
CASAL DI PRINCIPE (Caserta) – Lorenzo Diana, 31 anni, praticante avvocato ma con aspirazioni da scrittore, nato e cresciuto (ci tiene a precisare) a Casal di Principe, ha vinto lo scorso 26 maggio il premio letterario «Panodyssey» sul tema della legalità, indetto dall’Unione Europea. Lorenzo è stato anche già premiato, prima ancora che i giornalisti lo sapessero, nell’ufficio del Consiglio d’Europa che si trova a Venezia, all’interno di Palazzo Ferro Fini, alla presenza curiosa degli organi istituzionali, che non hanno mancato di chiedergli se la realtà casalese descritta dai media corrispondesse alla sua visione delle cose. Ecco, iniziamo da qui la nostra intervista.
«Io ho spiegato che in realtà c’è molto altro e che quello che viene raccontato è molto romanzato. Addirittura loro credevano che ci fossero ancora sparatorie in giro».
Il Far West. Forse fa anche comodo pensarla così. Che rapporto hai con la tua terra? Ti ispira qualcosa di particolare nella scrittura, anche per il tramite di Don Peppe Diana, tuo omonimo?
«La visione imperante a livello mediatico è sempre stata quella di Roberto Saviano e di Gomorra, che racconta questa terra come luogo principalmente di camorra, dove la criminalità è un tratto endemico. Io ho voluto fare controcultura in questo senso, perché ho sempre voluto raccontare una Casal di Principe che anche prima che arrivasse la camorra ha avuto delle eccellenze e delle professionalità che si sono distinte in vari campi. A volte, quando varchi i confini territoriali, sembra che rimangano sorpresi quando si racconta delle bellezze e dei prodotti che abbiamo».
Quindi secondo te il messaggio si veicola più che denunciando ciò che non va, e quindi il brutto, promuovendo ciò che va, e quindi il bello?
«La camorra ha connotato un periodo che ha affossato il nostro Paese, ma è stata solo una piccola cerchia di persone che ha dato il nome a tutta la popolazione casalese ed in maniera immeritata ci siamo affibbiati questo stigma di criminali endemici. Volevo rimarcare questo aspetto: se nel mio territorio, che è stato così vessato, c’è sempre l’ombra e lo spauracchio della camorra (mediaticamente), si continua a distruggerlo e noi non avremo mai la possibilità di emergere. Se invece ci date la possibilità di metterci a disposizione e di operare per il bene della collettività ci dimostreremo bravi e capaci, forse anche più degli altri, perché veniamo da una situazione di difficoltà e conosciamo bene le problematiche che interessano il nostro territorio»
Quindi, come diceva Don Peppe, “per amore del mio popolo non tacerò”. E tu non hai taciuto con il tuo racconto.
«Sì, non ho taciuto anche se il racconto è breve. Ho cercato di trasporre la mia vicenda, romanzandola, per far capire che se si pongono delle alternative in questo contesto siamo capaci di emergere perché abbiamo le potenzialità e anche la voglia. Essendo stati bistrattati per tanto tempo abbiamo tanta fame».
Mi dicevi che sei appassionato di politica europea. Che ruolo può avere l’Unione Europea nel contrasto alla criminalità organizzata? È un fenomeno italiano ma sappiamo che ormai si è diffuso in tutta Europa e oltre.
«L’Europa può giocare un ruolo importante finché lavora in maniera sinergica con gli stati membri: qualcosa sta già facendo in realtà con le politiche di prevenzione. È vero che il problema criminalità organizzata è un problema prettamente italiano, ma da anni è approdato in tutta Europa perché le mafie si sono istituzionalizzate: non si tratta più di concepire il criminale come un cavernicolo che va in giro a minacciare le persone e a estorcere denaro; adesso la criminalità fa eleggere i propri rappresentanti all’interno delle istituzioni. È una situazione diversa rispetto al passato perché istituzionalizzandosi le mafie sono diventate ancora più pericolose».
Si sono inabissate le mafie allora?
«Le mafie si sono mimetizzate con la società e a volte non le vedi nemmeno, però ovviamente quei messaggi, quel retaggio culturale, lo si intravede, a tutti i livelli. La dinamica quindi, a un occhio esperto, è abbastanza chiara e localizzata: è soltanto più difficile da individuare».
Il fenomeno criminale si è acuito durante la pandemia?
«Per la mia esperienza posso dire che la camorra ha attecchito nel nostro territorio perché a parità di professionalità ci sono meno opportunità, e quindi la camorra si è andata ad inserire in un contesto in cui potesse fare le veci dello stato».
Il titolo del tuo racconto è «Il coraggio di essere buoni». Secondo te quando sarà definito normale invece che coraggioso essere buoni? Da quale momento, se ci sarà, questo momento?
«Forse quando il tema della legalità non sarà più “industrializzato”, nel senso che adesso la legalità è una scelta. La si dovrebbe praticare tutti i giorni, dovrebbe essere la normalità: non ci sono alternative. Invece ci nascondiamo ancora dietro gli slogan: sento ancora persone dire “faccio” la legalità. Ma la legalità non è un prodotto di marketing, non si industrializza».
Non ci si dovrebbe vantare di una cosa ovvia. Però non pensi ci sia bisogno di esempi positivi come il tuo racconto?
«La scelta di operare per il bene dovrebbe essere una prassi che non si nasconde dietro gli slogan. Quindi sì, è bello dare il messaggio che “si può fare”, però contestualmente servono delle alternative concrete. Le persone devono essere sempre in grado di scegliere per il bene, altrimenti come istituzione non fai nulla di propositivo e di positivo per il Paese. Io ho raccontato un episodio, ovvero come ho vissuto quel periodo in cui la camorra era ancora imperante all’interno del mio territorio. Quando c’era una camorra plasticamente visibile essere buoni significava essere coraggiosi perché tu rappresentavi la minoranza, una piccola parte che non si adeguava ai camorristi. Si sceglieva di rimanere buoni, di non avere a che fare con certi ambienti e certi retaggi, e non si veniva neanche riconosciuti come tali. Si era coraggiosi in un periodo in cui imperava il male. Adesso quella fase è superata: la camorra è diversa rispetto al passato».
Che ruolo può avere la letteratura, un racconto come il tuo, nella lotta alla criminalità? Quanto può influire, se influisce, secondo te?
«Sicuramente è importante, come è fondamentale per il cambiamento la testimonianza di Don Peppe Diana. Cercare di informare è sempre una cosa buona e giusta da fare. Ma nel mio paese, nelle mie zone, forse la letteratura, in particolare la narrativa, non attecchisce tanto purtroppo».
Allora per chi lo hai scritto questo racconto: per chi è già buono?
«Qui più che porre una questione ideologica io penserei che si debba riconoscere il fatto che una persona che è nata qui e che quindi ha più difficoltà ad emergere nella vita, ce la può fare. Invece è sempre passato il messaggio che essendo casalese hai uno stigma affibbiato addosso, che t’impedisce di emergere da questo contesto, quando in realtà non è così. Se operi per il bene e ti comporti per il bene della collettività ti viene riconosciuto, indipendentemente da dove sei nato e cresciuto».

“Il coraggio di essere buoni”, Lorenzo Diana
https://panodyssey.com/it/article/politica/il-coraggio-di-essere-buoni-qqmfpcmp38u5
