Dal dolore dei partigiani alla ribellione della parola: incontro con Pierpaolo Capovilla

Ieri sera, in Piazza Federico Sacco a Roma, per il Festival SPQR (Speranza, Popolo, Quartieri, Resistenza) organizzato dall’associazione V Zona, Pierpaolo Capovilla ha letto alcune delle lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, direttamente dal libro edito da Einaudi.

Sono lettere di padri ai figli, di figli e figlie ai genitori, ai fratelli e sorelle, ai fidanzati e alle mogli, lettere di madri ai figli: «Promettimi che studierai».
Capovilla, con la sua interpretazione vera e struggente, restituisce lo strazio di quelle solitudini all’ultimo giro di boa, facendosi carne del dolore, dell’urlo, della fierezza e dell’orgoglio di quei partigiani condannati a morte dall’infamia del regime nazi-fascista.

Nella mia memoria riverberano parole come «Mamma»«Babbo» lette con una dolcezza infantile straziante.

«Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo padre».
«Cari mamma e papà, vi ho amato tanto anche se non l’ho dato a vedere. Rimettete il pianoforte in camera mia e metteteci sopra una rosa».

Tra una lettura e l’altra Capovilla lascia libere le emozioni di attraversarlo: «È impossibile non commuoversi» dice, voltandosi di schiena al pubblico, soffiandosi il naso, accendendosi una sigaretta mentre con l’altra mano fa una sorsata di cocktail «per stemperare la tensione».

Capovilla finisce il reading tra gli applausi scroscianti del pubblico e con una meritatissima standing ovation, per averci fatto vivere emozioni di tale portata.

Con la gentilezza e la disponibilità rara, tipica dei grandi, mi ha concesso un’intervista alla fine del reading.

Pierpaolo, qual è stato il tuo primo incontro con la poesia?

Da ragazzino lessi Majakovskij verso i sedici, diciassette anni, non capendoci assolutamente nulla. Non approfondii. Poi tornò intorno ai trentacinque anni, con un’antologia curata da Guido Carpi, Professore ordinario di letteratura russa. È un Rom. E poi dicono che i Rom non lavorano… Mi trovavo in albergo, in una di quelle stanze con la scrivania di fronte allo specchio. Iniziai a leggere i versi a voce alta e, leggendo, mi capitò di vedere il mio volto nello specchio che pronunciava quelle parole. Mi chiesi: «Ma le sto dicendo io queste cose?». Sicuramente questo ha impedito alla mia persona di scivolare nel cinismo. Sono marxista, sono comunista, majakovskiano per amor di poesia.

In tutti questi anni di ricerca, personale e artistica, com’è cambiata la tua relazione con la poesia? A che consapevolezza sei arrivato?

Ho compreso che la poesia è una manifestazione parresiastica, cioè di libertà di parola e di franchezza nel dire la verità anche a costo di un rischio personale. Come Esenin, come Pasolini – che porta il mio stesso nome, anzi, sono io a portare il suo. Io cerco di scrivere canzoni nel segno della poesia. Ogni tanto qualcuna mi riesce bene. Céline era un altro di questi. Oggi sono sicuramente una persona migliore, pensa te (e ride). Ho capito che la poesia si legge a voce alta. È qualcosa di molto simile alla preghiera.

A breve tornerai sul palco come frontman del gruppo storico Il Teatro degli Orrori. Che operazione è: nostalgia, marketing, ridefinizione del progetto?

(Venendo in avanti) Inizialmente il segno è: il denaro. Ma per tutti, eh, anche per gli altri, non solo per me. Abbiamo ricevuto offerte irrinunciabili. Tra tutte queste abbiamo scelto la più strutturata. Credevo fosse stato un supplizio, perché non ci volevamo più bene. Ci siamo ritrovati dopo più di dieci anni ed invece è stato molto bello, come se niente fosse accaduto.

Per concludere, che stagione politica stiamo vivendo?

Un momento di decadenza culturale, politica e morale che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Io ormai vado per i sessanta… Siamo di fronte a queste kakistocrazie, ovvero ai governi dei corrotti, dei meno abili, dei peggiori. Purtroppo, ci troviamo in questa situazione, ma questo non deve inibirci o arrenderci. Lo faremo già domani (oggi per lo sciopero generale, n.d.r.) per Gaza e dobbiamo farlo sempre, perché la lotta è bella. Agire per la nostra società ci permette di trasformare il nostro vissuto in qualcosa di bello, qualcosa per cui vale la pena vivere.

Pierpaolo Capovilla e Davide Volpe, Settembre 2025, Roma