MADDALONI (Caserta) – L’interesse per la figura Antimo d’Alessandro cresce di giorno in giorno. Al nostro attivo abbiamo due contributi; il primo di carattere biografico generale Maddaloni, ricordare il Socialista prof. Antimo d’Alessandro: Educatore e Uomo di Cultura …. mentre il secondo incentrato principalmente sull’impegno politico Maddaloni, ricordare il Socialista prof. Antimo d’Alessandro: … l’impegno politico ….
Quest’oggi si propongono considerazioni di carattere generale e aneddoti con interessanti testimonianze[1] raccolte grazie alla collaborazione di Vincenzo d’Alessandro.
Carattere e relazioni sociali
Il figlio Vincenzo lo descrive come “Uomo di aspetto apparentemente rigido, è in realtà persona di specchiate onestà, umanità e generosità. Sosteneva che «le persone devono dedicare una parte consistente del loro tempo al bene della loro città e dei loro concittadini, specialmente dei poveri e degli oppressi»”.
In effetti, questa sua attitudine era più che evidente anche in gioventù; frequentava e aiutava come poteva le persone bisognose. La sorella Anna (ora professoressa di lettere in pensione) ricorda che dopo la morte del padre, a fronte dell’economia domestica traballante, era solito far venire a casa qualche ragazzino, parente di amici, per un aiuto gratis et amore dei in matematica e fisica (lui), o in italiano e latino (lei, all’epoca studentessa). Lo spirito di solidarietà verso la comunità, la parte bisognosa della comunità lo ha sempre contraddistinto. A tal proposito vale la pena, a questo proposito, citare una vicenda illustrativa dei primi anni ’70. Il momento è delicato, ci riferiamo al colpo di Stato in Cile (11 settembre 1973) che fu un evento fondamentale nella storia della Guerra Fredda. Le forze armate cilene con l’aiuto degli Stati Uniti rovesciarono il governo di Salvator Allende, che morì durante il colpo di Stato. Una giunta militare guidata da Augusto Pinochet prese il potere. Siccome tutte le persone (inclusi i bambini) di sesso maschile furono perseguitate o condannate a morte, alcuni scapparono dal paese. Grazie al coinvolgimento del PCI maddalonesi (e, in particolare, all’impegno di Antimo d’Alessandro), anche Maddaloni ospitò un uomo di quasi 30 anni con il figlio presso la dimora di una famiglia benestante in via San Francesco d’Assisi e quella della sorella Michelina (“Ninnarella”) di Antimo, che veniva frequentemente a controllare lo stato fisico/psichico dei rifugiati, informando l’uomo della situazione politica cilena.
Questo è uno dei tanti ricordi che è stato possibile raccogliere grazie soprattutto alla solerzia di Vincenzo d’Alessandro. Abbiamo raccolto numerose testimonianze, e di altre ancora siamo in attesa, – per forza di cose anonime – secondo cui spesso si è fatto carico anche di risolvere problemi di rapporti familiari (tra marito e moglie, tra genitori e figli) grazie al suo fare carismatico ed autorevole. Chi ha riportato queste vicende parla di eterna gratitudine per la svolta positiva tra le mura domestiche ottenuta con il suo aiuto. Il problem solving era dunque il suo “pane quotidiano”.
Era estremamente legato alla famiglia, volendo bene ai 29 figli dei 2 fratelli e delle 5 sorelle (rimaste tutte vedove tra il 1984 e il 1997) come se fossero figli suoi, e spendendo molte energie per motivarli e spingerli nella ‘giusta direzione’ quando ne avevano bisogno. Parimenti aveva grande passione per i bambini, e con l’andare avanti negli anni prese a ben volere i figli di alcuni nipoti; amava stuzzicare la loro intelligenza reattiva.
« “A causa del suo aspetto apparentemente serioso”, non tutti si accorgevano, compresi i suoi cari, della verve e del senso dell’humour di Antimo. Talvolta, con la compagnia e gli argomenti giusti, era capace di farti ridere per un’intera serata!», sostiene il collega ed amico prof. Umberto Mirotto.
L’animo gentile veniva prepotentemente fuori in numerose circostanze: «ricordo – dichiara il figlio Vincenzo – distintamente la sua (intrattenibile) commozione quando – per inculcarci quelli che riteneva essere i ‘veri valori di vita’ – ci leggeva e commentava brani dal libro Cuore di Edmondo De Amicis, come “Il tamburino sardo” e “La piccola vedetta lombarda”».
In generale, la sua vita è stata perennemente e costantemente improntata all’altruismo. Ricorda sempre Vincenzo d’Alessandro una frase dell’avv. Pasquale Laudando (recentemente scomparso) che, rivolto a mio padre, disse: «Professore, con la vostra intelligenza avreste potuto guadagnare davvero tanto se non fosse stato per il vostro interesse verso la comunità. Molti altri si sarebbero comportati diversamente!». Innumerevoli sono i casi in cui supportò persone bisognose di aiuto. Tra gli altri, sempre il figlio ricorda altri due episodi. Il primo riguarda una visita. Infatti, una volta accompagnò dall’oculista un suo conoscente con la figlia piccola che aveva necessità di una visita, perché il conoscente era purtroppo semi-analfabeta e non aveva la possibilità di interloquire con il dottore. Il secondo entra nell’intimità delle problematiche familiari. Infatti, un suo ex alunno (alle scuole medie negli anni ’60) gli era rimasto talmente affezionato da mantenere rapporti particolarmente stretti con lui per i successivi 30 anni; purtroppo questo signore non riusciva ad avere figli, e fu aiutato molto da mio padre per districarsi tra le pratiche amministrative per l’adozione.
Come è noto da diversi spunti, e dalle testimonianze che seguono anche in questo articolo, i diversi interlocutori e quanti lo hanno conosciuto sono concordi nell’affermare che a fronte delle umili origini, Antimo d’Alessandro era dotato di una ars oratoria straordinaria, che gli consentiva di essere accattivante nei comizi e di avere sovente la meglio nei contraddittori.
Considerazioni di carattere culturale e attività didattica
Ancora oggi sono ricordati i nomignoli («Austino!», «Santonastaso!») con cui si rivolgeva agli studenti poco motivati o distratti per destarli dal torpore.
La conoscenza del latino e del greco gli permetteva di coltivare la sua passione per l’etimologia della lingua italiana, della quale gli erano note tutte le regole grammaticali e sintattiche. Rimaneva solitamente sconcertato nell’udire o leggere errori a suo dire ‘marchiani’. Vincenzo d’Alessandro distintamente ricorda il modo in cui stigmatizzava gli strafalcioni di qualche malcapitato che inseriva la virgola tra soggetto e predicato verbale, che non sapeva la differenza tra elisione e troncamento, che non era in grado di individuare il soggetto in una proposizione relativa, che non sapeva che ‘ascensore’ è un sostantivo maschile. Era al contempo ammirato da persone dal buon eloquio, e da chi organizzava in modo logico (e al contempo semplice) il pensiero per iscritto.
A fronte di un malcostume dilagante (oggi divenuto addirittura la normalità), impose con toni perentori ai figli di non frequentare l’Istituto in cui lui insegnava. Né d’altra parte si è mai offerto di semplificare la loro vita sfruttando la sua posizione; di contro, sosteneva che l’educazione che gli impartiva e il supporto economico per gli studi universitari dovessero essere sufficienti per fargli trovare la loro strada. Invece non rari erano gli screzi con colleghi del Liceo che si aspettavano un “trattamento di favore” per i figli che lui aveva come alunni.
Da diverse testimonianze raccolte e colloqui fatti con chi lo ha conosciuto in veste di insegnante, anche a valle del 1997 era solito tornare al “Nino Cortese” per risolvere situazioni intricate per i giovani ex colleghi o appianare dissidi.
Evidente era la sua idiosincrasia verso gli istituti parificati, rei di concedere per (molto) denaro diplomi facili “tre/quattro anni in uno”.
Presenza in consiglio comunale
Circolano ancora numerosi aneddoti su alcuni imperdibili interventi in consiglio comunale di Antimo d’Alessandro:
- Anche nei periodi in cui non era assessore alla Pubblica Istruzione si recava nelle scuole per controllare che tutto funzionasse a dovere e segnalare le anomalie in consiglio all’assessore di turno. Ad esempio, una volta si accorse che alla scuola elementare di via Cancello fornivano prodotti di bassa qualità rispetto a quelli previsti dal capitolato d’appalto. Allora stimolò il neo-consigliere Domenico Razzano a fare un’interrogazione in consiglio, lamentando all’assessore la presenza in mensa di pere scadenti rispetto alle ‘spadone’ che dovevano essere offerte ai bambini. Alla replica dell’assessore: «Offriamo queste pere perché le ‘spadone’ non ci sono in questo periodo», Razzano disse a d’Alessandro: «Ragazzo, tira fuori le ‘spadone’!», e quest’ultimo mise sul tavolo una cassetta appena comprata di pere ‘spadone’ tra lo stupore degli astanti (1985, sindaco Cardillo).
- Dopo un acceso dibattito su una certa questione, prese la parola e lesse un articolo del tutto casuale di un quotidiano. Tutti erano attoniti e cercavano di capire dove volesse andare a parare, ma nessuno intervenne temendo la sua replica. Dopo qualche decina di interminabili secondi, il sindaco Salvatore Cardillo chiese: «Consigliere d’Alessandro, cosa c’entra questo con la tematica di cui dibattevamo?» al che lui rispose: «Niente, come d’altro canto niente c’entravano gli interventi fatti fino a questo momento dagli altri consiglieri!» (1987).
Testimonianze (in ordine alfabetico)
Antonio Adanti, consigliere comunale di lungo corso ed assessore alla Pubblica Istruzione nella giunta Cardillo nel periodo 1985-1988, nonché collega al “Nino Cortese” per più di vent’anni: «Parlare di Antimo d’Alessandro, pur se a distanza di anni dalla sua immatura scomparsa, suscita in me, suo amico di sempre, un’incontenibile commozione ma mi sforzerò di vincere l’emotività del momento nel tentativo di coglierne i tratti più salienti che hanno caratterizzato la sua vita di uomo, di politico e di docente. Tantissimi sono i ricordi di anni legati alla nostra amicizia, che successivamente si rinsaldò sempre più perché il figlio Roberto sposò mia nipote Rita Adanti, figlia di mio fratello Arturo, anche lui sottratto alla vita prematuramente. Mi consta che Antimo si affacciò alla politica nel 1970 candidandosi come indipendente nella lista del PCI per il rinnovo del consiglio comunale (1970-1975). La DC ottenne la maggioranza dei consensi, grazie alla quale (22 consiglieri) fu possibile dar vita ad un governo monocolore, mentre il PCI, sebbene avesse espresso un gran numero di consiglieri eletti, tra cui Antimo, fu costretta a svolgere il ruolo di opposizione. Sindaco della città fu eletto Amedeo Lurini. Storicamente non erano ancora maturi i tempi per poter pensare ad un coinvolgimento diretto della sinistra nel reggimento della res pubblica. Ciò fu possibile soltanto nella consiliatura successiva. Infatti negli anni 1975-1977 l’on. Elio Rosati, figura di primo piano nella DC morotea, si adoperò non poco, facendo proprie le intuizioni del leader nazionale on. Aldo Moro, affinché il PSI assumesse responsabilità politiche nella gestione diretta dell’amministrazione della città. Nacque così la formula politica DC-PSI, che consentì ai dirigenti dei due partiti la creazione di una giunta di centro-sinistra formata da democristiani e socialisti. In rappresentanza del PSI furono nominati assessori Antonio Vinciguerra ed Antimo d’Alessandro,[2] il primo con delega alle Finanze e di vice-sindaco, il secondo alla Pubblica Istruzione. Ricordo che Maddaloni divenne il primo comune d’Italia di centro-sinistra e modello di riferimento a livello nazionale. Nella storia politica locale la presenza socialista rappresentò una grande novità. L’esperimento ricercato e voluto dall’on. Rosati si tradusse ben presto in realtà ed attirò l’attenzione e l’interesse di altri comuni d’Italia ed anche dei leader più rappresentativi dei vertici dei partiti nazionali. In questo scenario Antimo ha fatto costruire tante scuole, come quelle di via Feudo, di via Cancello, di via Cupa (su fondi Falcucci), ha ‘creato’ la Biblioteca, ha fatto spostare il mercato ortofrutticolo a via Cancello per evitare congestione dei trasporti, ha contribuito alla realizzazione della Villa Comunale dedicata a Franco Imposimato.
Mi piace ricordare che Antimo non era il professore o l’assessore d’Alessandro, ma era semplicemente “Antimuccio”, vezzeggiativo, questo, che lasciava trasparire chiaramente l’umiltà dell’uomo. Sul piano specificamente politico io e lui eravamo collocati in aree diverse, lui socialista convinto dopo la sconfessione della dottrina comunista professata in precedenza, io democristiano di appartenenza morotea. Preciso che varie volte ho avuto l’opportunità di confrontarmi con lui su tematiche cittadine, ma mai in riunioni ufficiali, poiché non rivestivo alcun incarico istituzionale, se non quello di consigliere comunale. Ebbene, anche in quei rari incontri occasionali ho potuto constatare che in lui era predominante l’impegno a ricercare quelle soluzioni che potessero rispondere ai reali ed esclusivi interessi e bisogni dei cittadini in genere, ed in particolare della classe sociale più provata ed indifesa. A questa fascia l’assessore d’Alessandro prestava maggiore attenzione, al fine di poterne individuare le condizioni obiettive di disagio morale e materiale. Si pensi alle lotte ed alle battaglie che conduceva democraticamente contro ogni forma di discriminazione sociale. Alcuni suoi detrattori lo additavano come una persona “scostante”, “presuntuosa”, “arrogante”, ma questi erano solo pregiudizi gratuiti, perché il mio caro amico Antimo era tutt’altra persona: sincero, diceva ciò che pensava senza infingimenti e riserve mentali con la massima onestà intellettuale, anche a costo di inimicarsi con qualsivoglia interlocutore. Spesso mi sono avvalso della sua preziosa esperienza, ricavandone consigli, suggerimenti, indicazioni attinenti il mio mandato di assessore alla Pubblica Istruzione.
Provai immenso piacere quando venni a conoscenza che il prof. d’Alessandro era stato assegnato al mio corso (il “C”) del liceo scientifico “Nino Cortese”. Per decine di anni abbiamo operato in questo liceo, lui per l’insegnamento di matematica e fisica, io per quello di lettere italiane e latine. Ricordo che nella classe 2a C c’era uno studente brillante, un certo Faraone, molto apprezzato per le sue doti intellettive. Prima che esprimessimo il nostro giudizio su questo alunno, Antimo mi disse: “Tonino, un altro studente così nascerà tra mille anni!”. Non esitai un attimo ad assegnargli il voto 10 in ambo le discipline. L’insegnamento è stato l’obiettivo principe della vita di Antimo, finalizzato alla crescita umana, civile e culturale della gioventù studentesca. La conoscenza diretta che ho avuto di lui mi induce a definirlo un “missionario” dell’insegnamento. Le sue lezioni non conoscevano soste o distrazioni, si prolungavano più del dovuto e non di rado accadeva che al suono della campanella segnalante il termine di una determinata ora di lezione il prof. d’Alessandro non fosse lesto a dare il cambio al collega dell’ora successiva. Ciò ovviamente ingenerava un certo fastidio accompagnato da mugugni perché il collega riteneva la sua lezione non più sufficiente a trattare l’argomento programmato. Ma Antimo era anche questo: non lasciava la classe finché non si convinceva che gli alunni avevano compreso a sufficienza gli argomenti trattati. Alla scuola, così come alla politica, “Antimuccio” ha dato tutto se stesso, la sua vita. I suoi alunni, in verità quelli meno impegnati, pur attestandone la bravura professionale, lo temevano (odi et amo) forse per la sua severità. Io, piuttosto, parlerei di “autorevolezza” che è cosa ben diversa ed è necessaria affinché all’insegnamento di qualsivoglia disciplina si accompagni un po’ di ordine e di rispetto.
Il prof. d’Alessandro è stato un docente esemplare, eccezionale, punto di riferimento per la dirigenza, i colleghi, gli studenti. Ha dato lustro e prestigio al nostro amato liceo “Nino Cortese”, e siamo tutti fieri se ancora oggi il suo nome riecheggia tra le mura dello storico edificio. Parimenti in politica ha esercitato un ruolo di primissimo piano, divenendo un vero ed autentico protagonista della vita politico-amministrativa della città di Maddaloni, un tempo operosa, nobile, ed oggi, ahimè, condannata a vivere una vita grama ed infelice».
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Gruppo di docenti del Liceo Scientifico “Nino Cortese”. Da sinistra: Emilia Penzi, Raffaelina Divano, Antonio Adanti, Antimo d’Alessandro (da poco in quiescenza), Vittorio Novelli, Luigi Marotta e Umberto Mirotto, maggio 1998.
Natale (“Lino”) Adanti, suo alunno nei primi anni ‘90, in merito all’attestato di benemerenza alla memoria conferito il 2 gennaio 2018: «Giusto riconoscimento al prof. Antimo, grande uomo di cultura. Posso ritenermi fortunato ad averlo avuto come docente. Mio padre (prof. Antonio Adanti) ed Antimo, seppur militando in partiti diversi, erano molto amici ed avevano gli stessi ideali e la stessa onestà nella conduzione della cosa pubblica. Tutti questi uomini dimostrano che Maddaloni ha avuto una grande storia politico-culturale che, ahimè, difficilmente ritornerà, almeno a breve».
Silvestro Affinito, suo alunno in gioventù e poi suo compagno di partito: «I suoi comizi ed i suoi interventi in consiglio comunale non erano mai lasciati al caso. Si documentava e studiava con un approccio che oserei definire “scientifico”. Questo, in aggiunta alla sua autorevolezza, gli permetteva di non temere replica alcuna!».
Bruno Barillà, ex ragioniere capo del comune di Maddaloni così parla di d’Alessandro: «Il professore ha lasciato un’impronta ben definita!».
Pasquale Bernardo, suo alunno ci dice:«È stato il mio professore di matematica e fisica al ‘Nino Cortese’ dal 3° anno in poi. Persona molto preparata, che sapeva tenere viva l’attenzione dei suoi studenti, cercando di trasmettere certosinamente il suo sapere, nonché persona molto determinata caratterialmente».
Angela Bove, in un’altra testimonianza dice: «Un grande professore!».
Vincenzo Bove, pluri-consigliere comunale prima nel PSI e poi in “Uniti per Maddaloni”, così lo ricorda: «Carattere pignolo, meticoloso, duro, ma persona che ha dato tanto, sempre al servizio dei cittadini, sempre contro chi cercava di fare i suoi interessi personali. Tra gli aneddoti che ricordo c’è il 1983. Data la sua forte personalità nell’alleanza DC-PSI, i democristiani e Don Salvatore pensarono di sminuirlo contribuendo a fargli fare l’assessore al Cimitero (all’epoca il PSI aveva ben tre assessorati). Tuttavia, Antimo si mise a studiare le carte con estrema precisione e trovò una serie di irregolarità gravissime, tra cui le esumazioni facili e rapide, e incominciò a contrastarle con estrema combattività. Si rivolse al Ministero per chiarimenti sulle leggi. Nessuno se l’aspettava; venne fuori un polverone mai visto prima. A chi gli diceva di lasciar perdere ribatteva “Mi rivolgo alla Procura e ti faccio arrestare!”. La rivoluzione che successe per la gestione del cimitero fu senza precedenti. Addirittura una volta andai io in persona a chiedergli un favore, per vedere se mi permetteva di tumulare in via eccezionale un mio conoscente defunto pochi giorni prima su richiesta della famiglia. Antimo mi rispose “Dì alla famiglia e dì anche al morto che hai parlato con l’assessore, che hai fatto tutto quello che hai potuto, ma che l’assessore non ha voluto sentire ragioni e farà rispettare le regole!”. In generale, se la discussione in consiglio comunale prendeva una piega per lui non giusta, poteva far durare il consiglio anche 5 ore! Inoltre, se si accorgeva che gli stessi assessori del PSI non eseguivano bene il proprio dovere, li contestava e cercava di farli destituire.
Ricordo anche che era solito interrogare i miei figli piccoli in matematica ogni volta che li vedeva per strada per mettere alla prova le loro capacità. Dallo scioglimento del PSI abbiamo fatto un percorso insieme, lui con “Maddaloni Nuova”, io con “Uniti per Maddaloni”. Sostenevamo Pascarella sperando che potesse assicurare un futuro migliore alla città. Antimo era molto rigido sulle sue posizioni anche nei rapporti con Pascarella, specialmente quando si accorgeva che le decisioni non erano orientate verso il benessere dei cittadini. Mi viene in mente una forte diatriba sulla gestione di Piazza della Pace; Antimo voleva che si facesse un’area verde e un parco giochi aperto a tutti, ma non se ne fece nulla».
Matteo Coppola, prima suo studente e poi compagno del PSI riferisce: «Una bella guida … da ragazzino da lui a ripetizione … da professore al liceo … poi militanza comune nel PSI … ha segnato gran parte della mia vita».
Paola D’Addio, sua alunna dal 1979 al 1982, ora docente di scienze a Como testimonia: «Il professore mi trasmise una passione talmente forte per la matematica che ancora oggi, dopo tanti anni, mi risulta difficile comprendere come a qualche mio studente possa non piacere questa materia».
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Antimo d’Alessandro a cena con Domenico Razzano (a capo tavola dietro), Donato Proto, d’Alessandro, Salvatore Cardillo(all’epoca sindaco) e di fronte ad Antimo Angelo D’Ambra, foto periodo 1985 o 1986.
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Angelo D’Ambra, consigliere comunale e pluri-assessore della città di Maddaloni, per la DC prima e per “Uniti per Prodi” poi testimonia: «Antimo d’Alessandro fa parte di quel gruppo di galantuomini che per anni si è prodigato per l’interesse della comunità con un impegno abnorme, sacrificando tempo, soldi, e sovente anche l’affetto dei familiari. Antimo, gli altri consiglieri/assessori del PSI e la “parte sensibile” della DC adottavano le seguenti norme di comportamento: il gettone di presenza in consiglio comunale (25000 lire nella seconda metà degli anni ‘80) finiva nelle casse del partito; praticamente tutto lo “stipendio” da assessore (circa 700000 lire) seguiva la stessa sorte (consentendo di pagare il fitto della sezione, di realizzare cartelloni/manifesti, di sostenere le spese elettorali) e/o veniva dato in beneficienza secondo varie modalità (a persone poco abbienti, per l’acquisto di libri). Antimo diede un contributo fondamentale in vari settori. Il primo è quello dell’edilizia scolastica. È stato assessore alla Pubblica Istruzione per antonomasia, essendosi impegnato in quest’ambito non solo nei periodi in cui lo era nominalmente (1975-1979, 1979-1983, 1989-1990, 1991-1992), ma anche nel resto del ventennio 1970-1990, essendosi prodigato per l’istituzione della prima sede della Biblioteca Comunale nei primi anni ’70 ed avendo supportato/coadiuvato le attività di d’Angelo e Adanti nell’intervallo temporale 1983-1988. All’epoca l’obiettivo era la realizzazione di numerose scuole primarie pubbliche dotate di mensa, con particolare attenzione nei confronti delle periferie. Sua l’impronta nelle scuole di via Cancello, via Feudo, via Cupa. E quando a via Cancello il proprietario del terreno voleva puntargli addosso il fucile per evitare l’esproprio, lui non indietreggiò. Poi c’è la realizzazione della Biblioteca a via S. Francesco d’Assisi. Infine non bisogna dimenticare i risultati ottenuti per il cimitero, prima in supporto all’assessore Umberto Mirotto (1980-1983) e poi direttamente come assessore (1983-1985 nella giunta Caturano, 1985-1988 nella giunta Cardillo). Grazie a lui Maddaloni era una delle poche città in Campania con un piano regolatore cimiteriale e regole rispettate. All’epoca il dibattito in consiglio comunale era alto sia politicamente che culturalmente; la gente veniva ammirata a seguire il consiglio! Dopo mani pulite, la nuova amministrazione, caratterizzata da insufficienza politica ed amministrativa, ha iniziato una “caccia alle streghe” cercando di accomunare la vecchia classe politica alle vicende nazionali, ma senza successo. Poi si è passati ad una politica puramente clientelare, e poi ad amministratori senza rispetto della città e delle istituzioni, per terminare con dei veri e propri ladri sistematici. La decadenza iniziata nel 1992 ha fatto sì che Maddaloni non sia più un posto decente in cui vivere. E pensare che 20-25 anni fa la nostra città era un centro culturale di tutto rispetto, in cui la gente veniva dalle zone circostanti per ‘abbeverarsi’ da noi!».
Il Senatore Vincenzo D’Anna, attualmente Presidente Nazionale dell’Ordine dei Biologi così descrive d’Alessandro: «Matematico e socialista. Gran cuore anche quando digrignava i denti. Il padre era un venditore ambulante. Aveva studiato con sacrificio grazie a vivida intelligenza. Lo ricordo con affetto. Il Signore lo abbia nella Sua Gloria».
Maria Rosaria Del Vecchio sul social facebook[3] scrive: «Un mio coetaneo. Un amico di famiglia. Una bella e brava persona. Un grande professore con grande passione politica. Lo ricordo con grande affetto».
Vincenzo d’Errico, nipote, consigliere comunale (1994-2001) e presidente del consiglio comunale (2001-2006) e la moglie, avvocatessa Saveria Ferraro, offrono un contributo congiunto intitolato “Quell’estate del 2008”.
Saveria: «I miei ricordi di zio Antimo risalgono ai tempi del liceo quando di sera lo vedevo passeggiare per il corso di Maddaloni insieme al buon prof. Mirotto, mio docente di storia e filosofia e mio preferito. Ricordo in particolare un’assemblea di istituto tenutasi al ‘Giordano Bruno’ in occasione di un periodo di autogestione quando, ascoltando un intervento di zio, ho avvertito in maniera netta la sua profonda passione civile, la capacità di comprensione e ascolto dei problemi dei giovani e l’amore autentico nei confronti di questi e degli studenti in particolare. Un’immagine contrastante con la nomea che si era fatto di uomo burbero, docente intransigente e, per molti, terribile. Quando poi alla fine degli anni ‘80, ormai al secondo anno della facoltà di Giurisprudenza a Napoli, ho conosciuto suo nipote Vincenzo, che sarebbe poi diventato mio marito, la sua figura ha assunto ai miei occhi una nuova connotazione. Mi ha stupito la circostanza che il professore conoscesse perfettamente il mio percorso scolastico e la sua evoluzione, perché evidentemente dalla sua prospettiva esso costituiva un criterio ottimale di conoscenza delle persone. Qualche anno dopo, nel 1994, nel momento drammatico della scoperta della grave malattia della mamma, Vincenzo, chiamato a svolgere, per forza di cose, il ruolo di capofamiglia, ha trovato in zio Antimo un appoggio sicuro, un punto di riferimento e, soprattutto, una preziosa occasione di crescita e di confronto, una presenza costante nelle quotidiane trasferte ad Avellino, presso la Clinica Malzoni, dove la mamma Rosa ha trascorso buona parte della sua degenza ospedaliera. All’epoca io dovevo sostenere l’ultimo esame, diritto commerciale, e Vincenzo era alle prese con immani difficoltà dovute sia a complessi problemi familiari che alla necessità di gettare le basi del proprio futuro intraprendendo la professione forense. Eravamo come in un mare in tempesta e non riuscivamo ad intravvedere dove e quando ci sarebbe stato l’approdo».
Vincenzo: «In quegli anni l’apporto di fiducia da parte di zio Antimo è stato vitale. La forza attrattiva delle sue parole, della sua storia, è valsa a dischiudere un orizzonte nuovo, a canalizzare le aspettative e le speranze confuse di quei giorni in un progetto politico per la città. “Alleanza per Maddaloni nuova” si chiamava la lista civica per la quale, per volere di zio Antimo, mi sono candidato essendo stato letteralmente affascinato dal carisma e dall’autorevolezza della sua figura. Ricordo che diversi anni addietro, quando ero ancora studente di Giurisprudenza, avevo assistito ad una seduta del consiglio comunale ed ero rimasto colpito dalle condizioni in cui esso si svolgeva: una bagarre, un vociare fastidioso ed incessante faceva da sottofondo agli interventi, spesso altrettanto confusionari, degli stessi consiglieri. Fino a quando non è stata la volta del professore. Appena lui ha chiesto la parola lo scenario è completamente cambiato, un silenzio intriso di rispetto e di attenzione è calato nella sala, e tutti hanno ascoltato il suo intervento che si imponeva per la lucidità del suo impianto, per la conoscenza reale della tematica affrontata, per la chiarezza espositiva, per la forza delle argomentazioni. Me ne tornai a casa fiero e desideroso di emulare quell’esempio. Altrettanto avvenne in un’altra occasione quando lo accompagnai a Napoli presso la sede del Mattino e fui letteralmente rapito, come lo fu il suo interlocutore, dalla serena implacabilità del suo discorso, volto in quel frangente a rappresentare e scongiurare una grave ingiustizia che si stava consumando, in dispregio di diritti cui egli si appellava. La sua intelligenza ed il rigore scientifico gli valevano un’altra dote: la versatilità; riusciva ad approcciarsi ai temi che affrontava con onestà intellettuale e competenza. Mi sono dunque lasciato naturalmente entusiasmare dal proposito di intraprendere un percorso di impegno politico sotto la sua guida e al contempo si è rafforzata in me la consapevolezza di essere chiamato a svolgere la professione di avvocato, avendo compreso l’altissimo valore, anche sociale, insito in questo ruolo».
Continua Vincenzo: «In comune con zio Antimo avevo inoltre – soprattutto allora – il temperamento diretto, a tratti un piglio scorbutico, proprio di chi, forte delle proprie convinzioni e dell’attaccamento alle idee, fino a rasentare l’accanimento, le espone e si espone, incurante del giudizio altrui. Negli affetti era tutt’altro che l’uomo monolitico di cui molti conservano il ricordo. Apparentemente senza sfumature, netto nel suo sentire, era in privato un uomo mosso da sincero e profondo interesse per i bisogni dell’altro, attento alla storia personale di ciascuno, di cui sapeva cogliere il tratto saliente, la caratteristica peculiare, segno della sua squisita sensibilità e di un’umanità fuori dal comune. Era capace di tracciare il profilo delle persone e all’occorrenza attingere all’archivio sconfinato che portava dentro per censurare, anche causticamente, comportamenti ritenuti inaccettabili. A novembre del 1996, il 28, moriva mamma. A luglio del 1997, io e Saveria, dopo più di otto anni, tutti intensi, ci siamo uniti in matrimonio ed in prima fila c’erano giustamente zio Antimo e zia Elda, sempre presenti nei momenti lieti e in quelli più delicati. Reciproca e profonda la stima, naturale l’empatia, testimoniata anche dalla scelta della figlia Elvira (“Irina”) di chiedere a Saveria di farle da madrina di cresima. Poi a maggio del 2001, contestualmente alla nascita della nostra terzogenita, Antonella, come in ogni rapporto di amore sopraggiungeva la crisi».
Saveria: «Una contrapposizione di vedute all’origine di un’incomprensione durata circa sette anni durante i quali le strade si sono divise. Sette anni di amarezza e di intima sofferenza che solo la gioia autentica dell’avvenuta riconciliazione ha posto nel dimenticatoio. La carissima zia Elda era mancata a dicembre del 2004, quando ero in attesa di Francesca, nata il 18 luglio del 2005, ma nemmeno questo evento aveva consentito la ripresa dei rapporti. Negli ultimi tempi mi capitava di fare un sogno sempre più ricorrente: noi che andavamo incontro a zio Antimo e ci trattenevamo in un lungo abbraccio. Ci siamo allora determinati a mettere da parte ogni forma di orgoglio ed abbiamo informato Irina che avremmo trovato il modo per addivenire alla pacificazione, di lì a poco. Come se una forza invisibile avesse guidato il nostro sentire ed il nostro agire nella giusta direzione, suggerendoci di non perdere altro tempo, perché il tempo utile stava per finire. E chi, come noi, crede nel Signore, ritiene che la Sua Grazia ci abbia concesso il tempo del perdono e della riconciliazione in quell’estate del 2008 che rimane ferma nella memoria del cuore. Erano i primi del mese di agosto e sull’ultimo tratto di costa rocciosa di Scalea, laddove termina la spiaggia, una catena umana composta dalla nostra famiglia al completo (Saveria, Vincenzo, Nicola, Rosa, Antonella e Francesca, che all’epoca avevano 10, 8 e mezzo, 7 e 3 anni) si muoveva in direzione di zio Antimo che, appoggiato con un solo piede alla scoglio, stava leggendo un giornale ostinandosi, fino a che non siamo giunti ad un palmo di naso da lui, a non distogliere lo sguardo dalla sua lettura. Quando finalmente alzò il capo, Vincenzo lo guardò negli occhi e, tendendogli la mano, disse: “Ciao zio, come stai? Vieni, a due passi da qui c’è il nostro ombrellone” e, d’un tratto, come se nulla fosse avvenuto, abbiamo ripreso le fila di un discorso che nell’intimo mai si era realmente interrotto. Abbiamo condiviso tutti i giorni di quella vacanza in cui zio Antimo è stato il padre amorevole, il nonno tenero ed affabile, il confidente, il compagno di lunghissime passeggiate, di bagni di mare e di sole, l’ospite più gradito, un conversatore generoso di dettagli inerenti la vita e la storia delle persone. Era anch’egli, però, una persona nuova e diversa da quella degli anni addietro, gli spigoli caratteriali erano stati evidentemente smussati dalle esperienze anche amare della vita. A tratti quegli spigoli riemergevano, riportando alla mente la passionalità consueta – come quando, durante il pranzo di ferragosto, si lasciò infiammare da un animoso dibattito con Riccardo Stravino – ma per lo più quell’animosità aveva ormai ceduto il passo alla tenerezza che si esprimeva in manifestazioni di affetto tangibile nei confronti dei nostri caotici bambini».
Vincenzo aggiunge ancora: «Zio, abbiamo avuto la Grazia di condividere ogni momento di quella che sarebbe stata l’ultima estate della tua vita. Qualche settimana dopo le nozze di Roberto con Rita, che ti avevano reso così fiero, dopo un’interminabile giornata spesa ad escogitare problemi matematici da sottoporre ai tuoi studenti, ti ha colto un malore e quando hai compreso che forse il tuo tempo era trascorso hai affidato ai tuoi figli l’ultimo progetto da condividere con me, tuo nipote “Mentino”. Oggi le tue spoglie riposano nel luogo dell’ultima dimora terrena insieme alla tua amata Elda, ai tuoi genitori Elvira e Vincenzo, ed ai miei affetti mancati: Mamma Rosa, papà Nicola, mio fratello Sergio, mio suocero Francesco. Sono certo che laddove ora vivi non c’è posto per le umane incomprensioni, per le divisioni, per i conflitti, per le asprezze e i contrasti. Qui di te rimane il ricordo di un ‘gigante’, un uomo forte, dalla straordinaria umanità, mosso da un’autentica passione civile. Un modello trasversale, cui farebbero bene ad ispirarsi anche e soprattutto quanti intendono dedicarsi alla gestione della cosa pubblica. Rimangono anche i momenti più lievi, il senso dell’umorismo che spesso sfiorava il sarcasmo e, non ultima, la tua grande passione per il mare ruvido e cristallino della Calabria, ove ogni anno da quell’estate del 2008 la tua amata famiglia si ritrova, quasi a voler fissare nel tempo della gioia la tua memoria».
Adriano Di Nuzzo, amico e compagno del PSI negli anni ’80 dichiara: «Io e Antimo ci siamo conosciuti da piccoli, 10-11 anni a testa: facevamo parte della stessa “banda”. Ci ritrovavamo a sera per fare baldoria, e guai a chi mancava o semplicemente ritardava. Schiamazzavamo fino a tardi, dondolando tra la zona del Monumento e quella del Mercato, tra uno scherzo e l’altro. E cantavamo, cantavamo, Antimo a squarciagola, fino a gonfiarsi le vene del collo. Una amicizia che si interruppe introno ai 15/16 anni, chi sa perché, con un puntiglio durato anni, senza scambiarci una parola, ancorché ci ritrovavamo a salire e scendere il Corso per ore, giorno per giorno, insieme ad amici comuni. Ma anche in quel momento, ognuno conosceva i pensieri dell’altro. Saremmo stati in grado di individuare la posizione l’uno dell’altro anche in una stanza buia. Ci ritrovammo dopo diverso tempo, intorno ai 40 anni, per merito della comune militanza politica nello stesso partito, pian piano riappacificati. Tanto, per dire che probabilmente un qualche titolo per parlare di Lui me lo ritrovo!
Antimo possedeva una forte personalità che si manifestava con un approccio risoluto alle cose della vita. Il suo ordine mentale era, come dire, asciutto, puntiglioso. Puntiglioso non tanto nel senso che se assumeva una posizione la difendeva ad oltranza (atteggiamento che pure gli apparteneva), quanto come fermezza nel perseguire un obiettivo che a suo giudizio meritava coerenza e realizzazione. Antimo è stato uomo pubblico di lungo corso e di grande incidenza sulle vicende politiche e amministrative di Maddaloni. Possedeva autorevolezza e competenza ed era sostenuto dalla capacità di risolvere i problemi. Basterebbe ricordare quanti anni scolastici ebbero inizio regolare grazie alla sua prontezza e solerzia per rimediare a strutture malferme e tetti pioventi. Si muoveva sicuro, risoluto, sapeva cosa fare, senza scheletri nell’armadio e debiti elettorali da saldare.
Esordì in politica con il Partito Comunista Italiano ricoprendo incarichi istituzionali. Ne uscì inaspettatamente e le motivazioni non furono mai eccessivamente chiare; egli stesso era restio a parlarne. Conoscendolo, azzardo che fosse scarsamente conciliabile un carattere perentorio come il suo e il dirigismo ferreo del PCI filosovietico. Comunque non ebbe mai a rimpiangere quell’appartenenza; anzi conservò nei confronti del PCI, non solo locale, una sorta di rigetto e di diffidenza. Passò nel Partito Socialista Italiano, dove riscosse sempre rispetto, e il suo contributo fu tenuto in gran conto, soprattutto come amministratore comunale. Quante volte nel partito, quando il dibattito sembrava concluso, interveniva ancora rimettendo tutto in discussione, per senso critico, per la preoccupazione di non avere inquadrato bene e complessivamente le questioni trattate. Appariva integralista, quando in effetti era preoccupato di non fare passare soverchierie e scorrettezze. Quanto mai rigoroso con se stesso, era sorretto da analogo principio nella gestione della cosa pubblica, fino a rimanere turbato dalla consapevolezza di non riuscire ad imbrigliare intese sottobanco discendenti magari da smagliature nelle stesse leggi di riferimento.
Antimo possedeva anche un’altra qualità: non parlava quasi mai della sua famiglia, neanche a mo’ di sfogo. E particolare sapore ebbe un periodo di vacanza trascorso con le rispettive famiglie e i figli giovincelli in estate a Pineto degli Abruzzi nei primi anni ’80, auspice mio fratello Gianni. Fu quasi un avvenimento e ne traemmo grande e reciproco piacere e gioia. Quando rivangando nella ricerca di quella Specificità che la Storia assegna a Maddaloni rivolgiamo indietro lo sguardo, ecco che ne ritroviamo spiegazione e conferma ricordando che una Persona come il prof. Antimo d’Alessandro era di Maddaloni».
Un suo alunno, Di Siena, ricorda: «Per me il professore era come il redivivo Charles Bronson a Maddaloni! Sempre pronto a difendere i più deboli …».
Raffaelina Divano, ex collega di inglese ancora in forze al “Nino Cortese” dichiara: «Parlare del prof. Antimo d’Alessandro non è cosa facile, perché quest’uomo ha fatto tante cose nella sua vita, e ha rappresentato per Maddaloni un “mito”, impegnato in prima persona nella politica attiva volta a migliorare la sua città, che lui amava come un figlio può amare la propria madre, sempre impegnato nella tutela dei diritti umani, e promotore di ideali quali la democrazia, la libertà e la salvaguardia dei più deboli. A chi lo attaccava politicamente sapeva sempre rispondere con i fatti, con il carisma che lo contraddistingueva, fatto di un eloquio controllato ed inequivocabile, sapendo usare le parole giuste al momento giusto. Ricordo i suoi interventi in consiglio comunale: quando parlava era difficile trovare argomentazioni che potessero confutare ciò che diceva, perché stava sempre dalla parte dei bisogni dei cittadini, ossequioso al tempo stesso di leggi e normative.
Era orgoglioso dei suoi figli: i suoi occhi luccicavano come stelle quando si soffermava a parlare dei loro successi a scuola e successivamente del loro inserimento nel mondo del lavoro. Anche al “Nino Cortese”, dove ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, è stato un punto di riferimento costante per tutti, specialmente per noi giovani docenti; riusciva a risolvere i conflitti tra colleghi, sapeva educare i genitori quando erano troppo permissivi o indulgenti con i loro figli, e sapeva relazionarsi con tutti gli alunni operando interventi mirati. Infatti riusciva ad attirare e stimolare l’attenzione di tutti gli alunni; con quelli un po’ negligenti o riluttanti alle regole effettuava delle vere e proprie trasformazioni, mentre ai più bravi faceva amare la matematica così tanto che parecchi di essi hanno scelto la sua professione diventando eccellenti professori di matematica e fisica. A volte aveva quel fare un po’ ironico, specialmente se qualcuno voleva fare il saccente, e con poche parole lo zittiva senza possibilità di replica. Non consentiva a nessuno di interrompere le sue “preziose” lezioni di matematica, che spesso diventavano anche lezioni di vita! Possedeva una grande cultura anche in altre discipline: ricordo che agli esami di riparazione a settembre interveniva parlando in inglese quando gli alunni non sapevano rispondere alle mie domande, creando stupore ed ammirazione nei presenti. Aveva una conoscenza approfondita anche di normativa scolastica e di metodologie didattiche: quando nel 1998 fu bandito il concorso a cattedra negli istituti superiori di II grado, guidò mio fratello sia nella preparazione in matematica che negli aspetti di normativa scolastica e didattico-metodologica, permettendogli di superare alla grande il concorso a cattedra in matematica. Se è vero che le persone sono ricordate per il bene che hanno fatto in vita, allora posso dire senza tema di smentita che il prof. Antimo d’Alessandro sarà ricordato da tantissime persone, perché i suoi insegnamenti continuano ancora oggi a vivere in tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscere questa grande personalità del “Nino Cortese” e della città di Maddaloni».
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Crescenzo Del Vecchio Berlingieri, Antimo d’Alessandro e Ferdinando Imposimato, foto della metà degli anni ‘80.
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Teresa Guadagno (vedova del Maestro prof. Crescenzo Del Vecchio Berlingieri) afferma: «Non era persona che si dimentica facilmente. Ai tempi di Antimo e Crescenzo il mondo era diverso».
Giuseppe Iaculo, già consigliere comunale, dal canto suo aggiunge: «Il professore era sempre disponibile e concreto».
Maria Letizia, medico, sua ex alunna, afferma: «Grande professore. Quante persone ha fatto tremare, ma io mi vanto di essere stata una sua pupilla».
Non mancava di combattività e coraggio come si evince dalla testimonianza di Rino Malinconico, Segretario Regionale di Rifondazione Comunista: «La politica negli anni ’70 era virulenta, aspra, e poteva anche diventare violenta, ma le ideologie c’erano ed erano ben definite. Ricordo che nei primi anni ’70 ci fu un acceso alterco in consiglio provinciale conseguente ad un intervento del consigliere del MSI avv. Pasquale De Rosa, dotato di notevole prestanza fisica, che ostentò spregio verso la Costituzione e la Resistenza, definendo i partigiani “assassini”; d’Alessandro, all’epoca consigliere comunista, non tollerò quell’atteggiamento e gli tuonò contro che non poteva permettersi di fare quelle affermazioni in un’aula democratica, ma il De Rosa continuò imperterrito, fino a che, sotto lo sguardo degli altri intimoriti consiglieri, d’Alessandro gli tirò il calamaio addosso! De Rosa mai dimenticò l’avvenuto, e di solito nei comizi era solito dire che “quel minuscolo comunista l’avrebbe pagata cara”». Vicenda che ricorda vagamente il Mito di Davide e Golia …
Angelo Mavino, suo alunno nel periodo 1985-1988 dichiara: «Lo ricordo con piacere, nonostante mi avesse rimandato il terzo anno di liceo …».
Alessandro Porrino, ingegnere chimico, suo alunno dal 1985 al 1988 afferma: «Il ‘mitico’ prof. d’Alessandro, del quale avevamo sentito parlare come un mostro mangia-alunni durante il biennio, si presentò in classe il primo giorno del 3° liceo, e senza neanche salutare andò alla lavagna, disegnò una retta e incominciò a spiegare …, lasciandoci completamente atterriti! Questo è il primo ricordo che ho del caro prof. d’Alessandro, che per me è stato un esempio ed una guida. Il suo modo ‘originale’ di insegnare, ironico, provocatorio, stimolante, mi è rimasto dentro. Le lezioni erano tutte imprevedibili, così come le interrogazioni, che si trasformavano spesso in veri e propri show, dove il malcapitato di turno (impreparato che provava ad arrampicarsi sugli specchi) veniva portato di domanda in domanda all’assurdità delle proprie affermazioni. Al di là della matematica e della fisica il professore ci ha trasmesso un approccio allo studio fondato sul buon senso, sulla razionalità e sul lavoro».
Antonio Porrino, ingegnere aeronautico, suo alunno nel periodo 1984-1987 testimonia: «Del prof. d’Alessandro ricordo l’atteggiamento ironico che riportava nel suo modo di insegnare. La lezione veniva spesso condotta cercando di far vedere le cose da una posizione differente rispetto a quella usuale e a volte monotona del libro e conducendo ragionamenti ‘guidati’ per arrivare alla comprensione della lezione. Durante la lezione il professore era solito effettuare domande agli alunni che, nel caso in cui il soggetto interpellato non avesse seguito il discorso, diventavano anche occasione di ‘gioco’, a volte in stile quiz, a volte in stile ‘filosofico’ in cui si partiva dall’assunzione che la risposta fosse corretta per arrivare a dei paradossi conclusivi. Mi ricordo di una lezione di fisica in cui, parlando delle diverse forme di trasmissione del calore, utilizzò come esempio una tazza da tè caldo da raffreddare, e valutò se l’usuale modo di rimescolare la bevanda con il cucchiaino fosse effettivamente efficace come si pensava. Personalmente il metodo di lavoro del professore mi ha trasmesso un approccio ai problemi che porta a guardarli da diverse angolazioni, cercando di individuare dei punti in cui controllare se i risultati che si stanno ottenendo sono plausibili oppure si è caduti in un errore che porta a risultati paradossali».
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Antino d’Alessandro con Domenico Razzano e il fedele Yorkshire Gigante “Chicco” nella sezione del PSI di Maddaloni. Alle spalle i risultati delle Comunali del 13 dicembre del 1992.
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L’amico e compagno di tante battaglie Domenico Razzano testimonia: «Antimo è un chiaro esempio di come con la perseveranza e la forza di volontà si possa uscire dalla miseria, dalle sofferenze e dai disagi sociali ed assurgere ad una posizione rilevante nella Società. La gente spesso era sorpresa del suo impegno ‘istituzionale’ per le cause che lui riteneva giuste, ritenendo erroneamente di essere in debito con lui e di doverlo in qualche modo ripagare. Talvolta qualcuno mi chiedeva consigli: “Per sdebitarmi con il professore va bene se gli porto questo o quest’altro regalo?” al che io replicavo “Se non vuoi essere oggetto di una reazione durissima, vai semplicemente a stringergli la mano!”. Come cassiere del PSI, posso testimoniare che Antimo ha sempre elargito al partito – se non in beneficienza – il gettone di presenza da consigliere e lo ‘stipendio’ da assessore; anzi, ci andava anche a perdere dato che aumentava l’aliquota nella dichiarazione dei redditi. Un altro ricordo indelebile riguarda il periodo in cui ero assessore al Cimitero nel 1989 nella giunta d’Angelo. Questo assessorato prevedeva un impegno in parecchi ambiti diversi da quello cimiteriale, come la viabilità, l’ambiente, la nettezza urbana, la cui gestione parallela non era banale. Antimo mi consigliava e ‘controllava’. Posso dire senza tema di smentita che se avessi fatto per sbaglio qualcosa di poco consono alle regole, lui avrebbe senz’altro fatto arrestare anche me! Raramente si è visto e si vedrà un politico grande, leale ed eclettico come lui».
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Manifestazione alla Comunale di via Libertà a Maddaloni con intitolazione a Francesco Imposimato nei pressi dello “ Iano Pacifero” con Don Antonio Riboldi e Ferdinando Imposimato,lunedì 29 ottobre 1984.
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Michele Renga: «Ho conosciuto il professore quando era nel PCI, nel quale ho sempre militato, ed era molto serio, rigoroso e preparato. Poi lo rividi anni dopo ai funerali di Don Salvatore, e parlammo a lungo. Conservo di Lui buoni ricordi. Era una grande e bella persona, con la quale non si facevano compromessi. Guardava unicamente agli interessi dei cittadini a prescindere dai partiti. Aveva tutte le qualità culturali e politiche per ambire a ruoli nazionali, ma purtroppo la classe politica del tempo non ha capito o non ha voluto capire, privandoci così delle sue indubbie capacità da esprimere in campo nazionale. Ma tuttavia rimane un punto di riferimento alto della migliore storia di Maddaloni».
Paolo Roberti, suo studente racconta: «Grande professore. Quanti bei ricordi! … Spesso, quando rientravo a Maddaloni, scambiavo con lui due chiacchiere, ed era sempre un piacere parlargli. Prima dell’esame di maturità, nonostante non fosse più il mio insegnante, impartì a me e ad alcuni miei compagni delle lezioni private gratis. È grazie a queste sue lezioni che feci un ottimo compito di matematica alla maturità».
Calogero Rumeo, ex segretario comunale del comune di Maddaloni ci riferisce: «Ho interagito varie volte con lui. La stima era enorme. Grande persona!».
Angelo Santangelo, suo studente aggiunge: «Lo ricordo con affetto. Severissimo!».
Vittoria Sacco, attualmente docente di matematica e fisica al “Nino Cortese” dichiara: «Non ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, ma il segno che ha lasciato al “Cortese” si sente ancora».
L’opinionista Carlo Scalera, con lunga militanza in partiti e sindacati di sinistra afferma: «Indubbiamente una delle migliori menti politiche che questa città ha avuto. Però vuoi il caso che ci siamo sempre trovati su strade politiche opposte. Io Servire il Popolo e lui PCI, poi io giovane DC e lui PSI, poi infine io Verde per la Pace e lui Nuovo PSI. … ed aveva tutte le buone ragioni per questa sua ultima scelta visto il punto dove siamo arrivati».
Pasquale Sgambato, suo alunno nel periodo 1988-1991, ingegnere elettronico testimonia: «Era l’anno scolastico 1989-90 (per me quarto anno del liceo scientifico) e i programmi ministeriali non prevedevano l’insegnamento dell’informatica (qualche anno dopo fu introdotto un corso sperimentale). Il prof. d’Alessandro, forse stimolato dal fatto che i suoi figli all’università seguivano corsi di informatica, decise di insegnare anche a noi i rudimenti della materia. Il linguaggio di programmazione usato allora era il Pascal, notoriamente votato alla didattica. Cominciò così la nostra avventura con i cicli for, while, repeat until, le procedure ricorsive, ecc. Personalmente, avendo all’epoca la fortuna di avere un PC, riuscii a seguire con interesse e soprattutto facendo tanta pratica questi insegnamenti complementari. La cosa notevole è che l’impostazione era praticamente quella universitaria. Il professore stesso era stato catturato profondamente da questa materia, tant’è vero che una mattina lo vedemmo arrivare a scuola con un po’ di occhiaie e lui ci rivelò di non essere andato per niente a dormire e che aveva passato tutta la notte davanti al calcolatore. Ricordo che una volta, parlando di un programma che aveva fatto lui, aveva detto che lo aveva salvato col nome “senza rete”. Gli chiesi il significato di quel bizzarro nome di file e lui mi disse che il motivo era che lo aveva fatto direttamente al calcolatore senza passare per uno schema su carta e quindi era “senza rete di protezione”. Si raccomandò ovviamente di passare sempre per una impostazione ragionata e schematica prima di scrivere il programma al calcolatore. È quello che poi oggi, nel mondo professionale, si chiama ciclo di vita del software che passa dai requisiti al progetto di architettura, alla definizione degli algoritmi e dei flussi, ecc. Al liceo “Nino Cortese” in quegli anni non esisteva un computer di istituto per la didattica (forse esisteva qualcosa in segreteria ma non ne sono sicurissimo). Poiché il professore desiderava mostrare a tutti gli alunni il funzionamento di un calcolatore, mi chiese se potevo portare a scuola il mio. Così un giorno ci organizzammo e lo portai: per varie classi del corso C (a cui nel frattempo il professore aveva esteso il programma di informatizzazione) furono fatte in quella giornata delle demo di uso del PC. Un ultimo episodio a proposito di informatica. Una mattina ero in classe seguendo una lezione di italiano. Arrivò a un certo punto la bidella dicendo che il prof. d’Alessandro era in sala professori e chiedeva che io lo raggiungessi. Fui ovviamente molto sorpreso e lungo il tragitto mi chiedevo quale potesse essere il motivo. Una volta arrivato, mi invitò a sedermi perché dovevamo discutere di un programma che implementava non so quale algoritmo e sul quale voleva confrontarsi con me. Serbo ancora oggi il ricordo del privilegio di aver potuto, in quella epoca così fertile per uno studente, avere così tanti stimoli che hanno condizionato poi il mio futuro professionale …
Una delle fortune di essermi imbattuto nel mio percorso scolastico col prof. d’Alessandro sta sicuramente nel fatto che gli esercizi che ci sottoponeva erano gli stessi che in quegli anni venivano proposti nel corso di Analisi I alla facoltà di Ingegneria. Ricordo che gli esercizi erano quelli del professor Fiorenza, scritti a mano con una calligrafia invidiabile. Eravamo partiti con i numeri immaginari e poi avevamo fatto praticamente buona parte del programma di Analisi I facendo esercizi sui limiti, le derivate, lo studio delle funzioni, ecc. Per lo studio delle funzioni, utilizzando sempre il Pascal come linguaggio di programmazione, scrivemmo il programma che faceva il grafico cartesiano. Chi ha poi affrontato nel proprio percorso accademico l’esame di Analisi Matematica si è trovato con un notevole vantaggio.
Quando il professore spiegava e poi faceva domande di verifica aveva un simpatico atteggiamento ironico che personalmente mi colpiva molto; i meno bravi, non ho mai saputo perché, li chiamava con altri nomi (o cognomi) tipo “Austino”, “Zanetti”, “Santonastaso”. Non ho mai saputo quale fosse l’origine di questi nomi, sarebbe simpatico trovare una risposta nella biografia che si sta scrivendo[4] …».
Tommaso Suppa, suo amico in età giovanile nonché suo studente all’Istituto Tecnico Industriale negli anni ’60 ricorda che: «Antimo, grazie al suo carisma, era un leader tra i suoi coetanei, un indiscusso capobanda. Come suo studente ricordo la precisione nelle spiegazioni e la severità senza pari, che spesso però si tramutava in generoso supporto per gli alunni motivati ma con difficoltà familiari».
Maria Valentino, sua studentessa, ha composto per lui:
«Il prof. d’Alessandro
intelligente, acuto,
ironico, sferzante,
immediato, introverso,
riflessivo ed impulsivo,
schietto, forte,
determinato, ingegnoso …
Tanti sono gli aggettivi che potrei adoperare per descriverlo e tutti indicherebbero una persona nata per essere ricordata.
Saper rivivere nei ricordi di coloro che l’hanno conosciuto ed apprezzato,
rivivere nella traccia dei suoi insegnamenti è per pochi!
Sono grata al professore perché mi ha spronata a considerare la matematica come continuo ragionamento,
un’evoluzione di numeri e formule,
una passione che porta all’infinito,
raggiungere un concetto e superarlo per cogliere il senso di uno più complesso …
La sua passione accompagnata dall’enfasi per la sua innata mimica era coinvolgente!
Non saprei dire quanti alunni abbia avuto nella sua lunga carriera, ma incontrarlo per strada, a distanza di tempo, e sentirsi riconosciuta ed apprezzata per quanto dato mi ha sempre resa orgogliosa.
Non c’è morte per chi ha vissuto sapendo donare parte di sé … ovunque siate grazie prof.!».
Alfonso Ventrone, ex consigliere comunale di lungo corso dichiara: «Il professore aveva sempre un occhio di riguardo per le persone meno facoltose. Nel 1969 di domenica veniva a prendere me e alcuni miei familiari per darci l’opportunità di una giornata in piscina!».
Lella Vinciguerra, sua studentessa aggiunge: «È stato mio docente al liceo; non lo scorderò mai, ottimo professore ma … quante tirate d’orecchio!!!».
Riconoscimenti
Per ciò che concerne i riconoscimenti per il suo impegno si richiama, la già citata, proposta del 2014 avanzata dal consigliere comunale Luigi Bove che presentò un’interrogazione consiliare al sindaco di Maddaloni affinché si iniziasse un «ragionamento serio sulla toponomastica maddalonese teso a dare il giusto tributo a quei concittadini che oggi non ci sono più e che nella loro vita terrena hanno dato lustro, in vari campi, alla città di Maddaloni». In particolare, egli chiedeva di intitolare strade e piazze a «illustri concittadini i quali si sono distinti, nel corso della loro vita terrena, per svariati meriti acquisiti nel campo delle professioni e degli impegni civici, sociali, culturali e sportivi che li hanno visti protagonisti»; tra questi propone «l’ex consigliere comunale e amministratore comunale di lungo corso nonché uomo di cultura prof. Antimo d’ Alessandro».
A seguire i due riconoscimenti di cui all’apertura del primo articolo di questa serie in ricordo di Antimo d’Alessandro. Il primo è del 3 giugno 2017 allorquando ad Antimo, alla memoria, viene conferito un attestato di apprezzamento “per l’impegno educativo, politico, culturale e sociale” dall’associazione Dea Sport Onlus di Bellona.
E poi a seguire lo scorso 2 gennaio 2018 allorquando ad Antimo gli viene conferito un attestato di benemerenza alla memoria “per l’impegno educativo, politico, culturale e sociale” dall’associazione Welcome di Maddaloni.
Varie
A riprova del suo comportamento ironico e tipicamente mai banale, a partire dalla sua adolescenza era solito chiamare il figlio Vincenzo “Primogenito!” anziché con il suo nome di battesimo.
Antimo era accanito lettore del quotidiano “La Repubblica” di Scalfari, di cui apprezzava il taglio laico-riformista. Adorava lo stile ed il contenuto sofisticati degli articoli di Gianni Mura e Gianni Brera.
Come ricordato, è stato complesso il suo rapporto con Ferdinando Imposimato. I due hanno praticamente la stessa età e si conoscono da ragazzini. Ferdinando frequenta spesso la casa dei nonni a via Roma nelle immediate prossimità della Caserma Annunziata (ex magazzino militare), a poca distanza dall’abitazione dei d’Alessandro. I due si stimano, discutono di attualità, si stuzzicano, si prendono in giro. L’amicizia tra i due è forte, la stima reciproca lo è altrettanto. Forte è l’interazione negli anni ’80. I due organizzano insieme convegni su temi educativi, come su quello della droga. Come detto in precedenza, è notevole l’impegno di Antimo d’Alessandro per la realizzazione della Villa Comunale Iano Pacifero dedicata a Franco Imposimato qualche mese dopo l’uccisione di quest’ultimo. Qualche stridore, dovuto all’onestà intellettuale che li caratterizza, si manifesta nel seguito, soprattutto a causa dei significativi impegni “romani” di Ferdinando che non gli permettono di fare gli interessi dei cittadini maddalonesi come, secondo d’Alessandro e altri suoi compagni di partito, avrebbe potuto/dovuto.
Frasi tipiche di Antimo erano: «Ahi dura terra perché non t’apristi?» (Canto XXXIII, Inferno, Dante) in occasione di eventi nefasti; «audentes fortuna iuvat» (Eneide, Virgilio) per stimolare l’interlocutore ad osare; «l’ingratitudine umana è più grande della misericordia divina» (Leopardi), che ci ripeteva spesso per metterci in guardia da comportamenti ‘imprevisti’ di certune persone; «l’allievo deve impegnarsi al massimo per superare il maestro»; «difficile cavare il sangue dalle rape».
Antimo d’Alessandro non era molto avvezzo ad ascoltare musica, spesso anche per mancanza di tempo. Negli ultimi (malinconici) anni di vita da vedovo, si era riscoperto appassionato degli Alunni del Sole, e, in particolare, della canzone “A canzuncella” (1977) del compianto Paolo Morelli.
Altre grandi passioni di Antimo d’Alessandro erano: il mare (era un formidabile nuotatore anche oltre i 70 anni); il Napoli calcio, che seguì con grande trasporto nel ritorno dalla C alla A; la briscola ed il tressette, che praticava con rigore scientifico durante le vacanze estive.
Ancora non poteva mancare per lui l’approfondimento nell’algebra, geometria, analisi matematica e fisica a valle dell’enfisema polmonare del 1989 venne conseguito grazie alla consultazione rigorosa di “sacri testi” universitari, come Lezioni di Analisi Matematica I e II (Fiorenza-Greco), Analisi Matematica I e II, Esercizi e Complementi di Analisi Matematica I e II (Enrico Giusti), Analisi Matematica I e II (Marcellini-Sbordone), Calcolo I e II (Apostol), Fisica I e II (Mencuccini-Silvestrini).
Ad ulteriore testimonianza del suo animo gentile, aveva un legame particolare con il suo (inseparabile) cagnolino “Chicco”, uno ‘Yorkshire gigante’ da 13 chili, nato il 28 dicembre 1991 (dal febbraio 1992 nella sua famiglia) e morto il 25 ottobre 2004 (si lasciò morire di crepacuore per l’assenza della moglie di Antimo, in quel periodo ricoverata in ospedale in condizioni gravi). Il rapporto tra i due era molto simile a quello ‘classico’ tra padre e figlio. Impressi nella mente di Vincenzo sono lo stato di trepida attesa di Chicco quando Antimo si predisponeva ad uscire, che poteva tramutarsi in immensa gioia o in triste rassegnazione a seconda che fosse invitato ad accompagnarlo o meno, e la sua enorme preoccupazione quando Antimo ritardava il rientro a casa.
Era complicato interpretare la sua visione “metafisica”, essendo il suo pensiero molto profondamente incentrato sull’uomo. Di sicuro non praticava assiduamente alcuna religione, ed era molto riservato – almeno con i figli – sull’argomento, benché nutrisse un grande rispetto per devoti e religiosi. «In verità – dichiara Vincenzo d’Alessandro – sempre pensato che fosse agnostico, pur avendo accompagnato mia madre a Lourdes nel luglio 1999. Tuttavia negli ultimi anni della sua vita, in particolare dopo la malattia e la dipartita della moglie, ho avuto la percezione che credesse (o quantomeno si sforzasse di credere) all’esistenza di Dio e di un Aldilà. Le ultime frasi che gli ho sentito dire, quando era ricoverato in terapia sub-intensiva alla Clinica di San Michele e non era chiaro a nessuno che sarebbe spirato dopo un paio di giorni, furono, rivolto al medico: “Dottore, ma c’è il rischio che io me ne vada dall’altra parte?”, e poi a me (sbagliando!): “Spero non sia arrivato ancora il mio momento; ho ancora troppe cose da ‘sistemare’”».
Per il momento ci fermiamo … ma le testimonianze e le curiosità su Antimo d’Alessandro continuano.
Così si conclude il terzo articolo della serie dedicati al prof. Antimo d’Alessandro la cui tematica generale potrà essere sicuramente in futuro oggetto di integrazione.
È mio desiderio personale, e della nostra redazione giornalistica, continuare a raccogliere testimonianze e suggerimenti per uno studio di approfondimento della figura del prof. Antimo d’Alessandro e riproporlo al lettore, alla comunità maddalonese e casertana e non solo.
Per coloro che sono interessati a condividere il proprio ricordo, riportare la propria testimonianza sul prof. Antimo d’Alessandro possono contattare il figlio Vincenzo (vindales@unina.it) o scrivere a studioanniversario@gmail.com, account di posta che uso per la raccolta di info sulle biografie che studio.
Non ci si aspetta di essere esaustivi e di non cadere, involontariamente in qualche errore storico/testimoniale. La studio nasce dalle testimonianze dirette ed è supportata, dove è possibile anche da documentazione. Sarà dato modo a chi vorrà la possibilità di replicare, integrare, chiarire etc. elementi emersi nel corso della fase di presentazione della storia biografica.
Ringrazio il lettore che ha avuto la pazienza di dedicarmi un po’ del suo tempo nella lettura di questo studio ed allo stesso chiedo scusa se qualche imperfezione è sfuggita alla rilettura delle bozze.
[1] Nel precedente articolo abbiamo proposto una testimonianza di Alfredo Omaggi, docente di Storia e Filosofia al “Giordano Bruno”, intitolato “La sua Biblioteca …” che si ripropone per arricchimento tematico sul prof. d’Alessandro: «Il mio ricordo di Antimo d’Alessandro è strettamente impolitico, ma non per questo meno vivido e significativo; anzi testimonia, ove ve ne fosse le necessità, dei diversi interessi di un uomo che sicuramente trovavano una sintesi nell’azione politico-amministrativa, senza che però le diverse passioni ne uscissero mortificate o peggio ancora isterilite ed asservite ad un mero pragmatismo ideologico. È, mi spiego meglio, sul rapporto del “professore” con la nostra Biblioteca comunale che intendo porre l’accento. Un legame che si sostanziava innanzitutto di formidabili ed inossidabili amicizie, cementate da frequentazioni quotidiane. La Biblioteca, nella nuova ubicazione, era praticamente per lui una seconda casa, dove sostare, all’uscita dal “Cortese”, sempre insieme all’amico fraterno Umberto Mirotto e alla di lui compianta consorte e direttrice Maria Olivieri. Una tappa fissa, quasi geometricamente mediana, di avvicinamento verso il ritorno alla sua abitazione in Via Roma. Già agli esordi, alla metà degli anni ‘70, nell’angusta sede di Via Amendola, d’Alessandro era stato il primo presidente del Consiglio di Amministrazione, dal 1975 al 1979 e poi si può dire, con qualche breve intervallo dovuto all’incarico di Assessore alla Pubblica Istruzione e Cultura, per tutti gli anni ‘80, fino al suo ultimo mandato dal 1991 al 1993. In questo suo ufficio, seppe coinvolgere il meglio della intellettualità maddalonese e il mio ricordo va commosso a Peppino Ceci e Bruno Iorio. Le loro intuizioni e proposte, accanto a quelle di altri attenti collaboratori, affidò alla sapiente, tenace e concretissima capacità realizzativa di Maria Olivieri. Gli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90 segnarono così un apice culturale mai più eguagliato nella città calatina; un succedersi di iniziative, confronti, discussioni pubbliche, presentazione di volumi che ebbero luogo nella sala intitolata alla figura del preside Gebbia, trasformata nel salotto buono ed accogliente della città, ospitando esponenti di spicco della cultura nazionale: da Gianni Baget Bozzo a Franco Carmelo Greco, a Ettore Rotelli, a Marco Tangheroni, a Sergio Quinzio, a Giulio Maria Chiodi, a Massimo Cacciari, ma elenco sarebbe ancora lungo ed impietoso rispetto a quanto la città offre oggi in termini di opportunità culturali, soprattutto per i giovani. Colpisce, a distanza di anni, la capacità di coniugare le problematiche di respiro generale con una attenzione non episodica alla storia locale: l’attenzione per il nostro De Sivo, con le pubblicazioni in anastatica, a cura della Biblioteca, della Storia di Galazia campana e di Maddaloni, per due volte nel 1978, con le Arti grafiche Proto e nel 1997, delle Tragedie, nel 1991, ma anche l’opera storica tardo ottocentesca del canonico Piscitelli, Dissertazioni per illustrare alcuni punti della storia di Maddaloni e la invece recente ed avvincente storia di Pietro Vuolo, Maddaloni nella storia di Terra di Lavoro in un unico volume, nel 1997, rendendo degno riconoscimento civico alla figura di un profondissimo e coltissimo studioso di storia locale, e non solo. Quella sala fu trasformata poi in un anonimo ufficio comunale, fino a che riuscimmo (fui parva pars) con una battaglia civica ad ottenere che la Biblioteca fosse trasferita negli ex locali del prestigioso Giordano Bruno, mentre se ne scongiurò l’ubicazione nell’ex macello comunale (potenza delle metafore!). Il d’Alessandro da me conosciuto e di cui ho cercato di lumeggiare qualche tratto fu sempre alieno da quella veemente passionalità che par assegnasse all’agone politico e partitico. Mi è sempre apparso riservato, anzi quasi timido, vale a dire in quella dimensione che ritengo costituisse la sua vera natura. A pacificarlo con se stesso gli bastava la vista di tantissimi giovani che frequentavano la Biblioteca e l’annessa emeroteca, il loro silenzioso e rispettoso compulsare di testi e documenti. Sono persuaso che pensando alla città, pensava, da uomo di scuola, soprattutto a loro, ai tanti giovani, preparati e capaci, che avrebbero dovuto prosciugare la palude stagnante della vita politica cittadina. Era ancora un segno del suo amore mai intermesso per Maddaloni, già venato dalla malinconia di vederne l’inarrestabile periclitare, eppure fiducioso che si sarebbe potuto – che si può! – ancora fare in tempo a salvarla e … a salvarci».
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Manifestazione Scacchistica a Maddaloni nell’ex Sala “Gebbia” della Biblioteca Comunale di via San Francesco d’Assisi, oggi sede della casa comunale. Da destra Antimo d’Alessandro, in primo piano Maria Olivieri (Direttrice della Biblioteca) e Francesco d’Angelo (Sindaco).
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[2] Nel frattempo passato al PSI dopo la crisi personale del 1974.
[3] Molti, molti dei contributi, per lo più quelli brevi, sono il frutto di commenti su facebook in esito alla pubblicazione dei precedenti articoli.
[4] Come prima richiamato questi nomignoli dovevano probabilmente fungere da “scossa” necessaria a stimolare gli studenti poco interessati o distratti.
