
ROMA- Avevo sedici anni e capitava che la sera si girasse per le strade di Caserta senza un programma preciso. Si passava davanti ai pub, si vedeva una folla che usciva fin sulla strada e si chiedeva a qualcuno all’ingresso: “Scusate, ma che succede dentro?”.
La risposta poteva capitare che fosse: stasera suona Gnut. Per noi che oggi abbiamo trent’anni, Gnut è stato da sempre una presenza forte. Uno di quegli artisti che, fin dall’inizio, sembravano aver trovato una loro idea di musica e di arte, un modo preciso di stare al mondo attraverso le canzoni. Il suo carattere schivo, apparentemente inarrivabile ma in realtà sempre disponibile alla conversazione con chi lo avvicina, contribuiva ad alimentare la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di raro. Per molti di noi, cresciuti tra Caserta e Napoli nei primi anni Duemila, Gnut aveva l’aura delle superstar. Non nell’accezione mainstream del termine, ma in quello più autentico, ovvero la capacità di riempire un luogo unicamente con la forza delle sue canzoni e di lasciare spazio ad una forma rara di catarsi collettiva durante i suoi live resa possibile da una capacità fuori dal comune di comunicare emozioni. Per questo, ancora oggi, per me Claudio Domestico in arte Gnut resta una delle vere superstar della musica italiana.
Claudio, che cos’è per te la poesia? E che importanza ha nel tuo processo di scrittura delle canzoni?
La poesia è la luce con la quale guardi le cose e provi a raccontarle. Non è solo quella dei versi scritti. La trovi nelle immagini, nella vita quotidiana. Il fiore che nasce dal cemento è poesia. Il bambino che corre nel prato è poesia. La vecchietta che prega prendendosi un raggio di sole in primavera è poesia. Secondo me la poesia è ovunque il nostro occhio riesca ad andarla a cercare. È una luce particolare con cui si guarda il mondo e che ci porta a raccontarlo, a dare un senso alla vita e all’esistenza stessa.
Nel tuo processo creativo, in che ordine di priorità stanno musica e testo?
Deve essere tutto molto musicale. La musica ha un peso enorme ma anche la lingua ha un suono. La magia nasce nel momento in cui si crea un equilibrio perfetto tra il suono e quello che dici. Faccio tutto in funzione della musica. È difficile risponderti in modo preciso: è come se mi stessi chiedendo se voglio più bene a mamma o a papà.

Hai scritto canzoni in napoletano e in italiano. Quali differenze senti tra i due linguaggi e come scegli quale usare?
Per me è come passare dalla chitarra al pianoforte: sono due strumenti. Parto quasi sempre da giri di chitarra, da melodie. È la canzone che sceglie l’atmosfera, è lei che detta la strada. Non ci penso mai prima. Quando inizio a suonare esce una frase, e quella frase continua in italiano o in napoletano. Difficilmente faccio un ibrido. L’italiano mi affascina molto perché è più complesso, e quindi anche la ricerca poetica diventa più complicata. Questa difficoltà mi affascina, perché quando riesco a superarla la soddisfazione è grande. Il napoletano invece è più musicale, e nel mio utilizzo c’è più istinto. In generale è una scelta casuale, dettata dalla musica. In questo periodo sto scrivendo in napoletano perché sto lavorando su cose molto vicine alle mie radici.
Scrivere canzoni è un atto istintivo o un lavoro di cesello? Come riconosci il momento in cui un brano è davvero finito?
C’è un fonico napoletano che citano spesso gli amici che lavorano ai mix e ai mastering dei dischi. Diceva: i mix non si finiscono, si abbandonano. Vale un po’ anche per le canzoni. Io parto dall’istinto, ma poi sono abituato a mettere tutto in discussione. Magari cambio la melodia, modifico il ritmo, faccio tanti tentativi… e poi a volte ritorno al punto di partenza. Alcuni pezzi hanno una stesura lunga: questo gioco può portare a un’evoluzione del brano, ma a volte rischia anche di farti perdere qualcosa. Altre volte invece una canzone nasce in dieci minuti e senti che il cerchio si è chiuso. In quei casi hai quasi paura di toccarla, perché potresti rovinarla. È un po’ come quando cucini: hai tutto sul fuoco, stai cucinando bene, ma se metti troppo sale rovini tutto. Bisogna stare attenti a non rovinare la ricetta.
Nel sistema musicale contemporaneo sembrano contare molto visibilità, streaming e numeri sui social. Come si protegge un cantautore che sceglie una strada più coerente con le proprie esigenze espressive?
È complicato. Posso parlare per me. Io ho iniziato negli anni Novanta, poi con le prime band tra il 2002 e il 2003. È passato tanto tempo e il mondo è cambiato, non solo la musica. Per me la musica va oltre la discografia e la sua diffusione. È un fenomeno che accompagna l’essere umano da sempre, ha una valenza curativa e spirituale. Associare per forza il fare musica a un certo riscontro discografico o social è molto riduttivo rispetto al valore della musica in sé. Io faccio musica per creare emozioni in me stesso. Ho la fortuna di farlo anche per lavoro, ma avrei continuato a farlo comunque per il mio benessere personale. Il mio consiglio è semplice: farlo e basta. Il resto arriva dopo. La musica deve sostenere un’esigenza dell’essere umano. Fare musica per sé stessi e per chi ha la fortuna di trovarsi vicino in quel momento. I talent show secondo me hanno un po’ fuorviato il messaggio. I riscontri sono secondari. E meno ci pensi, più riesci a creare qualcosa di interessante, senza alimentare solo l’ego o seguire le mode del momento.

Che rapporto hai con l’ambizione?
L’ambizione può essere positiva o negativa. Se ambisci alla fama rischi di fare un sacco di errori. Se invece hai l’ambizione di migliorare te stesso, la tua forma espressiva, di fare un percorso di ricerca emotiva e musicale, allora diventa qualcosa di sano. Io sono contento se riesco a fare bene un disco, ma non perché voglio fare lo stadio. Perché mi fa stare bene, crea condivisione. L’ambizione va indirizzata. Se punti dalla parte sbagliata alimenta solo frustrazione e competizione, che nella musica è la cosa più stupida che ci sia. La musica non è uno sport.
Quanto pesa l’aspetto economico nel tuo lavoro quotidiano? Condiziona le tue scelte artistiche?
Non mi sono mai fatto condizionare, nemmeno quando ho iniziato. Quando capii che volevo fare questo dissi: se per fare la mia musica mi dessero lo stipendio di un operaio, farei musica tutta la vita. Ho sempre fatto tanti lavori attinenti all’ambito musicale. Ancora oggi non vivo soltanto del mio repertorio. Faccio altre cose: per esempio ho una mia etichetta, che si chiama Ad Est dell’Equatore. In questo momento sto bene. Non credo di avere bisogno della macchina più grande o della barca al mare. Se un giorno dovessi avere un’esigenza economica maggiore, non condizionerei la mia musica: farei piuttosto lavori paralleli, sempre legati alla musica. Vorrei ascoltare tra dieci anni la mia musica e non sentirmi a disagio.
Se potessi tornare indietro e cambiare qualcosa del tuo percorso artistico, cosa cambieresti?
Mi sento la somma di tutto quello che ho vissuto. Non so che danno potrei fare toccando qualcosa. Magari cambio una piccola cosa e divento un attore porno… (ride). Non sostituirei niente. L’unico rammarico riguarda forse l’insicurezza: a volte mi ha fatto fare le cose con il freno tirato. Negli ultimi anni invece ho trovato una disciplina. Sto in studio dalle 10 alle 18:30, ho una routine. Prima ero molto più sregolato, anche per via del mito della vita dissoluta dell’artista. Mi rallentava tantissimo. Negli ultimi anni invece sono più creativo, ho più energia, sono più concentrato.
Se dovessi spiegare a un giovane cantautore cosa significa davvero fare questo mestiere, al di là del romanticismo, cosa gli diresti?
Quando ho iniziato io il mondo era completamente diverso. Si facevano le locandine, si attaccavano in giro, si faceva la fila alla posta per spedire le cassette. Era un altro mondo. Oggi non saprei neanche da dove iniziare se avessi vent’anni. È difficile dare consigli ai giovani perché ogni vita ha esigenze diverse e le dinamiche cambiano continuamente. Se hai una famiglia che ti compra gli strumenti e non ti costringe a lavorare, è chiaro che puoi investire più tempo nei social e nel far girare il tuo progetto. Parlare ai giovani in generale è complicato. Forse dovrei essere io a chiedere consigli ai giovani per capire come vedono il mondo. Un po’ come faccio con mio figlio di quattro anni, che io chiamo scherzando “il Maestro”.

