CASERTA – Mercoledì, 3 giugno 2026 alle 19.45 si terrà nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, il primo degli incontri culturali per la festa del Santo Patrono. La Chiesa di Sant’Antonio della Real Villa di Caserta risulta già citata tra il 1754 e il 1758 in due documenti della serie Conti e Cautele dell’Archivio di Stato di Caserta, in relazione al reverendo Antonio Mazzarella. Ma risale al 1839 la risistemazione della Chiesa e dell’annesso Nuovo Collegio, effettuata dalla ditta di Antonio Scaramuzzino, diretta dall’architetto del Gaiso, scelto dai Padri del Santissimo Redentore o Liguorini, ovvero devoti a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che dai tempi di Francesco I di Borbone gestiscono il luogo sacro. I lavori sono approvati dall’architetto della Reale Amministrazione e seguiti dal Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici. Gli interventi prevedono, tra le altre cose, la costruzione di un piano inclinato “a scarpa” per gli alberi che si trovano di fronte alla Chiesa, ovvero sul lato dell’attuale ingresso al parco della Reggia di Caserta.

Ferdinando II di Borbone è impegnato in un programma di ripresa del suo Regno. Ordina di continuare il lavoro delle Piante e delle Platee dell’Amministrazione, organizza con l’architetto Gaetano de Lillo il Real Archivio e l’annessa Flora, segue i lavori della nuova chiesa. Autorizza a tal proposito il marmolaio Giuseppe Calì a prelevare alcuni marmi di proprietà regia, conservati nel parco e precisamente nella Cappella degli Schiavi, sotto la custodia di Antonio de Gregorio.
Tra il 1845 e il 1847 Giuseppe Calì preleva numerose pietre e in particolare quelle in alabastro cotognino e in marmo Montegargano della Real Casa, oltre che 213 tavole di legno proveniente dalle impalcature della Sala del Trono della Reggia di Caserta, da poco inaugurata per il Congresso delle Arti e delle Scienze.
Le carte parlano di 4 plinti, 22 tori, 54 balaustre di pietra di Vitulano, tre pezzi di marmo bianco per un camino, 8 pezzi di alabastro e 2 pezzi di alabastro cotognino; 7 pezzi di piperno impellicciati di alabastro cotognino; 27 pezzetti impellicciati di alabastro; 3 pezzi di Montegargano nero; 2 di marmo africano derivati da tronchi di colonna; 7 pezzi di Montegargano e 4 di Montegargano rosso; 5 pezzi di Mondragone provenienti da pilastri antichi scanalati; un pezzo di lumachella di Trapani; 1 colonna rotta di giallo antico; un pezzo derivato da un tronco di colonna di giallo antico; 3 pezzi di giallo antico; 62 strisce e 4 massetti di Mondragone.
Nel gennaio 1853 la Chiesa, progettata dall’architetto Pietro Valente (Napoli, 1794 – 1859), dal 1849 Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e dei Direttore dei lavori del Museo Borbonico di Napoli (attuale MANN), è già terminata e ha bisogno di essere arredata. Il re Ferdinando II di Borbone allora acquista alcune tele di giovani artisti alla Biennale Borbonica, una specie di Salon parigino, per decorare gli altari della Chiesa.
Nel 1848, per la navata destra, acquista “Gesù in casa di Marta e Maria” di Federico Maldarelli (Napoli 1826 – 1893), allievo del Real Istituto di Belle Arti di Napoli e figlio del pittore di corte Gennaro Maldarelli. Suo padre ha dipinto nella Reggia di Caserta la Posa della prima pietra della Sala del Trono e l’Abdicazione di Carlo III di Spagna al figlio Ferdinando IV di Borbone della Sala di Alessandro. Per la navata di sinistra, il 7 ottobre 1850 viene commissionato allo stesso autore un Sant’Antonio da Padova, al consto di 260 ducati, per porlo di fronte all’altro.
Ma nel 1852 il pagamento del quadro viene rivendicato dal padre Gennaro, poiché il figlio risulta vincitore del Pensionato alle Belle Arti di Roma. L’istituto – che ha sede nel Palazzo Farnese – era stato riorganizzato nel 1813 su modello dell’Accademia Francia, per istruire gli allievi alla cultura neoclassica a spese dello Stato e, perciò, vietava di ricevere commissioni per tutta la durata del corso di studi. E’ quindi plausibile che Gennaro abbia dovuto completare il quadro del figlio, come si rileva dal forte scarto tra la figura di Sant’Antonio e quelle di completamento e il fondo.
Sempre Gennaro Maldarelli rivendica la paternità delle due tele de L’immacolata Concezione e San Giuseppe con Bambino, che vengono ritenute di qualità inferiore alle opere del pittore e perciò pagate solo 800 ducati, benché risultassero di “gran gradimento dei fedeli”. Ancora nel maggio 1853 il Re dispone che tre quadri conservati nel deposito della Reggia di Caserta vengano utilizzati per la Chiesa di Sant’Antonio.
Intanto, dopo l’esperienza romana, il giovane Federico Maldarelli si prepara a diventare famoso in ambito europeo. Nel 1867 partecipa all’Esposizione universale di Parigi e, poco dopo, viene apprezzato dai mercati inglese e tedesco. Diviene ispettore onorario della Pinacoteca di Capodimonte e nel 1879 restaura gratuitamente il dipinto della Vergine di Pompei, sostituendo – su richiesta di Bartolo Longo – la figura di Santa Rosa da Lima con Santa Caterina da Siena.
Gli altri documenti sulla Chiesa si trovano all’Archivio di Stato di Napoli e lì possono essere consultati nell’ambito di un movimento di riappropriazione della memoria cittadina, di valorizzazione dei luoghi sacri di Caserta e della fede vista come impegno civico. Sono questi infatti i valori promossi da Polity Design, scuola del disegno delle relazioni di Caserta, accreditata dalla Conferenza episcopale italiana come Scuola di Politica nazionale, con cui collabora anche il sacerdote di Sant’Antonio Gianmichele Marotta, che domenica 14 dicembre 2025 ha officiato per la Scuola la messa di Natale, ponendo l’accento sull’impegno dei cattolici nella società.
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