Caserta, la DIA presenta la relazione sulle organizzazioni camorristiche in Campania e in Terra di Lavoro.Organizzazioni camorristiche strutturate secondo un modello mafioso gerarchico, con riferimento apicale a storici capi clan, quasi tutti detenuti

CASERTA – In Campania si apprezza uno scenario criminale mutevole ed eterogeneo, caratterizzato da un lato da dinamiche operative violente ed incontrollate, dall’altro da una profonda infiltrazione, ad opera di storici clan napoletani e casertani, nel tessuto economico e imprenditoriale, locale e ultra regionale.

La morfologia di alcune strutture camorristiche si caratterizza, da diverso tempo, per l’assenza, al vertice, di leader autorevoli, molti dei quali sottoposti al regime previsto dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, altri passati a collaborare con la giustizia, motivi per cui si è innescata una lunga fase di accese e caotiche conflittualità in seno alle strutture stesse, generando lotte intestine e scontri per assicurarsi il comando.

La disomogeneità strutturale che caratterizza l’attuale sistema criminale avrebbe determinato, come conseguenza ulteriore, la fluidità delle “alleanze”, incidendo sulla stabilità dei rapporti tra i vari gruppi camorristici. La disarticolazione di potenti clan, ha concesso a figure di “scarso rilievo criminale”, di accedere a ruoli di comando, spesso condividendoli con le terze generazioni che hanno sostituito i vecchi leader senza, tuttavia, ereditarne strategie ed autorevolezza. Ciò ha originato le scissioni o la nascita di nuove aggregazioni di giovanissimi, sottoposti a criminali altrettanto giovani, animati da ambizioni di potere.

La conseguenza è stata il materializzarsi di tanti “piccoli eserciti”, sovente formati da ragazzi sbandati, senza una vera e propria identità storico-criminale che, da anonimi delinquenti, si sono impadroniti del territorio attraverso una quotidiana violenza più che mai esibita, utilizzata quale strumento di affermazione e assoggettamento ma, anche di sfida verso gli avversari.

In questo contesto di “fibrillazione” criminale, il dato caratterizzante è fornito dall’età dei singoli partecipi, sempre più bassa, non disgiunta dalla commissione di atti di inaudita ferocia, anche dovuta a una percezione di impunità, tanto da indurli a un esordio criminale addirittura da adolescenti.

La presenza di un numero elevato di sodalizi che si contendono anche piccoli territori, spesso singole piazze di spaccio, provoca antagonismi che sfociano in scontri sanguinosi.

L’attenzione dei clan per il controllo dei mercati di droga, per le estorsioni e la contraffazione. Si tratta di territori dove si registra, altresì, un’escalation della criminalità comune, con particolare riferimento ai reati predatori e contro la persona, come rapine e furti in abitazione, che risultano in crescita.

Si sono susseguiti, in un continuum con i semestri precedenti, gli scontri a fuoco tra passanti inermi, ad opera di delinquenti armati, effetto della descritta condizione di instabilità degli equilibri criminali. Il numero più elevato di attentati, omicidi e tentati omicidi, in Campania ha riguardato le aggregazioni camorristiche del centro storico di Napoli, ma significativo appare anche il dato numerico relativo agli omicidi, collegati all’area dei comuni a nord della città di Napoli.

Va, comunque, riaffermato che, nel capoluogo partenopeo, parallelamente alla descritta contrapposizione violenta tra bande per la conquista del territorio, gruppi più strutturati persistono nella logica dell’inabissamento.

Alcuni storici clan, infatti, oltre a mantenere il controllo delle aree di influenza dell’hinterland napoletano, rifiutano nettamente “esibizioni” violente e in una evidente strategia di mimetizzazione, mantenendo inalterata la capacità di affiliazione di adepti, indiscussa forza di intimidazione ed assoggettamento esercitata sul territorio, e capacità di gestione dei grandi traffici internazionali e conseguenti investimenti in altre regioni d’Italia ed all’estero.

Tra questi spiccano i MALLARDO di Giugliano in Campania, i POLVERINO e i NUVOLETTA di Marano di Napoli e i MOCCIA, sul territorio di Afragola.

Si tratta di sodalizi di pluriennale tradizione camorristica che, nel panorama delinquenziale di matrice mafiosa, restano tra le organizzazioni criminali più strutturate e potenti della Campania, caratterizzate da una consolidata capacità economica ed imprenditoriale di altissimo livello, nonostante il regime detentivo cui sono sottoposti alcuni degli storici reggenti.

Tra i fattori che indubbiamente concorrono alla “sopravvivenza” di tali organizzazioni camorristiche vi è, anche, il condizionamento di settori nevralgici dell’economia locale – spesso legati a forniture e appalti – e l’infiltrazione negli apparati pubblici, come confermano le gestioni commissariali e i decreti di scioglimento di vari Comuni per infiltrazioni mafiose registrati nel semestre.

In questo contesto, ancora una volta, le attività investigative hanno fatto luce su episodi corruttivi che continuano a minare il sistema sanitario campano: un’indagine del mese di giugno ha portato all’arresto di cinque amministratori di diversi centri di diagnostica convenzionati (con sede nelle province di Napoli e Caserta) e di un medico di base, responsabili di truffa al Servizio Sanitario Nazionale, finalizzata ad ottenere rimborsi per costose prestazioni sanitarie (TAC o risonanze magnetiche), in realtà mai eseguite.

Un fattore, quello della corruzione, che senza dubbio può agevolare le infiltrazioni mafiose nelle strutture pubbliche, ove non sono mancati casi di funzionari disposti ad accettare collusioni con le organizzazioni criminali.

La provincia di Napoli e quella di Caserta rappresentano le aree della Campania a maggiore densità mafiosa. In quest’ultima, le organizzazioni camorristiche risultano ancora strutturate secondo un modello mafioso di tipo gerarchico, con riferimento apicale a storici capi clan, quasi tutti detenuti.

In particolare, il cartello dei CASALESI continua ad esercitare la propria forza di intimidazione sul territorio attraverso le estorsioni e il condizionamento degli apparati pubblici. Tuttavia, anche nell’avellinese, nel beneventano e nel salernitano sono operativi gruppi autoctoni strutturati, con caratteri tipicamente mafiosi, peraltro pronti ad assicurare sostegno logistico e militare ai clan delle aree limitrofe.

Sul piano generale, i principali “settori” da cui le organizzazioni camorristiche traggono costanti e cospicui profitti sono il traffico di sostanze stupefacenti, il contrabbando di sigarette, lo smaltimento e la gestione illecita dei rifiuti, la commercializzazione di prodotti con marchi contraffatti, la gestione di giochi e scommesse, la falsificazione di banconote e documenti, le speculazioni edilizie, l’infiltrazione negli appalti pubblici, il riciclaggio e il reimpiego di capitali, l’usura e l’estorsione, quest’ultima perpetrata anche in forme meno tradizionali: risale al mese di aprile l’esecuzione

di provvedimenti cautelari che hanno riguardato alcuni affiliati al sodalizio PESCE/MARFELLA di Pianura che, dietro pagamento di cospicue somme di denaro, si erano adoperati per far entrare una famiglia in un alloggio popolare. In seguito, erano stati denunciati dallo stesso inquilino abusivo, impossibilitato a far fronte alle continue richieste di denaro del clan, finalizzate – secondo un modus operandi diffuso in tutta la zona – a mantenere il possesso, ancorché illegittimo, dell’alloggio occupato.

Per quanto riguarda la commercializzazione di merci contraffatte, da sempre la camorra utilizza venditori ambulanti, sia italiani che extracomunitari, ai quali viene inoltre imposto il pagamento di tangenti. Un’area ad alta concentrazione di ambulanti è il mercato della Maddalena, adiacente alla stazione ferroviaria Garibaldi di Napoli. In questo contesto, appare emblematico quanto avvenuto nei primi giorni dell’anno, quando si è verificato un raid armato (nel corso del quale è stata accidentalmente ferita una bambina di 10 anni) contro un gruppo di cittadini extracomunitari che si erano opposti ai taglieggiatori, questi ultimi risultati affiliati al sodalizio MAZZARELLA.

Come accennato, una delle maggiori fonti di ricchezza per le organizzazioni camorristiche resta comunque il traffico di sostanze stupefacenti, che rappresenta anche il più agevole sistema di auto-finanziamento di altre attività criminali svolte frequentemente con la collaborazione di soggetti di origine extracomunitaria stanziali sul territorio.

CASERTA

mappa-camorra-caserta.jpg

Il territorio della provincia risulta spiccatamente segnato dalla presenza del cartello dei CASALESI, composto dalle famiglie SCHIAVONE, ZAGARIA, IOVINE (il cui capo clan è collaboratore di giustizia) e BIDOGNETTI, al quale risultano confederate numerose altre organizzazioni camorristiche locali. Il cartello in parola è stato, tuttavia, oggetto di una progressiva trasformazione, intervenuta per effetto delle numerose scelte collaborative di elementi di primo piano, che hanno svelato dinamiche interne e strategie operative dei CASALESI.

La pressione estorsiva esercitata testimonia, comunque, il permanere di una salda forza ssociativa sul territorio, mentre sul piano delle relazioni esterne il clan conferma la sua attrattiva per faccendieri, imprenditori e amministratori locali. La fazione SCHIAVONE continua a detenere la supremazia sul territorio, grazie alla fedeltà dei gruppi satellite e ad una salda leadership. Recenti indagini hanno fatto emergere la spiccata proiezione del clan verso gli appalti pubblici ed il settore del gioco online, avvalendosi delle confederate famiglie RUSSO e VENOSA, quest’ultima – a

conferma del cambiamento delle strategie dei CASALESI – attiva anche nella gestione e nel controllo diretto delle piazze di spaccio del casertano.

La fazione ZAGARIA, ben strutturata e solida sul territorio, mantiene una vocazione imprenditoriale, agevolata dai consolidati rapporti con le pubbliche amministrazioni, non solo casertane.

La fazione BIDOGNETTI opera nell’area di Parete e Lusciano, condizionandone il tessuto economico attraverso l’attività estorsiva, risorsa primaria per il sostentamento degli affiliati all’organizzazione criminale, oltre che strumento per il radicamento del clan e dei gruppi satelliti sul territorio.

Significativa dell’azione di contrasto contro il clan BIDOGNETTI è l’operazione “Restart”, conclusa nel mese di febbraio e frutto dello sforzo investigativo congiunto della D.I.A di Napoli, della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Le indagini, concluse con l’esecuzione di 31 ordinanze di custodia cautelare, hanno fatto luce sul sistema delle estorsioni e di ricettazione posto in essere dagli appartenenti alla famiglia Bidognetti.

Tra gli arrestati, figurano anche una nuora e le figlie del capo clan (ristretto in regime di 41 bis dell’ordinamento penitenziario), le quali, approfittando dei colloqui in carcere, ne avrebbero trasmesso gli ordini all’esterno.

Altrettanto significativa delle dinamiche dell’area è l’operazione conclusa dall’Arma dei Carabinieri, il successivo mese di giugno, con l’arresto di 5 soggetti. Questi ultimi avrebbero costituito un neo gruppo criminale, definito La nuova gerarchia del clan dei Casalesi, operante con il placet del capo clan della famiglia BIDOGNETTI, su un’area compresa tra il comune di Parete ed il litorale domizio.

Nella provincia operano altri sodalizi autonomi rispetto ai CASALESI, quali il gruppo BELFORTE, originario di Marcianise e attivo, anche attraverso gruppi satellite, nei comuni di San Nicola la Strada, San Marco Evangelista, Casagiove, Recale, Macerata Campania, San Prisco, Maddaloni e San Felice a Cancello. Si tratta di un territorio caratterizzato da importanti realtà industriali e commerciali, dove i BELFORTE rappresentano una delle compagini criminali più radicate e in grado di sfruttare, per i propri scopi illeciti, anche operatori economici compiacenti.

É del maggio 2017 un decreto di sequestro di beni della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Santa Maria C.V., emesso a seguito di indagini patrimoniali condotte dal Centro Operativo D.I.A. di Napoli, a carico di un imprenditore, attivo nel settore della produzione e del trasporto di calcestruzzo. Quest’ultimo favoriva (ed era favorito rispetto alla concorrenza) i BELFORTE, segnalando al clan i cantieri che venivano aperti sul territorio, in modo da consentire l’attività estorsiva, prestandosi in prima persona anche per il ritiro delle somme estorte.

Nel medesimo contesto marcianisano operano anche gruppi familiari più piccoli, quali il clan MENDITTI (presente a Recale ed a San Prisco) e il gruppo BIFONE, attivo nei centri di Portico di Caserta, Casapulla, Curti, Casagiove, Macerata Campania e San Prisco. Nel comprensorio di Santa Maria a Vico, Arienzo e San Felice a Cancello, è attivo il clan MASSARO.

Nel corso del semestre, proprio l’amministrazione comunale di San Felice a Cancello è stata oggetto di scioglimento per infiltrazioni mafiose. La proposta di scioglimento avanzata dal Ministro dell’Interno (datata 10 maggio 2017) evidenzia come nell’Ente siano emersi “gravissimi e reiterati fenomeni corruttivi tali da costituire un vero e proprio «sistema illegale» caratterizzato

dal costante asservimento delle risorse pubbliche al tornaconto personale di esponenti dell’apparato politico e burocratico dell’ente in un contesto inquietante di commistione con gli interessi delle consorterie localmente egemoni”.

Emblematico, poi, il passaggio che descrive uno dei meccanismi corruttivi ideati dall’organizzazione, basato sulla lievitazione degli importi da erogare rispetto a quanto inizialmente fissato per il servizio di gestione e manutenzione degli impianti di pubblica illuminazione, attraverso apposite varianti in corso d’opera, preventivamente concordate.

Continuando con la descrizione della presenza criminale in quest’area, Sessa Aurunca e Mondragone risultano appannaggio dei GAGLIARDI-FRAGNOLI-PAGLIUCA, eredi della famiglia LA TORRE, legati ai BIDOGNETTI e dediti prevalentemente a traffici di stupefacenti e alle estorsioni. Sempre a Sessa Aurunca e nei comuni di Cellole, Carinola, Falciano del Massico e Roccamonfina, l’indebolimento del clan ESPOSITO, detto dei “Muzzoni” ha, da tempo, determinato l’emersione di piccoli gruppi, molto eterogenei, dediti alle estorsioni e al traffico ed allo spaccio di stupefacenti.

A Santa Maria Capua Vetere sono presenti il gruppo DEL GAUDIO (Bellagiò) e l’antagonista FAVA, significativamente indebolito dopo la scelta collaborativa di uno dei reggenti.

Questo è il quadro che emerge, nei confronti di una camorra, che con le nuove leve, che pur di aspirare ad un posto di rilievo nella criminalità organizzata, sparano all’impazzata senza preoccuparsi del perché e a chi sparare, basta dimostrare che la supremazia regna sovrana.