Il Rettore di Sant’Anna, don Andrea Campanile: Nessuno si salva da solo, grazie per l’8 per mille

don Andrea Campanile

CASERTA – A pochi giorni da una delle festività più attese nel e dal casertano, quella che ricorre il 26 luglio in onore di Sant’Anna, abbiamo colto l’occasione per parlare con Don Andrea Campanile, parroco della chiesa che alla santa dedica il suo nome, che ci ha condotto nei meandri della sua attività parrocchiale e sociale, tra sacro e profano, teologia e concretezza, che possono e devono, a detta sua, coesistere tranquillamente.

Don Andrea, quali sono le principali attività svolte a livello sociale e caritatevole dalla vostra parrocchia?

«Al Santuario di Sant’Anna svolgiamo attività di accoglienza, caritas, ascolto, assistenza alimentare, medica e psicologica. Collegata e di fianco alla parocchia c’è la mensa per i poveri che è gestita da un’associazione che si chiama “Opera Sant’Anna”, ente no-profit costituito ad hoc per erogare un servizio di tre pasti a settimana (lunedì, mercoledì e venerdì, la sera) per tutti i poveri.

Sant’Anna è un santuario sui generis perché è come se fosse un porto di mare. È una luce per i casertani, anche perché sono molto legati alla santa. È importante sia per i residenti che per gli emigrati, che quando ritornano a Caserta non mancano di venirci a fare visita».

Come si sostengono economicamente queste attività? Vi basate principalmente sulle donazioni oppure avete altre fonti di finanziamento?

«La caritas parrocchiale ha sempre due fonti di finanziamento: la prima, fondamentale, è quella dell’8×1000. Una sua quota viene destinata alla caritas diocesana, la quale provvede a distribuire i fondi in base al numero di persone assistite e alla grandezza del territorio, tenuto conto anche della correttezza informativa e della trasparenza nell’utilizzo delle risorse. A livello alimentare, invece, il finanziamento si basa sulla convenzione con il Banco delle opere di carità, che ha un canale a parte: attraverso il Banco la parrocchia si interfaccia diversamente con il ministero, anche se a operare sono sempre i volontari della Caritas. In aggiunta, vi è una parte delle risorse che proviene dall’autofinanziamento, attraverso delle attività autogestite come ad esempio vendita di oggetti e di dolciumi nei giorni clou dell’anno. L’Opera Sant’Anna, invece, si finanzia autonomamente attraverso il 5×1000 (per la maggior parte delle risorse), e in secondo luogo tramite l’apporto dei soci, oltre ai donatori, che benevolmente aggiungono un contributo economico importante per la mensa e per la caritas».

Mi sembra di capire che per voi siano importanti il 5 e l’8 x 1000. Quanto spingete su questo aspetto per massimizzare l’attività di supporto alle persone più bisognose?

«È una fonte di reddito essenziale, fondamentale per noi Chiesa. Come fondamentale è far capire il funzionamento perché spesso, in generale, c’è molta sfiducia in partenza, non conoscendo il meccanismo. C’è molta disinformazione. Per fortuna l’8×1000 per la carità è sempre crescente e mai in declino. Sono tantissime le opere che si fanno proprio grazie a questo tipo di donazioni. Anche a livello centrale le spese vengono rendicontate: è tutto trasparente. Noi gestiamo denaro pubblico. Rendicontiamo a livello diocesano, ma c’è anche l’occhio vigile della CEI, la Conferenza episcopale italiana.

Io ospito ben volentieri, ed è capitato spesso, l’incaricato 8×1000 della diocesi per toccare con mano le nostre attività e per spiegare il meccanismo. Capisco che i donatori vogliano capire bene i passaggi prima di finanziarci. Si tratta di una filiera di finanziamento che converge nel lavoro degli operatori: la Diocesi, i volontari e i parroci. Dobbiamo immaginare un canale di irrigazione che ha come raggio d’azione le diverse realtà locali. La presentazione e la campagna dell’8×1000 è molto obsoleta e nasconde il bello e il buono che tramite esso si compie: la CEI sta lavorando per modernizzare e per rendere la donazione più attrattiva, accendendo dei piccoli faretti di luce. Bisogna dargliene atto. Lo sforzo può sembrare oneroso, e lo è, ma bisogna pensare che le risorse vengono ripartite in un territorio molto vasto. I progetti e le opere di carità, per fortuna, sono tante a livello diocesano. Una fettina dopo l’altra la torta finisce! L’8×1000 confluisce in tante attività, le quali senza di esso non potrebbero proprio funzionare».

È anche vero, per fare un esempio banale, che se si hanno i soldi ma non il cuoco e il cameriere il piatto in tavola non arriva.

«È verissimo. Se anche avessimo a disposizione risorse illimitate, c’è comunque bisogno di una filiera di persone che mettono in atto i servizi di carità. C’è bisogno delle persone oltre che dell’8×1000».

Cosa direbbe a una persona che è indecisa sul donare o meno alla Chiesa cattolica?

«Io penso che tutto dipenda dall’esperienza personale. Ognuno di noi dovrebbe ragionare su chi è. Siamo esseri sempre perfettibili, con le nostre difficoltà, le nostre fragilità, le nostre luci e le nostre ombre. Una volta analizzati noi stessi capiremo che non dobbiamo guardare solo ai nostri passi, ma ci renderemo conto che si cammina, e si fa strada, solo insieme. La sintesi la ritrovo nella bellissima espressione, rivolta all’umanità, e non solo ai cattolici, di papa Francesco: “o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno”. Spesso ci nascondiamo dietro le cose che facciamo: io firmerei con una X gigante!»

Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo sociale della Chiesa?

«Noi dobbiamo fare quello che riusciamo a fare. E quello che possiamo fare. Il tempo è quello che è. I poveri aumentano, le richieste aumentano e le capacità di risposta non sono e non possono essere sempre perfette. Ciò che abbassa la considerazione della Chiesa nell’immaginario collettivo è proprio pensare che la Chiesa cammini in un’altra dimensione, come se fosse un ente ideale, astratto e perfetto. In realtà la Chiesa non è altro che un insieme di persone. La Chiesa siamo noi!»

Anche perché se si pretende di essere perfetti inevitabilmente ci si limita. Si finisce per non fare nulla, perché la perfezione non esiste.

«Assolutamente. Siamo incastrati nell’idea di perfezione. Dobbiamo liberarci da queste manie. Non esiste un mondo ideale, fantastico».

L’idea che la Chiesa non debba essere avulsa dalla realtà, come ha detto lei, porta al fatto che piazza Sant’Anna, per fare un esempio, sia un porto aperto per chi ha bisogno di aiuto a prescindere se sia cristiano o meno?

«La nostra missione, come dice Papa Francesco, è confermare la fede nelle persone, non è trasformarsi in una onlus. Non siamo (solo) opere di volontariato. Quelle attività sono delle costole. Noi parroci non siamo distributori di monetine. Bisogna liberarsi di quest’idea, non è questa la nostra finalità».

Se la Chiesa si riducesse a erogare servizi, si perderebbe un po’ il senso della spiritualità e della fede, non trova?

«Esattamente. È il grande inganno. Il mio fine non è preparare le monetine da dare a chi incontro per strada, ma accompagnarle nel percorso di fede. Questo non significa che la Chiesa debba essere solo spirituale. Le attività afferiscono alla concretezza, ma ciò non significa arrivare a fare l’impossibile».