MADDALONI (Caserta) – La Città delle due torri per l’elezioni Politiche del 4 marzo offre oltre alle diverse proposte politiche anche candidati di diversi schieramenti che sono espressioni territoriali.
Tra questi vi è Mena Diodato per “LiberieUguali” che con l’articolo “Cedimento alla politica personalizzata, il mio curriculum” del 26 febbraio 2018 presenta la sua esperienza personale a sostegno della validità della persona a poter assurgere al prestigioso ruolo di componente del Parlamento Italiano:
«In questi giorni di campagna elettorale mi sono scontrata con molti problemi che avevo sottovalutato, anzi che non avevo proprio considerato. Sono un’orfana del Partito comunista italiano. Avevo, dunque, inteso la mia candidatura come un atto di «riconoscimento» del Partito, che non aveva bisogno di ulteriori informazioni. In sostanza, ho ritenuto – anche per una ritrosia personale a raccontarmi – che non ci fosse bisogno di presentarmi come persona, ma bastasse, in qualche modo, dichiarare adesione a un progetto politico. Ho dato per scontato che le persone mi avrebbero eventualmente votato non in quanto Mena Diodato, ma in quanto «una» di #LiberieUguali.
Ho, tuttavia, compreso che il mio ragionamento – e il mio sentimento – non è più adeguato a un mondo nel quale le persone non si riconoscono in soggetti collettivi. Pochissime persone, in questa campagna elettorale, mi hanno detto che avrebbero votato a prescindere la lista, perché comprendevano la necessità di riportare in Parlamento una sinistra forte, autorevole e autonoma. Non a caso, queste persone sono orfane del mio stesso padre (che loro hanno conosciuto, ma io no): un soggetto collettivo, una comunità, nel senso anche emotivo, affettivo e psicanalitico.

Ieri, mentre cercavo di argomentare un mio pensiero complesso sotto un post, una persona ha commentato «Insomma solo lei è l’unica alternativa per il Mezzogiorno?», e qui mi si è definitivamente svelato l’arcano. Io non penso di essere un’alternativa: non penso di essere nulla, se non una piccola tessera di un grandissimo puzzle; un pezzetto di un progetto politico, che – sì – al momento rappresenta l’unica alternativa per il Mezzogiorno e per il rilancio della lotta alle disuguaglianze in questo Paese.
Ritengo necessario riattivare un processo politico-culturale che non si appiattisca sul particolare, perché i bisogni particolari dei comuni, delle province (virtualmente abolite) e delle stesse regioni possono essere soddisfatti solo se vive e funziona un sistema generale, quello dello Stato.
A chi cerca la candidata maddalonese dico questo: non chiedo il voto solo perché sono maddalonese, ma perché sono convinta che la mia città e questo territorio possano essere riscattati da decenni di abbandono e apatia solo se siamo capaci di ridare vita alla politica bella, quella che si occupa dei molti e non dei pochi, ovunque essi siano.
Sono maddalonese, ma prima ancora sono una donna europea, italiana, di sinistra: la mia casa è il mondo intero, come si diceva ai tempi dei movimenti studenteschi. Votare per un concittadino ha senso solo se se ne condivide l’impianto politico: tra un maddalonese di destra e un milanese di sinistra, saprei perfettamente chi scegliere, perché al primo non mi accomuna nulla, nel secondo, invece, vedo sempre e comunque un compagno che sta dalla mia stessa parte. Non si può non essere partigiani, se si vuole praticare la politica con coerenza e onestà intellettuale, e anche con libertà di pensiero e di espressione.
Ciò detto, siccome riconosco all’elettore il diritto di conoscere personalmente i candidati, mi presento, riassumendo in poche righe il mio curriculum e scusandomi di non averlo fatto prima.

Sono nata il 25 marzo 1975 a Maddaloni, dove tuttora vivo con le mie due bambine. Ma sono una maddalonese sui generis, con lo sguardo che dalla Torre volge sempre altrove. Ho frequentato il liceo linguistico al Villaggio dei Ragazzi negli anni Novanta e poi studiato Scienze della comunicazione all’università di Salerno. Mi sono laureata nel 2000, con una tesi in semiotica/filosofia della scienza, sul principio del relativismo linguistico e i suoi effetti sulla traducibiltà delle lingue.
Nella mia vita parallela allo studio, già avevo cominciato a lavoricchiare. Nel 1993, pochi giorni dopo il mio diciottesimo compleanno, con mio zio abbiamo aperto una società di servizi di scrittura e revisione di testi. Il mio contributo era assai modesto, perché la priorità era studiare, ma è stata una palestra importante: trascrivevamo soprattutto consigli comunali. Ho, quindi, familiarizzato con la selva burocratica che soffoca i comuni, e ho affinato moltissimo le mie competenze linguistiche: a vent’anni parlavo di politica più o meno come un segretario comunale.
Sono uscita dalla società, che esiste ancora e ottiene ottime soddisfazioni, subito dopo la laurea (o qualche tempo prima, non ricordo). Il mio sogno era scrivere, diventare inviata di guerra, dunque ho cominciato a fare pratica in un giornale locale. L’esperienza redazionale è durata poche settimane, perché fui richiamata dal mio relatore di laurea – il professore con cui lavoro ancora adesso, Stefano Gensini, Maestro e amico ormai da 25 anni – che mi propose di tentare un dottorato.
Il primo concorso, nella mia università, andò bene, ma mi classificai in posizione non utile. Vinsi il secondo, all’Orientale di Napoli. Purtroppo senza borsa di studio. Rispetto ai miei colleghi ero comunque una privilegiata: loro ci provavano da anni, io invece avevo vinto subito, a pochi mesi dalla laurea, e la mia famiglia non ebbe nessuna esitazione nel suggerirmi di accettare, anche senza compenso (e per giunta pagando le non irrilevanti tasse di iscrizione).
Durante il dottorato ho lavorato in vari centri di ricerca. L’esperienza più bella, anche affettivamente, è stata quella al CIRASS della Federico II. Era un gruppo che si dedicava soprattutto ad analisi fonetiche, cose lontane dai miei interessi e dalla mia formazione, ma ho imparato moltissimo e incontrato amici cari, con i quali abbiamo condiviso percorsi diversi e purtroppo non sempre felici.
Finito il dottorato, nel 2004, con una tesi sui campi lessicali, da cui avevo tratto già alcune pubblicazioni, è cominciata la vera salita. Ho insegnato Teoria della comunicazione a contratto – per 3.000 euro lordi all’anno, che il mondo lo sappia! – all’università di Potenza fino al 2008, anno in cui ho tenuto un ultimo corso che si chiamava Linguistica cognitiva.
Dal 2009 al 2012 sono stata ricercatrice a tempo determinato all’università della Tuscia. Qui il progetto era sull’italiano all’estero. Ne sono venute fuori alcune pubblicazioni, mentre per un anno ho insegnato, nella stessa università, Italiano burocratico e Variazione delle strutture linguistiche come docente supplente.
Collaboro da anni con la cattedra di semiotica del Suor Orsola Benincasa di Napoli, dove ci occupiamo anche di comunicazione politica, e per alcuni anni ho insegnato pure nella mia città, coprendo due moduli alla Scuola superiore per mediatori linguistici del Villaggio dei ragazzi.
Dal 2012 al 2017 due assegni alla Sapienza di Roma e tanto lavoro precario fuori dall’università. Nel 2009, per coprire i buchi tra un contratto e l’altro, ho cominciato a collaborare – con partita iva! – con una società che revisiona le commissioni parlamentari. Un lavoro bellissimo, ma alienante come pochi, che ho continuato stabilmente fino al 2017. A questo si sono affiancate tante altre cose che neppure ricordo: consulenze editoriali di varia natura, e infine la revisione di romanzi rosa per una nota casa editrice.
Negli intermezzi, vari articoli scientifici e tre libri, tutti per l’editore Liguori. «Il problema del significato», nel 2007 – un manuale di semantica, che ha avuto inaspettatamente successo, e dunque è stato riedito nel 2013 con il titolo «Teorie semantiche. Dal segno al testo». Più che riedizione è un altro libro: i tre capitoli iniziali completamente ristrutturati e l’aggiunta di un nuovo capitolo sulla semantica del testo. Nel 2015 è uscito «Teorie della categorizzazione», il tema di cui mi occupo in questa fase del mio percorso scientifico. Ma è rimasta costante la passione per lo strutturalismo linguistico – di cui sono orfana come del Partito comunista – su cui ho scritto varie cose, anche poco ortodosse, seguendo la scia Saussure-De Mauro.
Dal luglio 2017 sono ricercatrice del settore M-FIL/05 (filosofia del linguaggio) alla Sapienza, Dipartimento di filosofia. Il mio contratto è ancora a tempo determinato, pur prevedendo un percorso di stabilizzazione: ma questo è oggetto di discussione politica e mi fermo qui.
Sono arrivata alla politica attiva nel 2011-12 con Sinistra Ecologia Libertà, dal provinciale alla presidenza nazionale nel giro di un anno o poco più: sempre una privilegiata, insomma.
Ora sono qui con #LiberieUguali per le ragioni che ho raccontato più volte: siamo orfani in cerca di casa. Per fortuna non sono sola: siamo in tanti, dopo il 5 marzo saremo ancora di più, e poi ancora e ancora fino a quando rimetteremo assieme il popolo che abbiamo perso e senza il quale non siamo nulla.
In sostanza, si è arreso anche mio padre, mio erogatore di welfare da una vita: io non ci faccio, ci sono proprio, perché
“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.
#Adelante!».

Qualche giorno prima Mena Diodato aveva si era già presentata:
«Una delle ragioni per le quali non ho mai aperto un blog è la difficoltà di rispondere alla domanda «chi sono». Senza scadere in atteggiamenti pirandelliani, sono una donna, una madre, una ricercatrice, ma soprattutto una che non è indifferente, non solo perché odio gli indifferenti, ma soprattutto perché non riesco a non essere partigiana. E allora ho passato i miei primi quarant’anni a cercare un posto in cui sentirmi a casa.
In politica è stato più facile: a sinistra, sempre dalla stessa parte, assistendo spesso inerme alla nascita, morte e resurrezione di soggetti che incarnassero il mio «punto di vista» radicale, ma non autoreferenziale, riformista, ma non disposto a tutti i compromessi e le geometrie possibili. Liberi e Uguali è il punto di arrivo di un percorso di mediazione tra questi due poli, e intendo offrire tutto il mio impegno affinché quella che è attualmente percepita come una lista elettorale si consolidi come partito, come punto di riferimento (anche critico, ci mancherebbe) di una prospettiva di sinistra in un Paese che ha fatto del moderatismo una ragione di Stato.
Nella vita trovare una stanza tutta per me è stato ed è più complicato. Per fortuna ho due solidi agganci al mondo, le mie due meravigliose bambine, la causa «che move il sole e l’altre stelle».
Nel lavoro un centro di gravità più o meno permanente l’ho trovato di recente, dopo un decennio di precariato vagabondo: insegno Filosofia del linguaggio alla Sapienza, faccio ricerca su un tema – la semantica delle lingue naturali – che mi appassiona e mi tormenta dai vent’anni, quando si è stupidi davvero. Scelsi, per caso o per destino, Minisemantica di Tullio De Mauro (libro che quest’anno ho adottato per il mio corso magistrale di Teoria dei linguaggi) per il mio secondo esame di semiotica, attorno al tema dell’indeterminatezza semantica: il fatto, cioè, che le parole hanno un significato che sta nella nostra testa, ma che si ridefinisce ogni volta che le usiamo, in un processo di continua negoziazione in cui l’io e il tu hanno senso solo se si inseriscono in un contesto le cui coordinate sono stabilite, dinamicamente, dalla collettività.
Ecco, mi appassiono alle cose in bilico, che sfuggono quando provi a definirle, ma che poi nella pratica, la maggior parte delle volte, funzionano. Mi affanno, insomma, a cercare un fondamento teorico in quegli aspetti dell’esperienza che non esistono se non nella prassi, nell’insieme delle attività umane che hanno senso solo se collettive, fuori dalla bolla individuale nella quale ciascuno di noi si richiude, a volte anche solo per difesa. Qui, nell’intreccio tra individuale e collettivo, si saldano tutte le mie fissazioni: la semantica, la politica, l’ansia e la gioia di uscire di casa per sposare una causa, o anche solo per continuare a credere in qualcosa che mi porti a essere migliore.
Due palle, insomma. Se non ci fossero persone con cui camminare e con cui condividere un’utopia che diventa reale ogni volta che ce la raccontiamo».
Nel sito internet a sostegno della candidatura di Mena Diodato, disponibile al link http://www.menadiodato.it/, da cui sono stati presi i contributi del presente articolo, si evince anche la parte concernente il programma elettorale che sostiene la candidata maddalonese:
«Il progetto di Liberi e Uguali nasce per restituire speranza nella democrazia a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati da nessuno. Vogliamo radicare questo progetto nella società italiana per riaprire una prospettiva di governo di segno autenticamente progressista.
La crescita delle diseguaglianze è oggi il principale fattore di crisi dei sistemi democratici. La lunga crisi, assieme a un processo di globalizzazione non regolato, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura tante piccole e medie aziende, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha indebolito l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e di insicurezza sociale. Il progetto di Liberi e Uguali nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità del modello sociale ed economico disegnato dalla Carta costituzionale.
Vogliamo riportare l’istruzione, il lavoro e l’ambiente al centro della nostra vita sociale.
L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica ha indebolito l’istruzione pubblica quale luogo dove formare cittadini e cittadine con spiriti e menti libere, in grado di affrontare le sfide sociali e professionali del nuovo millennio. Ricrearlo è il nostro primo pilastro.
Il lungo ciclo della precarizzazione ha permesso alle imprese di non affrontare il nodo della stagnazione della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo e ha portato la precarietà nella vita quotidiana delle persone. Invertire questo processo è il nostro secondo pilastro.
La tutela dell’ambiente deve diventare il cardine e il principio ordinatore di una nuova politica economica, industriale e dell’innovazione. La conversione ecologica dell’economia è il terzo pilastro su cui si fonda la nostra casa.
Una sanità pubblica moderna ed efficiente, un sistema delle pensioni rispettoso dei diritti e delle differenze, l’equità e la progressività del sistema fiscale, la lotta all’evasione fiscale, una giustizia celere, un sostegno reale all’innovazione tecnologica, la valorizzazione del patrimonio culturale, la tutela e la messa in sicurezza del territorio sono gli altri tasselli essenziali di un progetto di ricostruzione dello Stato democratico e della sua insostituibile funzione economico-sociale.
La riaffermazione di diritti sociali primari è essenziale anche per aprire il campo a una nuova stagione di avanzamenti sul terreno dei diritti civili. Strategia indispensabile anche per difendere principi irrinunciabili in materia di accoglienza e integrazione.
La piena affermazione a tutti i livelli della libertà, della pari dignità e delle pari opportunità, individuali e sociali, delle donne è un punto fondante del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3, così come lo è la prevenzione e il contrasto della violenza di genere.
Il ripudio della guerra e il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale devono essere la bussola di un nuovo ruolo dell’Italia e dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori.
La nostra è una scelta chiaramente europeista ma vogliamo combattere la deriva tecnocratica che ha preso l’Europa restituendo respiro alla visione di un solo popolo europeo. Vogliamo un’Europa più giusta, più democratica e solidale. Occorre superare la dimensione intergovernativa che detta i doveri e non garantisce i diritti con politiche di dura austerità. Vogliamo dare maggiore ruolo al Parlamento europeo che elegga un vero governo delle cittadine e dei cittadini europei affinchè possano tornare ad abitare la loro casa.
Il cambiamento e la discontinuità rispetto alle politiche degli ultimi anni costituiscono l’elemento fondamentale di questa visione, che ambisce a radicarsi in maniera stabile nella società italiana. Non mille promesse ma progetti che servono, scritti bene, da fare meglio. Un lavoro ben fatto. La politica che ritrova il suo ruolo di servizio a favore dei cittadini.
Per questo Liberi e Uguali partecipa alle elezioni politiche con una proposta autonoma e alternativa ai partiti esistenti, con una lista che è il primo passo verso la costruzione di un nuovo soggetto politico comune delle forze progressiste, civiche e di sinistra nel nostro paese».

Sul finire della campagna elettorale è particolarmente interessante il pensiero della candidata di Liberi e Uguali denominato “Qui a Caserta facciamo così”:
«Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così.
Si sta per concludere la campagna elettorale più deprimente della storia della Repubblica. Si fatica, ormai ogni giorno di più, a parlare di politica e a mantenere i toni del confronto – e anche dello scontro, ci mancherebbe – entro i cardini del riconoscimento reciproco di una pari dignità a rappresentare le istituzioni.
Intanto, soprattutto a Caserta (ma credo la cosa sia generalizzata, in seguito al processo di discredito che ha azzerato la dignità dell’istituzione parlamentare) si vive la campagna elettorale come se stessimo eleggendo un amministratore di condominio. Campagne personalistiche, nelle quali è svilito il merito delle singole questioni ed è completamente esclusa la propensione a presentare un progetto di governo per il Paese. Ciascuno si professa casertano o casertana, come se la presenza di un parlamentare locale consentisse alla città di godere di benefit che altrimenti non avrebbe. Ecco, io aspiro al superamento di questo appiattimento della politica nazionale sul comitato cittadino a sostegno di Tizio o di Caio.
La Costituzione prevede, non a caso, che il deputato serva la Nazione, non il condominio in cui abita. Questo perché le politiche territoriali hanno senso solo nell’ambito di un disegno politico nazionale, che deve essere mirato a promuovere e creare le condizioni migliori per lo viluppo delle differenti aree geografiche. Diffiderei di un parlamentare casertano per Caserta: la campagna elettorale per il sindaco è un’altra cosa. Un candidato al Parlamento che propone di tappare le buche di via Napoli non ha ragione politica alcuna: il parlamentare deve lavorare affinché nel Paese si determini e si realizzi un progetto complessivo, coerente e realizzabile che ambisca a tappare tutte le buche, privilegiando i territori in cui le buche sono talmente tante da ostacolare una circolazione ‘normale’.
Mi rendo conto che è dura parlare di politica quando gli argomenti di una coalizione indubbiamente favorita sulla carta si riducono a etichettare gli avversari come pensionati che fanno politica per hobby, come donne prestate alla politica o come bambini che giocano a biglie. Lo dico perché mi aspetto ancora, dal centrodestra maddalonese e casertano, le scuse pubbliche per aver condannato la nostra città e il nostro territorio a un destino infelice, per aver allontanato le persone dalla politica, per aver portato il malaffare sin dentro le amministrazioni pubbliche.
Sono stata spesso sola nell’invocare un principio di garantismo nei confronti di soggetti inquisiti e persino condannati, evidenziando talvolta anche un uso improprio della custodia cautelare; sono stata spesso sola nel mettere la politica – e il giudizio politico, talvolta anche implacabile – prima di qualsiasi opinione o sentenza popolare a prescindere: i tribunali del popolo sono cosa da terroristi. Le responsabilità penali sono personali: questo va ricordato sempre; ma le responsabilità politiche sono collettive. I soggetti politici hanno, secondo me, il dovere (e il diritto) di vigilare sui propri iscritti e sui propri rappresentanti, e quando questi si macchiano di comportamenti illeciti devono chiedere scusa, se non per connivenza, omertà o complicità, per omessa vigilanza.
Proporrei, dunque, a tutti – a me stessa in testa – di smetterla di buttarla in caciara, con giudizi sommari che non fanno bene a nessuno e soprattutto ledono la dignità delle istituzioni e della politica, intesa come arte di «governo» della cosa pubblica.
I cittadini sono schifati, disimpegnati, sempre più racchiusi in un individualismo che conduce alla povertà, all’isolamento e all’esclusione sociale. A questi cittadini offro tutta la mia solidarietà per le offese ricevute dalla politica. Tuttavia, comprendo, ma non condivido la tendenza a non uscire di casa, perché vorrei che ciascuno capisse che il voto è un diritto, ma anche un dovere. Vorrei che ciascuno capisse che se non sceglie, sceglieranno altri. Si può perdere, essere in minoranza, lottare ogni giorno per affermare un’idea che non viene recepita, né compresa: non si può, invece, rinunciare a partecipare, per poi dire che tutto fa schifo. Dello schifo siamo tutti responsabili, e quando non partecipiamo alle scelte democratiche lo siamo doppiamente.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Vogliamo essere #liberieuguali, e dunque #adelante!».
Sempre dal Blog di Mena Diodato apprendiamo e riportiamo una recente intervista:
«Priorità per il territorio compreso nel collegio?
Il lavoro è la prima priorità del nostro programma, soprattutto per territori svantaggiati come il nostro. Intendiamo riaffermare la centralità strategica e nazionale della questione meridionale. Un tasso di disoccupazione al 21 per cento, con impennate nelle fasce giovanile e femminile, e una quota esorbitante di NEET, giovani che non studiano e non lavorano, grida vendetta, anche perché alla povertà materiale si accompagna quella immateriale, che conduce all’esclusione sociale. Vogliamo agire immediatamente su due fronti: un piano a breve termine, per l’assunzione di giovani nella pubblica amministrazione e agevolare fiscalmente le aziende che creano occupazione stabile, e una programmazione di lungo respiro, che assesti l’economia sana, sostenendo le imprese (talune di eccellenza) che insistono nella provincia, resistendo a un sistema bancario e burocratico ostile. Questo necessita di una lotta costante all’illegalità, per frenare le nuove mafie, la cui penetrazione nel tessuto economico e sociale non segue i percorsi tradizionali, ma attraversa una zona grigia. Il rilancio degli investimenti deve rivolgersi ad altre emergenze: ambiente, scuola, sanità, assistenza, infrastrutture.
Quali sollecitazioni sta ricevendo dagli elettori?
Gli elettori, delusi e arrabbiati, sono distanti dalla politica, con un’insofferenza verso i rituali, comprese le elezioni. Vivo con sofferenza la difficoltà di parlare con le persone che vorrei rappresentare: quelle che hanno meno, gli esclusi che hanno perso ogni riferimento sociale. Questa esperienza sta rafforzando la mia convinzione che la politica deve lavorare per la creazione di un nuovo linguaggio comune, che non sia quello dell’insulto e dell’aggressione. È saltata, insomma, la connessione con chi si rifugia nella protesta, senza averne chiari neppure i contorni: è nostro dovere ricodificare le nostre parole, per tornare a capire e farci capire da un consistente pezzo di società. C’è, poi, l’elettorato dei «vecchi» compagni orfani di un partito di sinistra autorevole, forte e autonomo: con loro vogliamo ricostruire una casa comune.
La prima emergenza che affronterà da parlamentare?
In generale, penso che una politica delle emergenze sia deleteria. I problemi, specie se annosi, non vanno affrontati con toppe che rischiano di essere peggiori del buco, ma con interventi strutturali. Il lavoro è la prima emergenza, assieme alla lotta alla povertà e all’attivazione di politiche di inclusione e di solidarietà. Le misure legislative vanno, però, affiancate da un’iniezione di speranza: le persone devono comprendere che possono essere padrone del proprio destino. Le condizioni di disagio devono essere rimosse: carte alla mano, le risorse umane, professionali, storiche, artistiche e culturali di Terra di lavoro non giustificano la sua posizione subalterna né sullo scacchiere regionale né nell’economia nazionale».
Per continuare a seguire e conoscere la proposta elettorale della candidata maddalonese per Liberi e Uguali si rimanda alla pagina social https://www.facebook.com/CitoyenneMenaDiodato/.
