhi. Ore e ore di osservazione, di ascolto, di ammirazione, di cuore e mente, insieme, a braccetto nei tuoi discorsi. Posso conoscere i tuoi modi di giocare con i capelli solo quando ho smesso di parlare e mi sono soffermato a guardarti, nel silenzio che precede la risposta. Allo stesso modo posso scoprire e innamorarmi (od odiare) ogni piccolo gesto, ogni piccola abitudine, ogni piccolo difetto: ascoltando. Ascoltandoti parlare ed ammirandoti nel silenzio, senza altra distrazione.
Udito e vista ragionano insieme. Sono sensi fatti per scomporre, per sminuzzare discorsi e riflessi. Fatti per mescolare colori e parole ed estrarne il frutto di un ragionamento o di una superfice. Le carezze, se ci pensiamo, fanno rumore. Tutti i nostri gesti hanno un rumore. E se il tatto e il gusto e l’odorato sono i sensi dell’amore intenso, della passione. Allora vista e udito sono i sensi della conoscenza, dei primi istanti. Sono i sensi dell’esplorazione, dei primi passi. La guida per una lunga scala che punta dritta al cuore, al centro dell’altro.
È così che ci si innamora, che si passa dall’infatuazione all’affetto più profondo. Ascoltando ed osservando, sono pronto a scoprire, ogni giorno, qualcosa di nuovo. Qualcosa di bello. Qualcosa di importante che fa l’affetto sempre pronto ad inseguire quel particolare che, fino ad allora, poteva apparire inesistente ma non, per questo, insignificante.
Dovremmo fare, ogni giorno, almeno un’ora di ascolto. Non solo di chi amiamo, ma di tutti coloro che fanno la nostra vita. Non so se questo potrebbe renderci migliori. Di sicuro, potrebbe farci più attenti. E quando i nostri timpani così sottili da poter vibrare al respiro del sonno di un bambino e i nostri occhi saranno abbastanza grandi per contemplare il bello, allora saremo pronti per cambiare prospettiva e portarci, finalmente, col naso all’insù, ad osservare gli strati blu e bianche che fanno azzurri il cielo. Potremo cominciare ad assaporare, oltre al respiro ed alla bellezza del mondo, il respiro e la bellezza di Dio.
