
ROMA – Avvicinarsi al lavoro di Flavia Mastrella significa attraversare uno spazio non consolatorio. Le sue opere non sono sfondi che arredano la scena, ma la abitano, la vivono e la costringono a reagire. In un tempo che tende all’omologazione e alla superficie, il suo lavoro rivendica il valore del conflitto come motore di immaginazione e bellezza. Sculture, habitat, paesaggi costruiti con materiali comuni e riconoscibili diventano luoghi che influenzano il corpo e il pensiero critico di attori e spettatori.
Flavia, che cos’è per te la poesia?
Io esercito poesia. Non con le parole, ma con le forme e con i colori. Organizzo paesaggi poetici. Amo la poesia: all’inizio, come molti, ho letto Baudelaire, Pessoa, un po’ di tutto.
Il tuo lavoro nasce spesso da materiali poveri e riciclati. Che rapporto hai con la materia e come origina il processo creativo?
I materiali per me sono come le parole per un poeta. Uso materie che tutti possono riconoscere. Per un periodo lunghissimo andavo in spiaggia a raccogliere rifiuti: plastica, oggetti abbandonati. Da lì è nata una serie di sculture, i Lattonauti, che erano dei personaggi fantastici che vivevano sott’acqua.
Oggi rovisto altrove: mercatini, depositi. Ho un’idea iniziale, poi cerco, costruisco prototipi, li studio. Quando ho risolto i problemi tecnici vado dal fabbro per l’assemblaggio: saldature, basi d’acciaio, strutture alte fatte di oggetti trovati.

Le tue scenografie non sembrano semplici scenografie ma corpi che vivono attivamente la scena. Quando un lavoro è pronto per “entrare” nello spettacolo?
Infatti non sono scenografie e non nascono per Antonio (n.d.r. Antonio Rezza). Nascono per quello che vogliono significare. Sono urbanizzazioni dello spazio, piccoli mondi. Dopo tanti anni, sono riuscita a chiamarli habitat: luoghi che influenzano il comportamento, come succede a chi cresce in montagna, al mare, in periferia o in centro.
Nei tuoi spazi il corpo è sempre messo alla prova. È una esigenza tua o di Antonio?
Gli spazi offrono possibilità, come una città. Sta poi a chi li attraversa decidere se sfruttarle o meno.

Come si preservano la propria voce e il conflitto in una sodalizio artistico così longevo?
All’inizio era più difficile. Ora meno. Ci sono momenti di tensione, ma se una cosa non funziona la si elimina subito, sia nella scultura che nella parola. È fondamentale avere mentalità diverse. L’arte deve essere conflittuale: se pensassimo allo stesso modo uscirebbe un lavoro piatto. La contraddizione genera una reazione anche nell’osservatore. Io e Antonio siamo completamente diversi.
Qual è il tuo concetto di bellezza oggi?
Il concetto di bellezza è in continua evoluzione. Studio molto la comunicazione contemporanea, le forme, i linguaggi. Negli ultimi anni mi sono occupata di realtà virtuale e immersiva, cercando di capire come dare contenuto a questa iper-bellezza digitale. Ho lavorato su nuovi paesaggi, su un nuovo concetto di natura. La natura, in sé, è la cosa più bella che esista. Ma avendo perso il contatto con essa, anche il concetto di bellezza cambia. A volte siamo al limite della bruttezza, e proprio lì nasce il germe di una nuova bellezza.
Quanto contano per te il silenzio e lo spazio vuoto?
Il silenzio lo conosco bene: vivo in un posto molto silenzioso. È fondamentale per la mia fantasia. Amo lo spazio vuoto, anche se oggi è sempre più raro. Sento la voce dello spazio: il vuoto mi chiede, mi racconta. Una volta ho fatto un progetto per Prada che non è andato in porto, ma lì ho sentito davvero parlare quello spazio.

Pensi che l’arte possa essere ancora sovversiva nonostante la forte tendenza di questi tempi all’omologazione?
La disobbedienza nell’arte esisterà sempre. Semplicemente ci mostrano solo quella addomesticata. Esiste molta arte disobbediente e violenta, ed è giusto così. L’arte non deve mai addormentare la coscienza umana. Anche i social stanno cambiando: i creator non vendono più solo un pupazzo, ma se stessi. È un sintomo di un’evoluzione. Spero sia qualcosa di migliore.
Cosa diresti a una giovane artista che vuole seguire la tua strada?
Che devono darsi da fare, ma lo capiranno da soli. Il nostro è un lavoro di équipe: andiamo contro il monoteismo imperante da trent’anni. Questo dovrebbe già dare una direzione. Lavoriamo sull’estetica, sulla crudeltà, sulla sintesi del linguaggio, sull’apertura al pensiero dell’altro. Non diamo lezioni: offriamo frammenti di realtà che ognuno può completare a modo suo, a livello visivo, inconscio e dialettico.

