Dinamiche sociali, rituali e immagine della morte. L’analisi della dottoressa Raffaela Valentino

CASERTA – Perché affrontare quest’argomento così vicino all’esperienza di tutti eppure così imbarazzante da suscitare gesti scaramantici che sfociano in quella che alcuni studiosi hanno definito una vera e propria “inibizione comunicativa”?

 

Al giorno d’oggi sembra che la “buona creanza vieta ormai qualunque riferimento alla morte” per usare un’espressione di Philipe Ariès; e questo non avviene solo tra le persone comuni, ma anche tra le stesse scienze umane, che si sono occupate così lungamente della famiglia, del lavoro, della politica, della religione, della sessualità, mentre c’è da registrare una certa avarizia o carenza di studi sulla morte.

Perché questo riserbo? Perché questa carenza di indagini e studi scientifici?

Forse perché nella società moderna, che ha raggiunto un forte dominio sulla morte, la morte rappresenta un momento di crisi, in quanto essa sfugge a qualsiasi dominio. Anzi per certi aspetti si può dire che oggi la natura, in certo qual modo, si concentri nella morte. Eppure, se da un lato si registra questo eccesso riserbo nei confronti della morte, dall’altro lato si moltiplicano le manifestazioni di sfruttamento a sfondo commerciale.

C’è chi ha inteso questa sorta di “commercializzazione della morte” quasi come un tentativo di esorcizzarla, un modo che la società dei consumi ha a disposizione per prendersi una rivincita sulla sua inevitabilità.

In realtà c’e da chiedersi se questi due atteggiamenti, quello definito dell’ ”inibizione comunicativa” e quello della “commercializzazione della morte”, apparentemente contrapposti, siano invece complementari e rappresentino, insieme, il perdurare di un sistema di orientamenti socio-culturali sulla morte, di atteggiamenti che “dipendono da motori più segreti, più sotterranei, al limite del biologico e del culturale, cioè dell’inconscio collettivo”. Infatti, la morte è l’avvenimento più universale, irrefutabile che vi sia, la sola cosa di cui ciascuno di noi è veramente sicuro e di cui si crede di comprendere in maniera sufficientemente chiara il significato e la portata. Per certi versi “la morte appare più radicale della vita” e i due fenomeni appaiono indissolubilmente legati, tanto che ogni vita che nasce porta in sé una premessa di morte.

Questa certezza, questa familiarità che si hanno nei confronti della morte impediscono di guardarla come un fenomeno sociale e perciò degno di essere studiato con criteri teorici e metodologici propri delle scienze sociali ed è invece un fenomeno relegato nell’intimità della famiglia e nei sentimenti ed emozioni che è capace di suscitare negli individui che da essa vengono colpiti. Tuttavia nei confronti della morte sorgono dei problemi che non si possono risolvere facendo ricorso solo al sentimento o alla ricerca scientifica.

La morte mette in moto una serie di relazioni sociali, di comunicazioni, di definizioni istituzionali che contribuiscono ad attribuire un carattere specifico all’evento luttuoso. La morte, quindi, non è mai vissuta come un evento che riguarda una sola persona, né come un evento che si risolve in un istante. Essa coinvolge la famiglia, la parentela, il vicinato,il gruppo di appartenenza, suscita una serie di reazioni individuali e collettive, mette in moto un cerimoniale più o meno codificato. La morte diventa, cioè, l’oggetto di una rappresentazione collettiva che non appare né semplice, né immutabile nel tempo e nello spazio, in grado di mettere in moto la totalità delle istituzioni sociali. Basti pensare ai fiumi di parole scritte e dette sull’evento luttuoso sia esso per causa naturale, come per esempio la morte di Mango, sia esso per cause tragiche come il povero Loris.