Il Pastore, leader di se stesso e della comunita’ ecclesiale tra mondo virtuale e Vangelo

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di Elio Rossi*

CASERTA – Spesso nei luoghi di incontro quotidiani (bar, negozio, mercato, ufficio, chiesa….) siamo soliti ascoltare confidenze, sfoghi e critiche di donne e giovani rispettivamente parenti di fedeli più o meno noti che, riconoscendo gli indubbi vantaggi di prestigio e di popolarità, lamentano con disagio e amarezza l’assenza e la mancanza di dialogo dei capifamiglia all’interno del tessuto della vita familiare.

E’ vero, l’attività sociale e religiosa ha sempre avuto qualcosa di inquietante e di profondamento umano.
Perché il Pastore, più di ogni altro, è in rapporto continuo con gli altri uomini, conosce spesso anche in profondità le loro necessità, i loro sogni, le attese e le speranze, nonché le ambizioni, i contrasti e le delusioni.

D’altra parte egli è toccato nel suo intimo e pertanto ferito anche da tutte queste emozioni e passioni che lo coinvolgono, modificando talvolta in modo irreversibile la sua personalità.
E’ vero che sono ferite morali, ma sono pur sempre determinanti.
E allora, quali virtù deve possedere il Pastore, specie se leader, per resistere a tali pressioni?

Può conservare la sua sincerità, la identità e la spinta all’ottimismo oppure è destinato a costruire attorno a sé una corazza di indifferenza? Atteso che molte volte si imbatte in volti e figure di personaggi che con il loro comportamento, spesso anche esagerato, pretendono l’impossibile, rasentando l’assurdo delle richieste.

Spesso il Pastore è costretto ad assumere un volto sorridente, mentre dentro è corroso da una sofferenza fisica, o da un conflitto affettivo e/o spirituale non facilmente colmabile e comprensibile, ragion per cui appare più una maschera che un volto dai tratti umani.

Talora scopre ipocrisie e si deve guardare le spalle dagli amici ritenuti erroneamente fidati. In tali situazioni lo stress lo sorprende, l’insonnia lo tormenta, la depressione lo scoraggia, lo logora e lo fa isolare, rendendolo quasi un automa e un nevrotico.
Ma cosa allora lo spinge ad agire e a battersi? La pura smania e l’esigenza del potere? No, non pensiamo, c’è in lui, accanto alla delusione per i propri simili una misteriosa passione, come l’amore, il gioco, la droga.

E’ la stessa collettività con la quale si identifica e dalla quale riceve una energia straordinaria, una eccitazione indicibile che lo spinge a resistere ad ogni affronto e a superare ogni ostacolo.

Ma può egli, quand’anche leader (e non è da tutti esserlo, anche se taluni si atteggiano a tale presuntuosamente), agire da solo e realizzare un progetto per il bene comune?
E’ vero, una delle cause della decadenza di una classe egemone e nel suo lento scivolare verso la corruzione è legato al modo con il quale i suoi leader reclutano i loro collaboratori e al rapporto che stabiliscono con loro.

Quando la vita di un pastore è ancora un movimento, quand’anche carismatico, la partecipazione emerge spontanea dal basso da parte di tante persone attive ed entusiaste.

In questa fase storica il capo governa con il consenso, sta fra i suoi e li ascolta, discute con loro e accetta anche suggerimenti e correzioni. Ma con il passar del tempo l’organizzazione cresce, la spinta ideale si attutisce, si creano posizioni di potere e di interessi.
Appare a questo punto chiara la differenza tra i grandi leader democratici e quelli autoritari.

Il leader democratico, contrariamente ai leader autoritari e dispotici, anche dopo la conquista del potere cerca e alimenta il consenso. Lascia emergere i dissensi, li attenua e li compone con un impegno dinamico e dialettico.
Gradualmente seleziona i più capaci e si appoggia ai più disinteressati.

E’ impressionante d’altronde come anche le persone intelligenti ed attive, quando raggiungono una posizione di indiscusso potere, tendono a dimenticare il metodo del consenso e propendono per quello autoritario.

Considerando tutti gli altri soltanto dei mezzi, l’autoritario si convince che tutto il merito è suo, illudendosi di essere il più grande e l’unico all’altezza di gestire il potere e il servizio.
Pertanto è opportuno, anzi necessario, ricordare che la vita di fede è informazione, arte, servizio e grazia, è capacità progettuale con competenza professionale, è cultura di ascolto, dialogo e amore del prossimo, specie dei più deboli e degli ultimi, anzi in modo paradossale confronto unitario e di pace.

Parafrasando alcune delle parole del Cristo e dello stesso Papa Francesco è croce, è cantiere di lavoro sempre aperto per accogliere tutti, specialmente oggi più che mai i giovani, autentico termometro della crescita e della formazione della Chiesa del futuro per realizzare una svolta epocale di credibilità di fede e di opere buone.

*Sacerdote