Caserta, Don Salvatore D’Angelo nelle parole del giornalista Franco Tontoli: La Provvidenza per lui

CASERTA – Chi era don Salvatore D’Angelo, il fondatore del Villaggio dei Ragazzi? Questa volta a raccontarlo è una nota firma del giornalismo casertano: Franco Tontoli. Racconta del suo rapporto con “O’ prevete” un rapporto nato quando il giornalista era ancora un bambino e quando l’attuale Villaggio si chiamava “Casa del Fanciullo”, per poi rafforzarsi sempre di più con il passare degli anni.

“Tutti noi abbiamo una famiglia – dice Tontoli – Don Salvatore aveva il Villaggio. Una famiglia numerosissima”.

Come ha conosciuto Don Salvatore D’Angelo? Quanti anni aveva?

Una premessa, sono nato a Maddaloni da genitori maddalonesi. Mio nonno materno, Francesco Ginolfi, aveva un’azienda di abbigliamento militare con camiceria e affini collocata in quello che oggi, e dal 1947, il Villaggio dei Ragazzi.

Prima era “il Quartiere sede dell’Accademia della Guardia di Finanza e di reparti vari. Con l’8 settembre 1943, l’addio alle armi e fine dell’attività  di mio nonno che, comunque, aveva mantenuto i locali. Quando don Salvatore, appena ordinato sacerdote, decise di fare il prete nella sua disastrata città  e darsi da fare per l’assistenza all’infanzia e alla gioventù sbandata dalla guerra, trovò un aiuto anche in mio nonno che ne favorì la sistemazione nel Quartiere, adoperandosi con ufficiali del Commissariato militare perché chiudessero un occhio sulla occupazione dell’immobile demaniale.

Poi la Provvidenza e la determinazione di don Salvatore fecero il resto. Don Salvatore, quindi, me lo ricordo dall’età  – la mia – di dieci anni, era il 1951 ed erano grandi feste tra il “il prete” e mio nonno quando si capitava al Villaggio che si chiamava “Casa del Fanciullo”.

Succedeva soprattutto a fine settembre, in occasione della festa di San Michele, con la mia famiglia regolarmente in trasferta da quando si abitava a Caserta poco dopo la mia nascita.

Ricorda la prima impressione che le ha suscitato?

La sua giovialità , sempre sorridente, aveva le caramelle sempre a portata di mano. Mentre parlava con te, teneva d’occhio i ragazzi scatenati nel cortile, tutti a correre dietro alle palle di carta. Bastava un’occhiata a un istitutore e quello già capiva dove doveva intervenire, se calmare o lasciar fare i ragazzi, dirimere qualche contesa fra gli scugnizzi.

Che rapporti ha intrattenuto con Don Salvatore? Erano esclusivamente di natura lavorativa?

Vanno dal 1964 o forse 1965 in poi. A quelli per interposta famiglia – nel senso che ci capitavo in visita con i miei – come ho detto – si sostituirono quelli diretti. Avevo appena scritto il mio primo articolo su Il Tempo (di Riccardo Scarpa, capo della redazione casertana, ero il vice per la stima di cui subito mi gratificò), mi telefonò per gli auguri e cominciarono contatti sempre più frequenti. Fino alla collaborazione col suo Giornalino del Villaggio che dirigeva Federico Scialla, due numeri all’anno, Natale e Pasqua come album di due semestri di attività  del Villaggio.

Il rapporto è stato strettissimo, mi voleva un gran bene e mi stimava, per me una fierezza. Scrivevo della vita del Villaggio, non c’era nulla da reclamizzare, tutto si reclamizzava da solo.

Cito le conferenze affidate ai premi Nobel Rubia, Montalcini, le visite di Giulio Andreotti, il Villaggio più volte sede di tappa del Giro d’Italia.

Li ho conosciuto Vincenzo Torriani, patron del Giro, fatto amicizia col figlio Marco che ancora lavora nello staff organizzatore. Torriani stravedeva per don Salvatore. E non era il solo.

Ha ricevuto qualche insegnamento particolare da Don Salvatore? Era facile rapportarsi con una persona, che tutti descrivono come una persona di grande spessore?

Ciò che mi ha insegnato sicuramente è l’avere sempre grande fiducia nella Provvidenza, non scoraggiarsi mai, uno sguardo in Alto e pedalare, i risultati arrivavano.

Ricordo una volta, periodo di finanze critiche per il Villaggio (mica la prima volta), don Salvatore alle prese con il problema-panettoni natalizi per la strenna a tutti i ragazzi e ai dipendenti. Dicembre avanzato, Natale alle porte, una mattina don Salvatore pensieroso.

“Dove li piglio i soldi per circa 1500 panettoni?” Fa una telefonata a Giulio: “Ci sarebbe un’aiuto?”. Tempo dieci minuti, al telefono c’è un cardinale, deferenza di don Salvatore e l’interlocutore a rammentargli i tempi trascorsi in Vaticano, insieme nel Collegio Francese, il percorso sulla strada della diplomazia vaticana interrotto per fermarsi a Maddaloni. E don Salvatore a dargli dell’Eminenza”.

Poi dall’altra parte del filo: “Ho saputo dei panettoni, domani saranno lì”. L’indomani un autocarro scaricava il dono “spontaneo” di una grande industria piemontese legata alla famiglia Agnelli. Don Salvatore: “Franco, che ti dicevo? La Provvidenza!”.

Non era difficile rapportarsi con don Salvatore, capiva tutto e tutti, leggeva nel pensiero, intuiva crucci, provvedeva con soluzioni. Il timore di non poter ricambiare adeguatamente era paralizzante. Intuiva anche questo. “Basta che mi si voglia bene e non tanto a me – diceva – soprattutto al Villaggio”.

Negli anni in cui ha conosciuto Don Salvatore D’Angelo è riuscito a capire cosa significasse per lui la sua creatura, il Villaggio dei Ragazzi? Come ne parlava? Che rapporto aveva Don Salvatore con chi stava nel Villaggio dei Ragazzi?

Tutto, c’è da dirlo? Ciascuno di noi ha una famiglia, lui aveva il Villaggio. Una famiglia numerosissima, non soltanto dei frequentatori ma anche di quelli che c’erano passati, che venivano a trovarlo, che gli scrivevano. Conservava e archiviava tutto.

Don Salvatore le ha parlato mai della sua fede, del suo rapporto con Dio?

Ripeto, la Provvidenza per lui e lui provvidenza per gli altri. Senza distinzione di sorta, men che meno di tessere di partito. Lui anche politicamente impegnato nella DC, aveva centinaia di tifosi tra i comunisti, quelli di una volta, ruspanti, giustamente rivendicativi in epoche di diseguaglianza sociale.

Cosa pensa abbia significato Don Salvatore per Maddaloni?

Don Salvatore a Maddaloni ha dato tutto. Un maddalonese ai vertici della Guardia di Finanza? E andate a verificare quanti ragazzi maddalonesi vestono le Fiamme Gialle in quel periodo. Soltanto un esempio.

Don Salvatore si adoperava per tutti, soprattutto grazie al suo amico Giulio, frusinate ma maddalonese ad honorem (anche se nessun amministratore ha mai pensato di dargli la cittadinanza onoraria. Ma c’è ancora tempo) per quanto s’è adoperato tramite “o’ prevete”.

C’è un aggettivo che secondo lei meglio riesce a descrivere la figura di Don Salvatore? Perché?

Più che un aggettivo, diciamo una perifrasi: un grande figlio di buona donna. Nessuno in grado di prenderlo per il naso. Lui lo faceva da se, se proprio ce n’era necessità , sempre in buona fede e a fin di bene.

Quando eccedeva in complimenti e salamelecchi verso qualcuno, poi ammiccava: “E’ uno che lo vuole. A darglielo non si paga nulla; hai visto com’è contento? Anche questa è un’opera di bene”.

Tutti lo ricordano come un uomo molto preciso, anche a lei ha dato questa impressione?

Un esempio per tutti. Primo giorno di scuola, dopo la cerimonia dell’alzabandiera, il ritorno alla scrivania, una grande tabulato davanti e lui a limare con matita e gomma. Orari di lezioni? No.

L’ordine delle partenze dei ragazzi per le vacanze a Roccaraso e Torre Pedrera. E a luglio, mentre i torpedoni partivano con i ragazzi in vacanza, dopo il saluto, il ritorno alla scrivania, stesso foglio, stessa gomma. Erano gli orari delle lezioni e la disponibilità  dei professori per l’anno scolastico che sarebbe cominciato a ottobre…