
ROMA – Ieri sera, al Teatro Argentina di Roma, ho assistito allo spettacolo diretto da Luca De Fusco, una messinscena di grande rigore e sensibilità, capace di restituire tutta la complessità del mondo eduardiano. Al centro, una Teresa Saponangelo straordinaria, che ha dato vita a una Rosa Priore intensa e cangiante, costruita per sfumature, silenzi e improvvise fenditure emotive.
Per me, che ho iniziato a guardare le commedie di Eduardo De Filippo da piccolissimo, tornare a incontrarle oggi in teatro ha il sapore di un’esperienza profondamente catartica. È un teatro che continua a parlare al presente, capace di accompagnarti dal riso al pianto e, subito dopo, di riportarti al riso, senza mai perdere il filo della verità. È da questa emozione ancora viva, che nasce l’incontro e la conversazione con Domenico Moccia che ho intervistato subito dopo lo spettacolo.
Domenico, che cos’è per te la poesia e che rapporto hai con essa?
Ho un rapporto molto forte con la poesia. Ho scritto anche un testo teatrale interamente in versi e rime, in lingua napoletana. Raccontare in dialetto, soprattutto per chi è nato a Napoli, significa arrivare alle persone in modo più diretto, più viscerale. Quel testo parlava della guerra, di due ragazzi che partono per il fronte, e sentivo che solo la poesia poteva restituirne il ritmo, la tensione, l’urgenza. La guerra ha un suo battito interno, e la poesia riesce a seguirlo. Per me è il linguaggio più puro, quello che nasce dalle viscere e arriva dritto al cuore.

Quando e come nasce la tua passione per la recitazione? Ricordi il momento in cui hai deciso di intraprendere questo percorso?
In realtà vengo da tutt’altro mondo. Sono stato un pugile agonista: mi allenavo dall’età di 13 anni e ho vinto due titoli italiani. Pensavo che quella sarebbe stata la mia vita.
Poi un infortunio mi ha costretto a smettere. Ho iniziato a lavorare nell’attività di famiglia, non mi mancava nulla, ma mi mancava tutto: la competizione, il superamento dei limiti, la sensazione di essere vivo. Fare sempre le stesse cose, ogni giorno, per me era una lenta morte. Un amico mi portò quasi per caso a un provino conoscitivo. All’inizio lo vissi come un’avventura, un’esperienza diversa. Poi arrivò una seconda chiamata, questa volta per un lavoro più lungo, e lì ho iniziato davvero a innamorarmi di tutto ciò che c’era dietro: il lavoro, la ricerca, l’attesa. Un regista mi disse una frase decisiva: “Se non studi, farai sempre piccole parti. Se vuoi fare davvero questo mestiere, devi studiare”. Aveva ragione. Mi sono iscritto a una scuola di recitazione e ho affrontato questo percorso con la stessa disciplina del pugilato.
Quanto ha inciso il tuo passato sportivo nel modo in cui vivi la recitazione?
Tantissimo. La boxe mi ha insegnato che nella vita, come sul ring, tutto è matematica: quello che metti, trovi. Quando incontri qualcuno bravo quanto te, la differenza la fanno le ore in più, il sacrificio in più. Ho applicato lo stesso principio alla recitazione. Seminari, spettacoli, studio continuo. Ho cercato sempre di fare un passo in più, di riempire il mio bagaglio umano e artistico. Piano piano sono arrivate le soddisfazioni, i ruoli, le serie, il teatro. Paradossalmente sono nato con il cinema, ma mi sono innamorato perdutamente del teatro. Oggi camminano insieme, di pari passo.

In quale dei due linguaggi ti senti più a tuo agio?
Io mi sento semplicemente un attore. Il mestiere è uno solo. Certo, i linguaggi cambiano: il teatro richiede un’espressività più ampia, perché devi arrivare anche all’ultima fila; il cinema lavora sulle sfumature, sui silenzi, sui dettagli minimi. Personalmente amo profondamente il teatro: il contatto diretto con il pubblico, l’energia che senti addosso quando si apre il sipario, è qualcosa di insostituibile. Anche dopo trecento repliche, l’emozione resta intatta. Il cinema, però, ti regala un tempo diverso, una calma che permette di scavare in profondità. Sono due mondi molto vicini, che si completano.
In questo periodo sei in scena con una commedia di Eduardo De Filippo. Che significato ha per te, come attore campano, affrontare una lunga tournée eduardiana?
È un privilegio enorme. Mi sono trovato a dover scegliere tra una tournée di Eduardo e un film internazionale. Non ci ho pensato due secondi: ho scelto Eduardo. Per un attore napoletano, ma anche semplicemente per un attore, confrontarsi con Eduardo a 29 anni, in uno spettacolo che non andava in scena da vent’anni, con la regia di Luca De Fusco, è qualcosa che ti segna per la vita. So che questa esperienza me la porterò nel cuore per sempre.

Qual è il tuo sogno futuro e come ti immagini tra cinque anni?
I sogni devono essere grandi. Vincere un premio importante, essere riconosciuto come attore, è sicuramente uno di questi.
Ma restando con i piedi per terra, il mio desiderio più profondo è trovare il progetto giusto, quello che mi permetta di mostrare davvero tutto ciò che ho costruito negli anni. Non sempre un personaggio ti consente di esprimere fino in fondo chi sei.
Io sento una grande responsabilità verso il pubblico. Ogni volta che qualcuno sceglie di dedicare due ore della propria vita a uno spettacolo, merita il massimo. È un tempo prezioso.
Tra cinque anni mi auguro di essere cresciuto ancora, di aver trovato quella grande occasione e, magari, di sentirmi dire: “Avevi davvero qualcosa da raccontare”.

