MADDALONI (Caserta) – La questione della Bonifica della Cava Monti, della Masseria Monti di Maddaloni si perde nel tempo.
Di recente è stato possibile seguirne le sorti per via dell’intervento in Senato dell’on. Vilma Moronese la quale, promotrice dell’iniziativa, a più riprese è intervenuta anche ai microfoni di Carlo Scalera nel corso della Trasmissione “Dietro l’Angolo”, in onda il sabato mattina dall’emittente New Radio Network, per parlare degli sviluppi e dare una visione cronistorica delle vicende.
È di ieri la notizia, apparsa sul portale dell’onorevole del Movimento Cinque Stelle (vedi fonte ) in cui a dimostrazione dell’impegno della parlamentare si riportava la seguente news: “Cava Monti verso la bonifica, approvata in Senato la risoluzione, impegni precisi per Governo e Regione”. Ciò proprio per interessamento del partito penta stellato, facendo riferimento alla Risoluzione approvata dalla commissione del Senato sull’affare assegnato n. 590 (doc. xxiv, n. 58; Legislatura 17ª – 13ª Commissione permanente – Resoconto sommario n. 213 del 31/03/2016 ) accessibile al link

“Finalmente una buona notizia per il territorio casertano, un risultato che abbiamo ottenuto con tanto lavoro” ha dichiarato la portavoce del Movimento 5 Stelle in Commissione Ambiente, Vilma Moronese, dal suo portale, che ha richiesto alla commissione del Senato di occuparsi delle problematiche relative alla ex cava di tufo di Cava Monti, dove sono stati seppelliti oltre 300,000 tonnellate di rifiuti speciali, un disastro ambientale dichiarato ufficialmente dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere il 13 Maggio 2014.
Della Risoluzione segue il testo:
“La 13a Commissione permanente del Senato,
premesso che:
la Cava Monti, sita nel comune di Maddaloni, è una ex cava di tufo utilizzata in passato per la costruzione di edifici divenuti simbolo della città di Caserta, quali la celebre Reggia Vanvitelliana. Nel corso degli anni, il sito è stato destinato a discarica – come accaduto alle numerose cave sparse nella provincia di Caserta – divenendo successivamente luogo di sversamenti abusivi di rifiuti speciali e tossici, come le batterie delle auto;
dal 1985 al 1994, la società RI.SA.N- S.r.l., è proprietaria del suolo. Dal 1988 chiede alle autorità competenti l’autorizzazione a realizzare sul posto una discarica controllata di rifiuti urbani e speciali, assimilabili agli urbani, quindi non pericolosi. Questa richiesta non ha mai concluso il suo iter e l’autorizzazione non è stata mai concessa. Nel gennaio 1994, a seguito di un esposto per l’interramento di 300 fusti di sostanze nocive, è stata avviata un’attività di indagine che, nel 1995, ha portato l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia a costatare anomalie magnetiche, ad una distanza di circa 20 metri sotto il piano campagna, riconducibili non a rifiuti solidi urbani, ma ad accumulo di materiali metallici.
A seguito di ulteriori indagini, con uno scavo dell’ottobre 1996, le analisi del laboratorio di igiene e profilassi hanno classificato questo materiale come materiale tossico e nocivo, con concentrazione di piombo e di cadmio superiore ai limiti di legge ed il sito è stato posto sotto sequestro. Nel 1999, in tre punti della cava fu accertata la fuoriuscita di fumo acre, proveniente dal terreno, proprio in corrispondenza delle rilevazioni fatte per i campionamenti ed i prelievi. Secondo la RI.SA.N-S.r.l. questo fumo era legato ad un fenomeno di geotermia e il vapore non destava preoccupazione.
Nel 2004 la cava fu trasferita alla Immobil-gest S.r.l., attuale proprietaria.Il sito risulta censito nel Piano regionale di bonifica – approvato dal Consiglio regionale con delibera n. 777 del 25 ottobre 2013 (BURC n. 30 del 2013) – quale “abbandono di rifiuti con conferimento in cava”. Tale qualificazione viene mantenuta fino al 12 marzo 2013, data di entrata in vigore del decreto del Ministero dell’ambiente n. 7 del 2013, in cui il SIN, viene declassato a sito di interesse regionale e la regione Campania è subentrata nella titolarità dei procedimenti e competenze per le operazioni di verifica e bonifica;
Lo stesso sito, comunque, già ricadeva nella subperimetrazione del Sito di interesse nazionale (SIN) Litorale Domitio Flegreo e Agro Aversano e la sua bonifica rientrava, ai sensi dell’articolo 252 del decreto legislativo n. 152 del 2006, tra le competenze del Ministero dell’ambiente;
nel 2009 il Ministero dell’ambiente ha chiesto all’Immobil-gest la presentazione di un piano di caratterizzazione;
considerato che:
il 23 novembre 2009, l’Agenzia regionale protezione ambientale della Campania (ARPAC) ha effettuato un sopralluogo presso la cava, a seguito del quale – come si evince dalla relazione tecnica dell’ARPAC n. 70/AN/09 – è stata constatata, in un punto della cava,«la continua fuoriuscita di fumo dall’odore acre, molto intenso, tipico di combustione di polimeri plastici e che il fumo fuoriusciva da un’apertura, del diametro di circa due metri, tipo cratere, presente nel suolo, creatosi per cedimento del terreno»;
l’ARPAC, inoltre, nella suddetta relazione, ha ritenuto inderogabile la predisposizione delle misure di messa in sicurezza dell’area, da realizzare ad opera del sindaco, e di un piano preliminare di indagini chimiche, finalizzate alla ricerca di eventuali sostanze inquinanti nelle matrici ambientali;
dal progetto del Centro nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie (CCM) del 2009 “Valutazione epidemiologica dello stato di salute della popolazione esposta a processi di raccolta, trasformazione e smaltimento dei rifiuti regione Campania” realizzato dall’ARPAC, nell’aggiornamento datato 5 aprile 2013, risulta essere la Cava Monti il sito con il più alto valore di rischio per la provincia di Caserta.
Il 19 dicembre 2013, la Procura di Santa Maria Capua Vetere, a questo punto, ha affidato un incarico di consulenza tecnica al geologo dottor Balestri, per procedere ad esami geofisici geoelettrici, alla verifica della qualità e quantità di rifiuti ivi smaltiti e alla presenza di sostanze tossiche o venefiche o ad emergenze di gas in grado di contaminare le matrici ambientali;
dalla perizia, consegnata il 31 marzo 2014 risulta che, tra il 1981 e il 1990, sono stati accumulati nella Cava Monti circa 39.810 metri cubi di rifiuti e che, al 2014, sono stati immessi circa 299.275 tonnellate di rifiuti, anche speciali e pericolosi;
il sito può essere sicuramente qualificato come “discarica” e non come “potenzialmente inquinato”, poiché la contaminazione è accertata;
è stato verificato che la tipologia dei materiali immessi nella Cava Monti contamina fortemente la prima falda acquifera come dimostra la presenza di manganese, metallo pesante presente sino ad una concentrazione di 260 volte la soglia ammessa;
dall’analisi delle indagini condotte, il sito contaminato deve transitare, ai sensi dell’articolo 240 del decreto legislativo n. 152 del 2006, dal Censimento dei siti potenzialmente contaminati, all’Anagrafe dei siti da bonificare, superando di fatto la fase di caratterizzazione prevista dall’articolo 242 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e passando quindi direttamente alla fase di bonifica;
come accertato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere esiste un riversamento in falda di percolato pari a 30.000 tonnellate, con conseguente contaminazione della falda acquifera, per la presenza di metalli pesanti, quali arsenico e manganesio, nel sito insiste inoltre il rischio di contaminazione continuativa, in quanto sono presenti batterie d’auto sotterrate che subiscono reazioni chimiche e cedono inquinanti;
da ulteriori esami effettuati dalla Procura della Repubblica risulterebbe certo che l’origine dell’inquinamento, che si è esteso in tutta la zona ed ha portato al sequestro di quaranta pozzi, sia da imputare alla discarica della Cava Monti.
Il 16 gennaio 2014, a seguito delle indagini svolte sulla Cava, la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha reso note le indagini condotte sulla Cava che hanno accertato lo sversamento, in 25 anni, su una superficie di 12.500 metri quadrati, di 200.000 tonnellate di rifiuti speciali. La Procura avvalendosi anche degli esami dell’ARPAC – che registravano emissioni in atmosfera di gas con notevole rilascio di fenoli e di benzene, dovute a reazioni chimiche nel sottosuolo – ipotizzava quindi il reato di disastro ambientale, denunciando che l’inquinamento aveva raggiunto la falda acquifera e che «considerata la presenza nell’area di masserie abitate e di un’intensa attività agricola, in teoria può già ipotizzarsi, sulla base di questo primo accertamento tecnico, il reato di disastro ambientale» con evidenti gravi ripercussioni sulla salute dell’ambiente e delle persone;
con successivo comunicato stampa la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere rendeva noto, il 13 maggio 2014, che nell’ambito del procedimento penale iscritto per i reati di disastro ambientale (articolo 434 del Codice penale) e di corrompimento delle acque (articolo 440 del Codice penale), i Carabinieri della compagnia di Maddaloni hanno eseguito il decreto di sequestro preventivo emesso dal GIP (articolo 321 Codice di procedura penale) del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, avente ad oggetto l’area della ex cava tufacea denominata cava Monti, sita in Maddaloni, comprendente anche quaranta pozzi situati in un raggio di 500 metri circa dal margine esterno della cava, in un’area che si estende dal territorio di Maddaloni a quello di San Marco Evangelista, per complessivi 61 ettari.
Considerato, altresì,che:
con delibera di Giunta del 7 agosto 2015 la Regione Campania ha approvato uno schema di Accordo con il comune di Maddaloni, l’oggetto dell’accordo, sottoscritto il 21 ottobre 2015, è la regolamentazione dei loro rapporti per l’esecuzione di indagini integrative;
in tale accordo, la regione Campania, – preso atto dell’inottemperanza dei proprietari privati alle ordinanze di messa in sicurezza adottate dal comune e dalla provincia di Caserta, nonché della incapacità finanziaria del Comune di Maddaloni, a causa del dissesto finanziario, di agire in sostituzione del soggetto obbligato inadempiente – ha riconosciuto la necessità di intervenire, ai sensi dell’articolo 250 del decreto legislativo n. 152 del 2006, in sussidiarietà negli interventi di bonifica;
la Regione si è impegnata a finanziare l’esecuzione del piano di indagine dell’ARPAC, per un importo di 250.000 euro;
con nota dell’8 ottobre 2014, l’ARPAC in risposta ad una richiesta del sindaco di Maddaloni di procedere ad ulteriori analisi, ha ribadito che nessuna ulteriore indagine è necessaria considerato l’approfondito lavoro svolto negli ultimi 4 anni e che “pertanto non saranno eseguiti altri dispendiosi interventi di campionamento e analisi che non porterebbero alcun ulteriore contributo di conoscenza”.
Considerato che
l’articolo 250 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, prevede che qualora i soggetti responsabili della contaminazione non provvedano direttamente agli adempimenti disposti dal presente titolo ovvero non siano individuabili e non provvedano né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati, le procedure e gli interventi di cui all’articolo 242 sono realizzate d’ufficio dal Comune territorialmente competente e, ove questo non provveda, dalla Regione, secondo l’ordine di priorità fissati dal piano regionale per la bonifica delle aree inquinate, avvalendosi anche di altri soggetti pubblici o privati, individuati ad esito di apposite procedure ad evidenza pubblica. Al fine di anticipare le somme per i predetti interventi, le Regioni possono istituire appositi fondi nell’ambito delle proprie disponibilità di bilancio;
l’articolo 452-terdecies del Codice penale dispone che salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un’autorità pubblica, non provveda alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 20.000 a euro 80.000;
grazie ad un intenso ciclo di audizioni svolte in Commissione, sono emerse le cause ostative alle attività di controllo e monitoraggio del territorio per la Cava Monti;
si sono infatti succedute nel tempo procedure che hanno sicuramente incrementato il bagaglio informativo, ma non hanno portato a soluzioni concrete, in diverse occasioni si è parlato di “inerzia di sistema”. Nonostante le indagini siano state avviate formalmente già dal 1995, ad oggi il sito non risulta messo in sicurezza – non è perimetrato ed è aperto al libero accesso, con grave rischio per la cittadinanza – né tanto meno risulterebbe programmata la sua bonifica, con il pericolo concreto che il reato di abbandono dei rifiuti sia reiterato;
tutti i soggetti auditi, – la Procura della Repubblica, il Corpo forestale dello Stato, l’ARPAC, il Consulente tecnico della Procura, l’Azienda sanitaria locale, la Regione Campania, le associazioni e il comune di Maddaloni – hanno concordato sulla urgenza di intervenire, anche acquisendo la consulenza tecnica del dott. Balestri per utilizzarla come base per la caratterizzazione, provvedendo se necessario a limitate integrazioni;
nel corso dell’audizione informale del Vice presidente della Regione Campania assessore Bonavitacola, si è manifestata l’intenzione di inserire il sito nell’Anagrafe dei Siti da Bonificare “All’atto del primo aggiornamento utile degli allegati del Piano (previsto nel corso del 2016) si provvederà al passaggio del sito nell’Anagrafe dei Siti da Bonificare per formalizzare la decisione assunta dal tavolo tecnico. Al sito sarà quindi attribuito l’indice di valutazione di rischio comparato i cui indicatori sono in parte sovrapponibili a quelli utilizzati per il progetto CCM confermando sicuramente quanto evidenziato dal progetto sulla priorità massima dell’intervento.”;
impegna il Governo:
1. a svolgere nelle sedi istituzionali opportunamente individuate un ruolo di supervisione nazionale anche al fine di sollecitare le amministrazioni territorialmente competenti ad inserire il sito della ex cava di tufo Monti in Maddaloni nell’anagrafe dei siti da bonificare;
2. a realizzare le azioni di sollecito per la messa in sicurezza del sito, adottando tutte le misure necessarie, anche attraverso un sistema di recinzione che impedisca l’accesso a persone o animali, attraverso interventi atti ad isolare le fonti inquinanti dalla matrici ambientali, nonché disponendo l’intervento dei carabinieri del NOE per impedire l’ulteriore conferimento illegale dei rifiuti, nonché avvisando la cittadinanza nelle forme più idonee (es. cartellonistica) per dare la più ampia diffusione alla pericolosità del sito e comunque a garantire l’inserimento del sito in un programma di vigilanza e controllo del territorio per la repressione dei conferimenti illegali dei rifiuti;
3. a comunicare alle Camere i risultati conseguiti mediante una informativa periodica delle azioni poste in essere per le finalità rappresentate nei precedenti impegni;
4. a proporre e concordare con la regione Campania l’integrazione dell’accordo affinché le risorse siano finalizzate alla progettazione della bonifica, anche utilizzando la relazione tecnica del Consulente della Procura di Santa Maria Capua Vetere – previa integrazione, se necessaria – come caratterizzazione onde evitare l’impiego di ulteriore tempo e risorse per indagini integrative; destinando prioritariamente le risorse, previste per le indagini integrative, per prosciugare l’area, per canalizzare le fumarole, per un capping sommario e per una barrieramento laterale e di fondo del corpo rifiuti; tali adempimenti permetteranno l’arresto della contaminazione in atto da anni;
5. a supportare la regione Campania nel reperimento di ulteriori risorse economiche, anche da programmare nell’ambito del Fondo per lo Sviluppo e laCoesione (FSC),relativo al ciclo di programmazione 2014/2020, al fine di avviare la caratterizzazione della falda acquifera ai sensi del TUA onde permettere la bonifica della stessa;
6. a proporre e concordare con la regione Campania la predisposizione di opportune indagini epidemiologiche che possano valutare gli effetti dannosi prodotti dalla ex Cava Monti sulla salute dei cittadini residenti nelle aree circostanti;
7. a valutare l’opportunità di inserire nuovamente tra i S.I.N. l’ex cava di tufo Monti in Maddaloni, qualora alle attività poste in essere in conseguenza dei precedenti impegni non conseguano risultati effettivi, avocando in capo al Ministero della tutela del territorio e del mare la competenza per le necessarie procedure di bonifica”.
