Ho visto un posto che mi piace, si chiama Casa dell’Amicizia

CASERTA – “Ho visto un posto che mi piace, si chiama Mondo”. Mai ci permetteremmo di mettere mano ad una licenza poetica del buon Cesare Cremonini, ma vi segnaliamo che abbiamo visto una via che ci piace, e casualmente anche questa si chiama Mondo. E vi aggiungiamo anche un numero civico accanto, l’11. Lì troverete non solo la “Casa dell’amicizia”, luogo di accoglienza per senza fissa dimora, ma l’Amicizia. Se Platone parlava del mondo delle idee, l’Amicizia con la “a” maiuscola è un valore che va declinato nel concreto. E senza dover per forza arrivare all’Iperuranio, se vi capiterà di passare da quelle parti, troverete delle mura permeate di spirito di servizio e di solidarietà, valori cardini di questo sentimento. Noi abbiamo chiacchierato con un paio di volontari, membri della Comunità di Sant’Egidio, che ci rilasciano queste dichiarazioni mentre preparano un’amichevole, per l’appunto, “cocomerata” prima della pausa estiva.

Il primo che ci fa entrare nel magico mondo della “Casa dell’amicizia” è Riccardo Muschera, medico:

«La Caritas Diocesana di Caserta ha avuto a disposizione i locali dal Comune e ha curato i lavori di ristrutturazione. Il vescovo Lagnese li ha poi affidati in gestione alla Comunità di Sant’Egidio, di cui faccio parte. In questo spazio offriamo servizi per senza fissa dimora da ormai un anno: servizio di accoglienza diurna, grazie al quale gli ospiti giungono, si trattengono e mangiano (il pomeriggio del mercoledì dalle 17:00 alle 20:00), e possono prendere parte anche alla scuola di italiano per stranieri che abbiamo allestito; il sabato invece svolgiamo un servizio di doccia e lavanderia (dalle 9:30 alle 12:00). Sempre in questi locali teniamo i nostri incontri e ci riuniamo in preghiera, una volta a settimana».

Dottor Muschera, riesce a contemperare le esigenze professionali con l’aiuto umanitario?

«Riesco a svolgere serenamente la professione di medico e la missione di volontario perché dare una mano nella Casa dell’amicizia è piacevole. Aiuto sia sotto l’aspetto medico che quello organizzativo: la Casa non è propriamente un ambulatorio aperto sempre, ma su richiesta abbiamo svolto delle visite, rimandando a volte alcune cartelle cliniche ad altri professionisti che non sempre fanno parte della Comunità, ma che ben volentieri si rendono utili anche a questa causa. La rete del bene è infinita, la disponibilità può essere resa in vario modo. La nostra presenza qui rende felici tutti, sia noi che chi viene a cercare ristoro, chi serve e chi è servito».

Se dovesse riassumere le motivazioni che l’hanno spinta a intraprendere questo percorso, cosa direbbe?

«Ho iniziato e continuo a svolgere questa missione perché mi riempie di gioia la vita, perché penso che il mondo possa e debba essere migliore di com’è adesso».

A spalleggiare il “collega” ci pensa Stefania Picardi, impiegata e altra volontaria membro della Comunità di Sant’Egidio.

Qual è la destinazione finale a cui ambite? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

«Dovremmo aumentare i giorni di apertura, potenziare la scuola e il servizio doccia perché ospitiamo 10-12 ospiti alla volta. Poi vorremmo intraprendere qualche attività anche con i più piccoli. Finora abbiamo organizzato solo qualche festa in occasione del Natale e di Carnevale. Per fortuna molti giovani si stanno avvicinando alla Comunità di Sant’Egidio di Caserta. Inoltre vorremmo istituire la Scuola della Pace, avendo tra di noi anche alcuni ospiti dall’Ucraina, e coinvolgere maggiormente la cittadinanza nelle nostre iniziative, come la lettura della preghiera “Morire di speranza”, anche a seguito della bellissima lettera che ha scritto don Pietro sui migranti che attraversano il Mediterraneo nella speranza, purtroppo a volte vana, di sbarcare e di avere una vita migliore.

Dobbiamo rendere la casa dell’amicizia fedele al suo nome: non deve essere solo sede di erogazioni di servizi, ma anche uno spazio di accoglienza dove poter chiacchierare. Per la Comunità di Sant’Egidio i poveri non sono “utenti” ma sono “persone”, amici. La Casa deve diventare, e in parte lo è già, un luogo “per” loro ma anche “con” loro. Non è solo mensa: come ha sottolineato anche il Vescovo Lagnese all’inaugurazione, il segreto della Casa risiede proprio nell’amicizia, che va messa in pratica concretamente.

Siamo aperti dal maggio 2022, ormai è più di un anno, e possiamo tracciare un primo bilancio: alcuni ospiti si sono aperti e lasciati andare in confidenze, racconti; ognuno di loro ha una storia più o meno tragica, più o meno difficile. C’è chi ha mancanza di legami, chi è straniero e dunque è lontano dalla propria famiglia, chi non ha più un tetto sotto cui ripararsi a seguito di una separazione.

Sant’Egidio è una comunità cattolica, ma questo non vuol dire che chi si professa ateo o prega un altro Dio non possa trovare in noi una speranza e un aiuto concreto di accoglienza. Noi partiamo dai poveri e la nostra missione è tendere una mano, indipendentemente da chi ci troviamo difronte. Alcuni valori, come quelli della pace e della convivenza, vanno al di là della cristianità».

A livello economico, qual è la vostra principale fonte di sostentamento?

«La settimana scorsa abbiamo organizzato una cena solidale per raccogliere fondi, alla presenza di più di 70 persone, perché tutto ciò che facciamo è auto-finanziato. La Caritas diocesana ha utilizzato i fondi dell’8×1000 per curare la struttura prima di lasciarci la gestione. Siamo loro grati perché ci hanno dato la possibilità di allestire la cucina, le asciugatrici, le lavatrici e le sedie per la scuola. Ci hanno fornito l’input per cominciare perché ovviamente una Casa che voglia definirsi davvero tale ha bisogno delle più disparate necessità, che la Caritas ha provveduto a metterci a disposizione.

Siamo 20-25 volontari membri della Comunità di Sant’Egidio, e diamo una mano chi più a distanza, chi meno, ovviamente a seconda delle possibilità e delle esigenze professionali e lavorative.

È un cammino ed una scelta personale. La Casa dell’amicizia risponde al “volentieri”, però poi una volta conosciute le esigenze vi è inevitabilmente un’assunzione di responsabilità e ci si sente maggiormente coinvolti perché si vive con la consapevolezza che ci sono delle persone ad attenderti».

Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo del volontariato e della Chiesa rispetto alle istituzioni, nell’aiuto alle persone più fragili?

«Dovremmo rappresentare una porta aperta e una mano tesa all’altro, senza pregiudizi e senza barriere. Non è semplice perché se è vero in generale che la vita ti abbrutisce, questo è ancor più vero per chi vive per strada. Bisogna fare il primo passo e dare amicizia, affetto. C’è più gioia nel dare che nel ricevere, ma noi riceviamo tanto da loro… Molti ci dicono: da voi è diverso perché ci accogliete col sorriso. In questo spazio lasciamo da parte tutte le nostre preoccupazioni perché in questi momenti l’ospite è più importante.

Si può aiutare in tanti modi: venendo qui, spendendo anche solo mezz’ora del proprio tempo, o donando. Il bisogno è tanto. Noi siamo aperti».

Casa dell'Amicizia