Riceviamo e volentieri pubblichiamo da padre Renato Zilio, missionario scalabriniano a Londra.
CASERTA – Maria mi avverte delicatamente: “Padre, la prossima domenica non verrò alla messa!†È un po’ mortificata nel dirmelo, ma capisco subito, andrà alla chiesa del suo quartiere, alla sua età non è poi così facile muoversi… D’altronde, mi dico, è bello anche questo: sentirsi a casa qui alla Missione italiana a Londra o andare senza paura a messa insieme… agli stranieri, in un’altra lingua, con un altro stile. Siamo all’estero, è vero.
Da giovane, tutte le domeniche, era qui alla Missione cattolica italiana tra una marea di altri italiani. Ritrovarsi insieme è ritrovare se stesso. Cioè sentirsi se stessi fino in fondo, recuperare la propria identità , respirare il medesimo clima, cogliere le cose al volo… Dopo una settimana che si sta in un Paese dove tutto è straniero come la lingua, il ritmo, le abitudini e i volti, sentirsi tra i suoi alla domenica è qualcosa di magico. Eppoi, la fede è stata già da piccoli legata alla comunità , alla festa insieme, ai santi, alla parola reciproca di conforto o di compagnia… e qui alla Missione italiana è proprio questo che si respira.
In una comunità di emigranti è una dinamica abituale: sistole e diastole, duplice movimento del cuore, è il ritrovarsi per poi disperdersi, il perdersi tra gli altri per incontrarsi di nuovo. La stessa dinamica, in fondo, che vive ogni grande religione settimanalmente il venerdi, il sabato o la domenica con i propri credenti: lo si nota, qui all’estero, con i vicini di casa che sono musulmani, ebrei o protestanti. Incontrarsi per celebrare la vita, disperdersi per viverne la fede. Stupenda ambivalenza.
È sempre la stessa fede di Abramo che rivive in questa nostra gente. E non solo per quella fiducia cieca che li ha fatti partire e atterrare in un altro mondo o in un altro emisfero… Mi sembra ancora di rivedere la tristezza infinita di siciliani o di pugliesi nell’arrivare smarriti in un paesaggio innevato e freddo della Svizzera: “Ma chi mai sapeva cos’era la neve?!†O in villaggi neri di foschia e di fuliggine attorno alle miniere del Belgio: “Dover lavare ogni settimana i muri esterni della casa sporchi di smog, si dicevano tra loro, ma chi se lo era mai sognato di fare?!â€
E così lasciare alle spalle per sempre il loro sole, i bei panorami che si godevano nelle terre del Sud e che erano, anche se non sembra, una parte della loro vita… Eppoi i ritmi di lavoro, come quello a cottimo, tanto più lavori e tanto più ti pagano. Per una manciata di soldi in più un lavoro che ti illude e ti consuma fin dentro all’anima: impari a diventare una macchina che sa solo lavorare e niente più!
Ormai è la fede della provvisorietà e dell’itineranza che li insegue continuamente e ovunque. Tutto rimane fragile, provvisorio, quotidiano, a cominciare dalla realtà che ti sembrava più sicura: i figli. Ogni giorno che crescono si allontanano un passo di più da mamma e papà , dalla nostra stessa cultura: parlano un’altra lingua, hanno altri gusti, vivono altri sogni… “Si annoiano perfino del nostro tesoro: quel pezzo di casa rimasto in Italia che serve nei pochi giorni di ferie all’anno!†Ritornare sempre al solito posto ormai non li incanta più…“Ma non sono questi i nostri figli?!†ci si chiede a volte con amarezza, guardandoli crescere. Legge amara e paradossale: il migrante sarà accolto in un Paese nella misura in cui i figli diventeranno in casa propria degli stranieri!
Ed è quella fede che ritrovi nella preghiera di Angela, domenica scorsa: “Ti ringrazio, Signore, perchè questo tumore che mi è arrivato mi ha fatto capire che la vita non è mia. Veramente, è un dono che mi fai ogni mattina e non so fino a quando…†Solamente in una vita di emigrazione può nascere una preghiera simile che, ascoltandola, fa stringere il cuore. Preghiera della provvisorietà . Dove ancora vive lo spirito di Abramo e quella fiducia ad occhi chiusi nella notte di una prova. Cammino oscuro da fare soli insieme a Dio: non si vive unicamente di certezze, ma anche di fede, di fiducia. E, in fondo, è questa che fa rinascere il mondo…
Se provi poi a chiedere a qualche nostro emigrato qui che cos’è la fede… non ti risponderà , non saprebbe neanche farlo. Dagli occhi, però, dal modo di guardarti capirai subito che per lui è un motore. È quella forza, insomma, che Dio stesso ha trasmesso a lui, ai suoi e alla sua originale avventura. Non è tanto per lui una visione, una credenza, un’idea ragionata o un sentimento improvviso… È qualcosa che gli ha fatto superare tutti gli ostacoli che, in una vita di migranti, sono stati così tanti da sembrare infiniti.
Ogni volta alla celebrazione dei 25, 40 o 50 anni di matrimonio di emigranti guardo salire all’altare una coppia spesso incerta e barcollante. Prendo loro le mani, le tengo ben strette insieme e invitandoli a chiudere gli occhi – come ha fatto la loro fede – invoco lo sguardo di Dio su questa storia coraggiosa e fiduciosa costruita insieme. “Siamo stati bravi, Padre, tanti anni insieme…†mi soffiano a bassa voce con emozione mista ad una punta di orgoglio, sufficiente affinchè i figli possano sentire e forse imparare…
Sì, sono stati bravi! Difficoltà e sofferenze affrontate insieme, umiliazioni e illusioni provate, una speranza grande vissuta dentro, tutto li ha solidificati: sono vittoriosi insieme. Lo si vede ora dal loro sguardo luminoso, anche se il corpo ormai è malandato.
Sentono che la loro vita di emigranti si può riassumere in due sole parole: una lotta e una danza, allo stesso tempo. Qualcosa di duro, di amaro e di inimmaginabile che non potranno mai più dimenticare. Ma anche qualcosa di bello che ha aperto l’orizzonte e il cuore, li ha fatti rinascere in un altro mondo che ora sentono come proprio.
Nel loro piccolo – ma essi non lo sanno – la loro fede ha trasformato il mondo. Ogni emigrante fa incontrare e riconciliare, senza saperlo, mondi differenti, visioni della vita ben diverse. Attraverso di lui, valori e culture lanciano dei ponti nel mare aperto dell’umanità . Anche Dio, un giorno, ha fatto lo stesso tra il cielo e la terra: divenne come uno di noi, migrante… E fu Natale.
