CASERTA – I segnali di ripresa visti contro Roma, e la tradizione positiva quando ci sono le telecamere Sky, erano gli unici, fragili elementi di speranza di tutti i casertani, prima della difficile trasferta di Cantù. Che la Eldo soffra maledettamente il gioco aggressivo e veloce della squadra di Dalmonte lo testimonia la replica del cappotto subito all’andata, ed il 99-68 finale è una mazzata tremenda alla fiducia già incrinata dentro e attorno alla squadra casertana.
Non è Cantù la spiegazione
Ma non può, e non deve, essere Cantù la spiegazione dei mali che attanagliano la Juve negli ultimi mesi. I segnali negativi sono sempre più allarmanti, e riguardano la tenuta mentale della squadra, totalmente incapace di reagire ai momenti di difficoltà che ogni partita può riservare.
In questi momenti di solito si dice che è necessario fare quadrato, ritrovare compattezza, ed isolare la squadra dalle pressioni dell’ambiente. Francamente però, ci sembra di vedere dei preoccupanti segnali di sfaldamento all’interno della squadra, ed è sempre più evidente che stanno venendo meno tra i giocatori, e tra giocatori e coach, gli elementi basilari di fiducia reciproca che possano permettere alla Eldo di invertire la rotta.
Momenti analoghi lo scorso anno
Lo scorso anno abbiamo vissuto momenti analoghi, con difficoltà evidenti di squadra, e con una pressione pazzesca della piazza che aveva un unico, enorme obiettivo. Eppure in campo i giocatori sono sempre sembrati in sintonia tra loro, mantenendo in sé stessi e nei compagni inalterata la fiducia.
Nella Juve di Cantù
Nella Juve vista a Cantù, si cominciano a vedere segnali di crisi d’identità , e la mancata risposta agli stimoli non può essere più considerata un problema tecnico, ma solo un pessimo segnale di resa psicologica.
Avevamo individuato nel tiro da tre, e nel rendimento di alcuni giocatori, le chiavi tecniche per invertire il trend negativo delle ultime partite; ma a Cantù il tiro da tre è stata l’unica nota positiva della serata, e Foster e Jenkins sono stati a lungo i nostri due unici giocatori in doppia cifra. Eppure il crollo c’è stato lo stesso, più devastante e più desolante che mai. E quindi anche i paraventi tecnici non stanno più in piedi; questa è una squadra che, in questo momento, non crede più in sé stessa, e forse ci sono giocatori che non credono più nei compagni o nel coach, e coach che non crede più (o non ha mai creduto) in alcuni suoi giocatori.
No disfattismo, ma serve intervenire
Chi ci legge con costanza, sa benissimo che siamo sempre stati contrari al disfattismo, alla tendenza della piazza o di alcuni commentatori di volere cambiamenti, tanti e subito; e quindi speriamo di non essere tacciati di emotività o superficialità se oggi pensiamo che la società in qualche modo debba intervenire per provare a rimediare ad una situazione di classifica che sta diventando pericolosa, e di cui soprattutto, non si intravede una via d’uscita.
Frates?
Di solito, quando le cose non vanno, paga sempre il coach, ovvero il più semplice ed immediato capro espiatorio dei mali di tutti gli sport. Non sempre è il coach il vero problema delle squadre, ma lo diventa nel momento in cui è lui per primo a non credere nei suoi uomini, oppure a non avere più quell’ascendente sui giocatori capace di trasmettere le giuste scosse alla squadra.
Dispiace dirlo, perché Frates è l’allenatore che ci ha riportato in A dopo una vita, raddrizzando una stagione nata malissimo, ma la sensazione che ci portiamo dopo Cantù, è che la squadra abbia smesso di seguirlo, e lui abbia smesso di dare segnali alla squadra.
Le cose, viste dall’esterno, sono quasi sempre distorte, perché noi siamo spettatori privilegiati della domenica, mentre una partita si costruisce durante l’intera settimana, a porte chiuse tra palestra e spogliatoi; la nostra testimonianza, il nostro piccolissimo giudizio, si limita a quello che vediamo nei quaranta minuti che danno un senso a quel lavoro. Forse ci sbagliamo, forse la squadra è solo in un brutto momento e tutti sono uniti e fiduciosi che le cose miglioreranno.
Come uscire dal tunnel
Ma se così è, oggi non vediamo chi, come e quando possa regalarci l’uscita dal tunnel del non gioco in cui la Eldo si è ficcata nell’ultimo mese. I primi diciotto minuti di Cantù ci avevano dato l’illusione che la squadra, ritrovando la precisione al tiro, avesse ritrovato quel feeling con sé stessa che mancava; ma l’illusione è stata spezzata da quel suicidio durato due minuti, 5 palle perse e 13-0 di parziale che ha mandato la Eldo negli spogliatoi con la mente confusa e le gambe piegate.
Di solito, una squadra che ha orgoglio, fiducia, e che per 18 minuti ha giocato un basket decisamente positivo, si fa forza e torna in campo determinata almeno a giocarsi la partita fino in fondo. La Juve rientrata dagli spogliatoi sembrava una squadra consapevole di non essere in grado di reagire, o forse (e peggio) di essere insensibile agli stimoli.
Pezza delle Noci
Cosa, se, quando e come si debba cambiare qualcosa nell’assetto tecnico della Eldo, lo decideranno tra le mura degli uffici di Pezza delle Noci; ma se anche a Cantù Brkic ha fatto una comparsata di pochi minuti, e Jenkins ha visto la partita nel secondo tempo dalla panchina nonostante il peggior Di Bella della stagione, vuol dire che Frates non crede che questi giocatori possano dare un contributo alla causa.
E quindi delle due una: o si interviene sul mercato e si prendono due rinforzi graditi al tecnico, o sarà il coach a farsi da parte a favore di qualcuno (chi?) in grado di tirar fuori il meglio dal potenziale di questa Juve, che resta miseramente aggrappata a Diaz, che anche quando non è in giornata, resta l’unico irremovibile riferimento in attacco. Troppo poco per una squadra che vuole ambire ad una salvezza, e senza patire troppo.
