CASERTA – “Fare sport…salva la vita. Sopravvivere non basta”*. E’ lo slogan del convegno dibattito che si è tenuto sabato 15 marzo nel Duel Village di Caserta e che si proponeva di mettere a confronto l’esperienza degli sportivi con quelli della donazione di organi per salvare vite umane.
IL DIBATTITO
Dopo i saluti iniziali e la presentazione del progetto, da parte della moderatrice Adele Vairo, Dirigente Scolastico del liceo “A. Manzoni”, sono intervenuti nella prima parte della mattinata il dott. Pietro Riello, sindaco del Comune di Castel Morrone; la prof.ssa Mariagrazia Guarino referente alla salute del Provveditorato di Caserta; la dott.ssa Ludovica D’Apice, primario nefrologo AORN di Caserta; il dott. Gennaro Castaldi, presidente AIDO Provinciale di Caserta; Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il viceprefetto dott. Italiano, seguiti dai saluti e dagli auguri del sindaco Pio Del Gaudio e di Monsignor Angelo Spinillo, che da donatore ha invitato a “donare vita”.
La prima sessione è stata introdotta da Giusy de Rosa, promotrice dell’evento e membro del Comitato Scientifico “Sopravvivere non basta”, e dal presidente dell’ADISS Campania, Clementina Ferraiolo, la quale ha portato i saluti del presidente della Fondazione Cannavaro Ferrara,
“Lo sport è uno strumento fondamentale. Ci aiuta a comunicare e far arrivare lontano il nostro messaggio. Siate sportivi nella vita. Vinciamo e facciamo vincere Caserta”, ha detto con orgoglio, la Ferraiolo, rivolgendosi alla giovane platea di alunni.
Carlo Santoro, segretario del Comitato promotore della campagna: “vivere da sportivi: a scuola di fair-play”, ha spiegato il concorso per spot e video rivolto alle scuole secondarie di secondo grado.
IL RACCONTO DI FEDERICO FINOZZI
Al convegno ha raccontato la sua esperienza personale Federico Finozzi, sportivo e trapiantato. “La mia storia comincia nel 1994. Avevo 19 anni e dopo due mesi di ricovero per problemi fisici che mi tormentavano da mesi, mi diagnosticarono una malattia piuttosto rara che colpiva le vie biliari e il colon. Rara, certo. Ma non per me”. I medici non sapevano quale fosse la causa né come curarla. L’unica cosa certa è che prima o poi avrebbe dovuto fare un trapianto di fegato. Ma senza sapere quando. Nonostante tutto Federico ha provato a vivere una vita “normale”, fino a che ha potuto.
“Nel 2003 la situazione si aggravò. Avevo 28 anni e la mia vita non era più tale. Cominciò ad essere sopravvivenza. La febbre divenne giornaliera. La mia malattia, come tutte del resto, divenne una prigione dalla quale non potevo fuggire. Non c’erano vacanze, né periodi di pause. I medici dissero ai miei genitori che non sarei arrivato ad agosto. Ogni sera andavo a letto e sapevo che poteva essere il mio ultimo giorno. Sentivo la vita abbandonarmi, ed io non potevo far nulla. Fino a quando non ricevetti quella telefonata che aspettavo da tempo”, ha continuato.
Era pronto un fegato compatibile. È stato trapiantato il 29 luglio del 2003. Per alcune complicazioni furono necessarie venti sacche di sangue. Venti sacche di vita che entravano dentro di lui. Stava rinascendo. “Dovevo imparare di nuovo a vivere una vita “normale”. Avevo voglia di svegliarmi al mattino e fare tutte quelle cose che le persone chiamano quotidianità“.
Ma gli era rimasto un sogno in sospeso. Aveva letto, qualche giorno prima, che si stavano svolgendo in Francia i Giochi Mondiali per trapiantati, una sorta di Olimpiadi per chi, dopo un trapianto aveva ripreso a fare sport. Così decise che vi avrebbe partecipato anche lui, riprendendo il nuoto, con molta fatica ma tanta voglia di farcela. In Canada, nel 2005, ha vinto tre ori, un argento e due bronzi, stabilendo un record del mondo sui 50 metri rana. “È bastato cambiare un millimetro punto di vista. Ed io che ero diverso, sono diventato “normale”. Non ero l’unico con la mia cicatrice, “taglio mercedes”. Eravamo tutti uguali, tutti rinati una seconda volta. Saremmo stati dei fantasmi, in quella piscina, se nessuno avesse deciso di donare gli organi o del sangue. Oggi mi piace pensare che quel ragazzo che mi ha donato il fegato alla sua morte, non abbia solo ridato vita a me, ma anche a mia figlia Rebecca. Dieci anni fa dovevo morire. Ma sono vivo. E la mia vita ora è straordinariamente normale”, ha concluso Federico.
NANDO GENTILE
Della sua brillante carriera sportiva ha, poi, parlato l’ex cestista di basket e ora allenatore, Nando Gentile. “La vita degli sportivi è sacrificio, è rinuncia. Non so, onestamente, se lo sport salvi la vita, ma fa bene. Questo è indiscutibile”, ha dichiarato.
LA SECONDA SESSIONE
La seconda sessione, moderata da Aldo Balestra, caporedattore de “Il Mattino”, invece, ha visto come protagonista Reginald Green, padre di Nicholas Green (da cui poi è nata la “Nicholas Green Foundation”) vittima a sette anni di un assassinio sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria.
IL CASO GREEN
Era il 1º ottobre 1994 e l’automobile su cui viaggiava insieme alla famiglia, fu scambiata per quella di un gioielliere, da alcuni rapinatori che tentarono un furto. Nicholas morì pochi giorni dopo nel reparto neurochirurgico del Policlinico di Messina. I genitori, alla sua morte, autorizzarono il prelievo e la donazione degli organi, salvando la vita a sette persone. All’epoca non era una prassi comune e ciò contribuì ad intensificare gli episodi di donazione in tutto il Paese.
Tornare a vivere, una seconda volta, non è facile. Per chi ha vissuto tanto tempo nei letti d’ospedale, mentre la vita fuori andava avanti, non lo è. Per chi si è creato un tempo personale, scandito da medicine, visite e controlli. Per chi ha smesso di sperare e ha dimenticato i propri sogni. Per chi si è addormentato la sera, sapendo che, probabilmente, il giorno dopo non si sarebbe risvegliato. Per chi ha visto la morte, la sua, negli occhi della famiglia e degli amici.
Sapere, dopo tanto tempo, che la vita non ha più una scadenza imminente, ma esiste qualcosa oltre i tristi corridoi d’ospedale, oltre le dialisi, gli infermieri, e gli occhi compassionevoli della gente intorno, non è facile. Ma è bellissimo. Donare il sangue, donare organi, tessuti e cellule è dare vita e speranza a chi non sa più cosa significhino. Significa donare tempo, a chi ormai pensava che il suo fosse terminato.
La malattia peggiore è l’ignoranza. Essere informati ne è la cura.
I PROMOTORI
Il convegno vanta tra i promotori il Liceo Scolastico “A. Manzoni” di Caserta, l’ADISS Campania, il Comitato scientifico “Sopravvivere non basta”, la Seconda Università degli Studi di Napoli; il patrocinio della Provincia e del Comune di Caserta, del Comune di Castel Morrone e della Fondazione Cannavaro Ferrara, nonché di vari vari partenariati, tra cui la JuveCaserta Basket, l’ A.I.D.O. Provinciale di Caserta e molti altri.
