
Ho conosciuto Davide Avolio come molti di noi attraverso i social. Alcuni amici mi inviarono i suoi video su Instagram e, lo ammetto, la mia prima reazione fu di diffidenza. Un riflesso comune di chi tende a sottovalutare i fenomeni popolari del web per un certo snobismo culturale.
Poi l’ho incontrato di persona, a un Poetry Slam a Napoli, e la mia impressione è cambiata.
Davide è un ragazzo umile, aperto, privo di atteggiamenti da Vip.
Ha una naturale capacità di coinvolgere, confrontarsi e crescere insieme agli altri.
Dietro la notorietà social si nasconde una mente lucida e un autentico amore per la parola che declina in base alle necessità espressive in poesia e prosa.
Da quell’incontro è nata questa intervista.
Davide, qual è stato il tuo primo incontro con la poesia?
Ci sono due incontri che mi segnano profondamente.
Il primo è canonico: tra i banchi di scuola, a quindici anni, con una poesia di Alda Merini, Sono nata il ventuno a primavera. In quel testo ho trovato una voce che parlava la mia lingua, e da lì mi sono legato alla poesia come a una forma di riconoscimento.
Il secondo incontro, quello vero, è stato con qualcuno che poeta non si è mai definito ma che lo è stato eccome: Fabrizio De André.
Era il 17 marzo, si celebrava l’Unità d’Italia, e a scuola invitarono un partigiano, Gennaro Di Paola, quando in Italia si potevano ancora fare queste cose. In quell’occasione ascoltai La guerra di Piero: mi cambiò la vita. Tornato a casa, ascoltai tutta la discografia su YouTube — e da lì non ho mai smesso. Provai a imitarlo, a scrivere come lui: è stato il mio primo vero approccio al testo poetico fuori dall’aula scolastica.
Poi sono arrivati i poeti del ’900: Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Mariangela Gualtieri. Da lì è iniziato un percorso personale. La poesia, per me, è stata da subito un fatto istintivo: un mezzo rapido per esprimermi e per essere capito.

Quando hai iniziato ad avere ambizioni letterarie o lavorative in questo campo?
Tutto è nato grazie all’apprezzamento degli insegnanti, e poi, nel 2019, dai primi riscontri sui social. Iniziai a pensare che forse i miei testi avessero un valore.
Oggi guardo a quel periodo con tenerezza: ero un adolescente che sembrava sicuro di sé ma, artisticamente, era un passero spaurito.
Prima ancora di Instagram contattai una casa editrice: inviai una raccolta di 115 poesie. Mi chiesero un esborso economico enorme, che non potevo permettermi. Forse mossi da compassione per la mia età, o perché intuirono una forma di talento, decisero di pubblicarmi gratuitamente: nacque così Sui propri passi (Book Sprint Edizioni, 2017).
Non ebbe grande successo, ma fu una lezione importante. Capii che dovevo costruirmi un pubblico tutto mio, realmente interessato. Così nacque il mio blog Il cantico dei versi, e poi iniziai a pubblicare poesie e riflessioni su Instagram, con screenshot e immagini. Da lì è cominciato tutto.
Hai raggiunto una grande popolarità sui social. Ti sei mai sentito ingabbiato, costretto a proseguire su quella strada malgrado nuovi interessi?
Assolutamente sì. La gabbia, in realtà, te la costruisci da solo.
Avevo due format di successo e continuavo a ripeterli. Quando raggiunsi 250-300 mila follower, iniziarono a fermarmi per strada dicendo: «Tu sei quello che dice In Italy we don’t say…».
Non mi feriva il loro affetto, ma capii che avevo comunicato male. Avevo tanta visibilità, sì, ma poca identità.
Ero ossessionato dall’idea di campare di questo, firmavo contratti, ma non mi sentivo legittimato. In Italia non si capisce mai quando diventi poeta: quando lo dicono gli altri? Quando muori? Quando finisci in un’antologia?
A un certo punto ho deciso di cambiare completamente direzione. Ho smesso di inseguire l’intrattenimento e ho iniziato a introdurre contenuti più profondi. Le visualizzazioni sono crollate, ma è arrivato un pubblico diverso, più sensibile al mio lavoro.
Oggi chi mi ferma mi chiama Davide e non lo fa per il personaggio. È la cosa più bella che potesse capitarmi e quella per cui vado più orgoglioso.

Cosa pensi del Poetry Slam come strumento per diffondere la poesia?
Credo sia uno strumento potentissimo. È la dimensione ideale della poesia: libera, viva, popolare.
Purtroppo, per troppo tempo la poesia è stata rinchiusa nelle torri d’avorio, in salotti autoreferenziali.
Ma la poesia, per me, è una nobile dea che mangia pane cafone e beve vino paesano — eppure, quando torna sull’Olimpo, non sfigura mai.
Il Poetry Slam restituisce alla poesia la sua funzione sociale: serve a riconoscersi, a trasmettere valori, a ricucire un senso di comunità.
Il limite, però, è la competizione. Nonostante l’apparente inclusività, spesso gli ambienti restano chiusi: gira e rigira, si vedono sempre le stesse facce.
Per questo mi sono tirato fuori. Non ho trovato un ambiente davvero accogliente, né per me né per altri.
Detto questo, credo che il Poetry Slam debba mirare alla professionalità: ci sono artisti bravissimi che meriterebbero di vivere di questa arte.
Il fatto che nessuno possa farlo ed è costretto a fare cento lavori per vivere è un’occasione persa.
Ti senti più a tuo agio nella poesia scritta o in quella orale?
Nella scrittura, senza dubbio.
La dimensione orale mi è utile quando voglio dialogare con un pubblico non abituato alla poesia, perché riesco a coinvolgerlo.
Ma la mia espressione quotidiana è la parola scritta.
Come dice spesso Gennaro Madera, «tutto ciò che viene scritto può essere performato».
Io non la penso così: la poesia può vivere anche solo sulla pagina, se trova chi sa ascoltarla.

Quali sono i traguardi che vorresti raggiungere?
Vorrei continuare a pubblicare in ambito narrativo — romanzi, racconti — e tornare presto a una nuova raccolta poetica, ma questa volta con una casa editrice solida, non in autopubblicazione.
Anche l’idea di essere stroncato da un critico — «la poesia di Avolio fa schifo» — ma almeno che lo dica qualcuno competente, mi affascina.
Vorrei che i social restassero un mezzo di divulgazione, non solo di intrattenimento: trasformare uno spazio superficiale in uno spazio riflessivo.
E poi il desiderio più grande: potermi mantenere con questi progetti per continuare a studiare. Teologia, lingue, filosofia. Perché lo studio è un lusso immenso.

