Conversando sulla Carità a Caserta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
CASERTA – Lunedi scorso, 22 dicembre, sono stato invitato, in duplice veste (?) alla rinomata Pasticceria Mungiguerra, sponsor Ufficiale della altrettanto rinomata squadra di Basket di Caserta, la Juve, ora ribattezzata Eldo.
Ebbene si, c’ero anche io. Discreto, un po’ impacciato (preferisco discutere di previdenza o misurarmi ai fornelli), forse non a mio agio tra stelle del basket, flash, tivù locali e tanta ma tanta gente; ma l’occasione era di quelle importanti ed io, che spesso millanto di essere un acuto osservatore della realtà che mi circonda, non potevo mancare!
C’erano proprio tutti: il padrone di casa, Nicola Mungiguerra (famoso, ahinoi, perché è troppo buona, per la mitica polacca), soci, dirigenti, coach, promesse e future promesse (si spera!) della Eldo Caserta, Gianluca Sizwe Castaldi della “Tenda di Abramo”; Giovanni Allucci di Agrorinasce per “La casa di Don Diana”; don Claudio Nutrito, parroco di Sant’Antonio, accompagnato dalle sue instancabili volontarie della “Caritas Parrocchiale Sant’Antonio” e infine loro, i tifosi, intervenuti in gran numero per stringere e abbracciare da vicino i giocatori della Juve Caserta nel rituale scambio di auguri. In serata, l’annuncio del patron Mungiguerra di donare, con l’avvento delle festività, ai bambini bisognosi, attraverso le tre organizzazioni benefiche intervenute alla manifestazione, dolci di Natale e calze della Befana. Punto.
Ma allora perché parlarne ora, solo ora, a distanza di una settimana, come mi obiettava il mio Direttore Luigi Ferraiuolo; a tempo scaduto, come direbbe un cronista sportivo?

Caro Luigi, cari amici miei, pazienti lettori, io non sono un giornalista, non aspiro ad esserlo né a diventarlo, né tantomeno possiedo i cosiddetti tempi del giornalismo, soprattutto se riferiti ad un quotidiano on-line. Sono, anzi, sarei un esperto di sistemi previdenziali che cura – volontariamente – sull’Eco di Caserta una rubrica sulla Previdenza.

Ma allora, come direbbe un personaggio pubblico, tanto pubblico che il troppo pubblico comincia a nuocergli, che c’azzecco io? Perché porsi il problema e non lasciare ai professionisti dell’informazione di riportare la notizia dell’evento, magari nei tempi, con gli spazi, e nei modi ad essi consentiti?

Riferiva qualche autorevole giornalista con la G maiuscola, che i quotidiani di oggi servono ad incartare il pesce di domani…figuriamoci…E allora perché dimenarsi così tanto?

Perché dare rilievo ad una serata con dei risvolti, seppur minimi, di beneficenza? Perché parlare di Organizzazioni che si occupano di Carità Cristiana? Perché, in definitiva parlare della Carità? E, poi, perché io?

Forse perchè, ed utilizzo le parole di Kafka “…Tu sei il compito”, e “…Se noi stessi siamo il compito, allora il compito è inesauribile”, o forse, come riferiva il famoso filosofo e sociologo francese Edgar Morin in un articolo riportato su un quotidiano nazionale, circa la possibilità che la crisi economica e finanziaria mondiale abbia di aprire nuovamente le menti alla complessità: “…Abbiamo finalmente l’occasione di ripensare la nostra civiltà prima che sia troppo tardi. Per troppo tempo abbiamo creduto che lo sviluppo tecnologico ed economico sarebbe stato la locomotiva della democrazia e del benessere. Oggi bisogna cambiare l’egemonia della quantità in favore della qualità e di beni immateriali come l’amore e la felicità”.

Ecco il perché: parlarne, discuterne, darci da fare, insomma, forse ci darà la possibilità di riscoprire un valore così pregnante come la Carità: che la si voglia valutare da un’ottica sociologica, come ci invita a fare il filosofo francese Morin quando parla di “…qualità e di beni immateriali come l’amore e la felicità”, o in chiave teologica come fa San Paolo apostolo nella prima lettera ai Corinzi quando ci descrive così compiutamente una via migliore di tutte; è al risultato cui noi tutti dovremmo tendere:“…La carità non avrà mai fine. Fratelli, vi mostrerò una via migliore di tutte. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! (San Paolo) .

A questo punto, tenendo presenti le parole di San Paolo, come potrei esimermi dal citare, e di questo ne sono convinto, loro si schernirebbero, due donne, che nulla chiedono in cambio, due esempi di concreta, anonima e discreta carità cristiana di cui sono venuto a conoscenza?

L’uno legato al nome della signora Pia Caterino, sempre pazientemente attenta e vicina alle necessità ed ai bisogni della Caritas Parrocchiale di Sant’Antonio; l’altro, quello di Angela Campi del noto locale Tequila che, da tempo e discretamente, assiste e sostiene, dai più elementari bisogni alle vicissitudini di carattere medico, le sorti di un extracomunitario bisognoso di cure ed di attenzioni di nome Adram.

Che dire, come saggiamente argomenterebbe il noto e da me apprezzato C. G. Jung, quindi, “…L’uomo cresce secondo la grandezza del compito”, sta quindi a noi, a questo punto, dedurre non solo che l’uomo cresce secondo la grandezza del compito, ma forse, anche, che il compito cresce secondo la grandezza dell’uomo.