Libri, P. Edoardo SCOGNAMIGLIO pubblica le “Immagini di Gesù Cristo nel cristianesimo primitivo”

CASERTA – Un ritrovamento imprevisto ho fatto scoprendo e leggendo l’ultimo contributo editoriale di p. Edoardo Scognamiglio dal titolo Immagini di Gesù Cristo nel Cristianesimo primitivo.

Grande sorpresa è stata la prima reazione. Carico di buona volontà per comprendere al meglio l’immagine di Gesù nel Cristianesimo dei primi secoli, anche alla luce di terminologie specifiche, ho ritrovato un testo di una semplicità, scorrevolezza, completezza da rincuorare le mie capacità di approcciarmi a un libro di tale spessore. Qui, però, trovano forma contenuti che ci aiutano a comprendere come oggi va vista e intesa la figura di Cristo e la sua naturale collocazione nel tempo e nella storia.

Il messaggio centrale del testo, che si candida ad essere un utile dono natalizio, è incentrato sul modo con il quale le prime comunità cristiane hanno maturato una “coscienza ecclesiale della fede con la morte e resurrezione di Gesù, proclamato (nel kerygma) Signore e Messia (Kyrios e Christos)”.

L’autore spiega con un racconto che trascina il lettore, al punto da far perdere la nozione del tempo, come le “immagini e i volti di Gesù Cristo che si possono tracciare dal punto di vista biblico, teologico e storico critico nei primi quattro secoli hanno […] una radice comune: l’esperienza autentica e viva – ossia reale – che i discepoli hanno fatto di Gesù, il Crocifisso-Risorto”.

In tre capitoli l’autore ripercorre il cammino delle comunità primitive nella conoscenza e comprensione della presenza di Gesù “fatto uomo”.

“Cristo è morto per i nostri peccati, secondo la Scrittura, ed è apparso a Cefa, poi ai Dodici”. È  questo l’annuncio attorno al quale è nata la prima comunità cristiana” (p. 5).

Nell’introduzione, parlando dei “cristiani”, che iniziano la loro “presenza” già dagli Atti degli Apostoli, p. Edoardo spiega come “il cristianesimo indica una funzione della Chiesa, ossia una comunità già formata che esprime la fede in Gesù Cristo e ne celebra il culto”. Da qui l’autore sviluppa un interessante discorso che evidenzia come “la fede in Gesù Cristo e la stessa Chiesa non possono essere visti soltanto come reazione assolutamente nuova e autonoma degli uomini rispetto alla vicenda umana di Gesù: sono due realtà che si co-appartengono e che ritrovano nell’umano di Gesù una medesima traccia d’origine o radice” (pp. 6-20) .

La presenza del Gesù nella e della storia è posta nell’introduzione e sviscerata in buona sostanza nelle diverse fasi dello sviluppo dell’opera. Infatti, in relazione al Gesù della storia e al Cristo della fede, l’autore dice che “possiamo pacificamente affermare che gli inizi della cristologia neotestamentaria hanno due radici ben intrecciate tra loro”, a partire “dalla pasqua di resurrezione” (pp. 9-10).

Da qui si va sviluppando tutta l’esperienza del kerygma, ovvero l’annuncio del Cristo morto e risorto.

Il primo capitolo, “Alle origini della fede cristiana”, pone otto premesse per “comprendere il processo di evoluzione della fede e il passaggio dal kerygma al dogma”. Queste sono: L’annuncio della fede o kerygma; la “Tradizione viva” o regula fidei; il depositum fidei; la storia come locus theologicus; la “santa radice”: continuità nella discontinuità; la parusia; la ratio o ragione teologica e il culto “in spirito e verità”; l’azione dello Spirito Santo (pp. 21-48).

Il capitolo spiega come “l’evento Gesù è carico di significato escatologico e, quindi, si rivela originalissimo” (p. 21). Un percorso, quello sviluppato nel capitolo in modo appassionante e d’immediata comprensione, dove si comprende il “Cristianesimo vivente, di carne, e non semplicemente di carta: la fede celebrata, vissuta e pensata diventa veicolo di nuovi significati dell’identità -missione di Gesù e del ruolo stesso della Chiesa” (p. 22).

Il secondo capitolo, “Le sfide culturali”, sviluppa, partendo dalle esperienze teologiche dei primi quattro secoli, il Logos, “principio attivo del mondo che anima”, funzionale alla comprensione della natura divina di Cristo.

Il capitolo offre una visione completa delle correnti teologiche primitive cosi come dei movimenti “sincretici interessati all’unanimità di Gesù o, per contrario, volti a negarla” (p. 49).

Il secondo capitolo si sviluppa su cinque paragrafi: le teologie del Logos e la cristologia pre-nicena; il Logos in ogni uomo (Logos spermatikos); il Logos dell’alleanza (Logos protreptikos); il Logos rivelatore (Logos emphytos) e Visioni eterodosse: la definizione di “eresia”.

Il capitolo, partendo da Filone d’Alessandria, sviluppa le visioni del Logos, ovvero di Gesù, “Verbo venuto nella carne” (p. 52), “Verbo incarnato” che è presso il Padre e presso l’uomo (p. 55). Da qui ne diviene come “il Logos di Dio è in ogni uomo” (p. 56) “grazie al seme del Verbo che è innato in ogni razza umana” (p. 57).

Il tema della salvezza è posto in evidenza partendo dall’esperienza di Clemente d’Alessandria (pp. 59-64).

Con sant’Ireneo s’introduce nel capitolo la presentazione di un nuovo filone della teologia della storia dove si e evidenzia come “il messaggio cristiano è indissolubilmente legato alla storia della salvezza e la redenzione storica di Gesù Cristo forma il centro d’una linea che va dall’Antico Testamento sino al ritorno finale di Cristo” (pp. 64-70).

L’ultima parte del capitolo, presentando ben 17 esperienze di movimenti eretici o comunque di gruppi cristiani con tendenze eterodosse, viene introdotto e sviluppato il concetto di “eresia” partendo dalla sua conoscenza etimologica e della sua applicazione storica e culturale (pp. 70-88).

Il terzo capitolo offre la diretta esperienza conciliare, da qui il titolo “Da Nicea a Calcedonia” (pp. 89-127).

Il capitolo concentra la sua attenzione partendo dal processo ermeneutico della fede, dove i Padri della Chiesa e gli autori cristiani antichi hanno elaborato un “metodo teologico assieme a un modo particolare di fare esegesi” (p. 89).

Nel corso del capitolo si affronta in modo molto chiaro e al contempo completo la funzione storica e la risultanza dei concili dei primi secoli del cristianesimo. Quindi, quello di Nicea, di Efeso, Calcedonia e Costantinopoli II. In questo ultimo in particolare si “afferma esplicitamente che la persona del Verbo, con l’atto stesso dell’incarnazione, si è autenticamente umanizzata nel suo atto d’essere persona, perché da quel preciso istante dell’incarnazione il soggetto ultimo di tutte le azioni e passioni del Cristo non è il Verbo preso o pensato da solo, bensì il Verbo umanizzato” (p. 108).

Interessante è la trattazione del termine e funzione di “persona”, e la visione e contributo che ne fanno sia dottori come san Tommaso d’Aquino che filosofi come Aristotele (cf. pp. 112-127).

Nell’immediata, molto discorsiva e completa nonché coinvolgendo conclusione, l’autore chiarisce come “le pagine del Nuovo Testamento e gli scritti dei teologi cristiani ci hanno consegnato un volto pluriforme di Gesù Cristo, nel complesso tentativo – spesso ben riuscito – di coniugare la radice storica dell’uomo Gesù con quella divina, ossia teologica” (p. 129).

Nelle conclusioni, sulla scorta di tutta l’indagine svolta lungo i tre capitoli su indicati, si chiarisce come “il cristianesimo delle origini ha già raccolto la sfida del dialogo e del confronto e ha tentato di rispondere con le stesse funzioni conciliari, dando origine a quel duplice movimento o scambio che si esprime nel binomio inculturazione/evangelizzazione” (p. 129).

Il testo offre una visione globale della cristologia delle origini dove, cosi come avviene a tutt’oggi, “si pone in un rinnovato e non facile dialogo con gli uomini e la società del tempo” (p. 129).

Si ripercorrono, nelle conclusioni, le teologie del Logos, cosi come si propone un’azione dei Padri della Chiesa impegnati nell’indagare la presenza di una storia salvifica  antecedentemente a Gesù.

Il testo spiega come Gesù, il Cristo è la “forma definitiva di Dio nella storia” e che la sua essenza presenza non può essere vista che “nella vita della Chiesa” a cui deve rivolgersi l’uomo che cerca e/o vive e vuole vivere l’esperienza del vissuto in dimensione trascendentale ed escatologica.

P Edoardo spiega che “per far fronte alle carenze di ogni definizione dogmatica, occorre rileggere l’identità di Gesù alla luce del dato storico-pasquale che ci è consegnato nei Vangeli” (p. 136); infatti, “come comunità della fede, la Chiesa è una comunità nella parola della confessione. Perciò, l’unità nelle parole fondamentali della fede fa anche parte, diacronicamente come sincronicamente, dell’unità della Chiesa” (p. 137).

 

E. Scognamiglio, Immagini di Gesù Cristo nel cristianesimo primitivo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2014, pp. 144, € 14.