Lino Musella: “Il segreto è imparare a sfruttare i tempi vuoti”

Foto di Pino Miraglia

ROMA – Ho conosciuto Lino Musella in un’occasione privilegiata: a casa sua. Il giornalista e slammer Max Brod aveva organizzato un Poetry Home proprio nell’appartamento di Musella, e io ebbi la fortuna di far parte del gruppo di poeti invitati a declamare i propri testi. Lino ascoltava attentamente, annotando impressioni su un blocchetto per poi restituirci uno sguardo critico sulle performance. Già questa immagine racconta buona parte del suo modo di essere artista: qualcuno che non si è trincerato dietro la popolarità ma che continua a praticare il confronto, l’ascolto, il dialogo, la curiosità — la fiamma viva della conoscenza. A distanza di tempo ho avuto poi l’occasione di intervistarlo dopo averlo visto al Teatro Mercadante vestire i panni di Enzo Moscato nello spettacolo Non posso narrare la mia vita, diretto da Roberto Andò.

Lino, che cos’è per te la poesia? Quali testi o autori hanno segnato la tua vita e il tuo percorso artistico?

La poesia e il teatro sono strettamente connessi. Non a caso, un tempo l’autore teatrale veniva chiamato “poeta”. C’è un’origine del teatro che ha molto a che fare con la poesia: il teatro nasce anche come luogo che permette alla parola poetica di essere ascoltata. Poi il teatro ha preso strade più naturalistiche, trasformazioni che lo hanno anche felicemente allontanato dalla poesia. Ma penso, ad esempio, al teatro di Samuel Beckett: lì si sente ancora una fortissima tensione poetica. Il teatro è un crocevia, un luogo in cui qualcosa che viene pronunciato può essere percepito e vissuto in più direzioni. Però spesso lo fa agganciandosi a un plot, a una struttura narrativa. La poesia invece è ancora più aperta: può muoversi in molte direzioni anche all’interno dello stesso frammento. La poesia è un articolarsi di frammenti. Si compone di versi che si susseguono, e ciascuno può aprire un mondo. Per me è sempre stata una fonte di ispirazione continua, anche adesso, dopo molti anni di lavoro. Lo vedo proprio nel corpo: imparare poesie a memoria significa portarsele dietro.

La tua voce e il tuo corpo nei personaggi che interpreti appaiono sempre stratificati, mai piatti. In che relazione stanno corpo e testo nella preparazione di un personaggio?

Non è semplice da spiegare. Il concetto che mi viene da esprimere, e che ho sempre praticato, è una sorta di dissociazione. In realtà, per me corpo e parola scorrono su binari paralleli. Questa cosa deve suggerire un’armonia — oppure anche un contrasto, un dialogo tra opposti, tra strade parallele. È il fondamento della recitazione, non solo teatrale ma anche cinematografica: ti chiede una forma di dissociazione. Ogni lavoro richiede una complicità diversa tra corpo e parola, e anche una percentuale diversa. A volte il corpo parla di più, e quindi la parola si poggia su qualcosa che nasce principalmente dal corpo. Altre volte, invece, è il corpo che ha la responsabilità di portare le parole nello spazio. Nella scrittura di Enzo Moscato, ad esempio, la parola non è mai semplicemente narrativa. Poggia un piede a terra ma subito si solleva in aria: ha un movimento non solo orizzontale ma anche verticale. In quei casi può essere importante anche l’immobilità: concentrare lo sguardo dello spettatore su un corpo che possiede delle parole e cerca di abitarle, rendendole vive.

Nel tuo percorso teatro e cinema sono sempre stati presenti. Quali differenze senti, come attore, tra i due linguaggi? Faresti mai televisione?

In realtà ho cominciato con la televisione, con le grandi serialità. Dopo i trent’anni mi sono trovato a vedere una cosa che oggi è molto evidente: esiste un vero vaso comunicante tra cinema e televisione, soprattutto con l’arrivo delle piattaforme. Ho partecipato a una serie (Gomorra – La serie n.d.r.) che mostrava proprio questo: come gli strumenti cinematografici possano arricchire molto il linguaggio televisivo e raggiungere un pubblico vasto. Dal punto di vista della televisione tradizionale, però, non credo ci siano molti programmi davvero frizzanti o allettanti. E per quanto riguarda il teatro in televisione, spesso viene presentato come un oggetto culturale un po’ museale. Non mi sentirei di mettermi in cattedra a parlare di teatro in televisione. Tra teatro e cinema ci sono molte differenze ma anche molti punti di contatto. A me piace pensare che riguardino soprattutto il rapporto con la morte. A teatro abbiamo un rapporto continuo con la morte e con il suo contrario, l’immortalità. Ogni sera mettiamo in scena personaggi che muoiono e rinascono: Edipo, Antigone, i personaggi di William Shakespeare, di Eduardo De Filippo, di Enzo Moscato. È come convocare questi grandi spiriti e renderli vivi ancora una volta. Questa è una forma straordinaria del linguaggio teatrale. Il cinema invece racconta spesso storie nuove. Certo, può anche tornare ai classici, ma ha una relazione più diretta con il presente. E la pellicola rende immortali: crea un “per sempre”. Una storia ambientata, per esempio, il 10 aprile 2026 resterà fissata nel tempo. Non convoca gli immortali: diventa essa stessa immortale.

Libro di Majakovskij regalatomi da Lino Musella in occasione del Poetry Home

Hai messo in scena più volte personaggi e testi napoletani, da Eduardo a Enzo Moscato, e al cinema figure come Benedetto Croce, Rosario in Gomorra, Mariettiello in È stata la mano di Dio. Che rapporto hai con la drammaturgia napoletana?

Sono tornato a Napoli dopo un periodo a Milano, ed è stato anche un recupero delle mie radici. Ho incontrato le persone giuste e questo mi ha portato a recuperare una memoria. La possibilità narrativa che offre Napoli è enorme. Tra le esperienze più importanti metto il mio lavoro con Paolo Mazzarelli. Con lui abbiamo scritto e lavorato molto sul contemporaneo, affermandoci come compagnia indipendente, rifacendo Shakespeare. Quello di cui mi occupo spesso è proprio un rapporto con la memoria, con quella zona immortale della tradizione teatrale. Il ventaglio di possibilità di studio è infinito: puoi passare anni sui tragici greci, oppure fare Shakespeare. Allo stesso tempo, la drammaturgia napoletana offre una profondità enorme. Attraverso i suoni emotivi e linguistici puoi recuperarne la memoria antropologica: voci che in qualche modo sono ancora dentro di noi, voci della famiglia, della città. Io mi sono formato frequentando entrambe le dimensioni: quella più universale e quella più radicata. Nel cinema invece spesso si raccontano storie ambientate nell’oggi. E l’oggi di Napoli offre personaggi e contesti molto ricchi. Però non tutti i personaggi che ho interpretato sono geolocalizzabili come napoletani: penso, per esempio, a film come Il Pataffio o Princess.

Lino Musella e Toni Servillo in Qui Rido Io, di Mario Martone

Molti oggi ti considerano tra i migliori attori italiani. Essere riconosciuto in questo modo è più una virtù o una gabbia per il tuo lavoro?

Quando sento dire “il migliore” o “tra i migliori” mi viene sempre in mente una scena di Miseria e nobiltà, quando si dice: “Ma so’ tutt’ sfunnate ‘sti segge?!”. La sedia migliore, in realtà, non esiste. Sono tutte un po’ rotte. Naturalmente mi lusinga, ma la cosa che mi fa davvero felice è la stima dei colleghi. È una cosa che ho sempre percepito e che mi ha sempre colpito: la stima degli attori è persino più importante di quella dei produttori, dei registi o dei giornalisti. Il regista può apprezzarti ma anche innamorarsi di altri attori che disegnano qualcosa di diverso. Gli attori invece riconoscono un principio di verità. E devo dire che spesso sono stato riconosciuto proprio da loro, sia da colleghi più giovani sia da colleghi più grandi. 

Cosa diresti oggi a un giovane attore che sogna questo mestiere?

Dare consigli è sempre un po’ immorale. Però se c’è una cosa che ho capito è questa: a tutte le età esiste un piccolo segreto, ed è saper sfruttare i tempi vuoti. È una cosa difficilissima, perché i tempi vuoti fanno parte del nostro lavoro. Tutti li incontrano e tutti li incontreranno. Se riesci a usarli per arricchirti — invece di coltivare livore o frustrazione — allora diventano preziosi. Il nostro lavoro è fatto così: devi accettarne le caratteristiche. Quando sei fermo cerca di non far ammalare il corpo e continua a praticare. C’è chi lo fa scrivendo, chi studiando, chi allenandosi. L’importante è tenere sempre viva l’intensità. È un mestiere a lunga gittata. E quando incontri attori anziani capisci subito, al di là dei riconoscimenti, chi è rimasto vivo artisticamente e chi invece si è spento un po’.

Lino Musella e Davide Volpe