CASERTA – Dopo aver raccolto le opinioni dei protagonisti del Movimento per l’Università , l’Eco di Caserta ha intervistato l’onorevole Sergio Tanzarella, uno dei pochi personaggi politici che ha saputo cogliere le esigenze della città nella realizzazione dell’Università .
On. quali sono secondo lei i punti deboli dell’Università ?
Secondo me nell’istituire l’Università a Caserta sono stati commessi ben tre errori: 1) La prima follia, che però si badi bene non riguarda solo Caserta, è stata quella di far nascere l’Università a costo zero e la conseguenza, anzi una delle conseguenze di questa scelta, è stata che i locali dell’Episcopio hanno dovuto ospitare le facoltà universitarie in mancanza di altre sedi disponibili; 2) la seconda follia è stata quella di dar vita ad un’Università policentrica perché l’Università a Caserta è stata concepita come regime di clientela ed è una concezione debolissima del mondo accademico perché l’Università non è solo un luogo dove si tengono le lezioni, ma è formata anche da strutture e servizi e si pensi che quest’università non ha neanche una biblioteca centrale; 3) il terzo è l’ultimo sbaglio è che l’impegno e il sacrificio di un gruppo di docenti nostrani, e mi riferisco soprattutto a quelli delle facoltà scientifiche, è stato complessivamente mal ripagato dal resto della città .
Può chiarire meglio quest’ultimo punto?
Intendo dire che esiste un’enorme scollatura tra l’Università , l’idea di Università concepita dal Vescovo, dal Movimento e da questo gruppo ristretto di professori di cui le parlavo prima e la politica locale. Inizialmente la II Università è stata concepita come una moltiplicazione di cattedre. Per i “baroni universitari†napoletani l’università fu soltanto un trampolino di lancio per l’arricchimento personale e mi riferisco soprattutto alle facoltà di Architettura, Ingegneria e Giurisprudenza. Si moltiplicarono le cattedre disponibili e dunque si moltiplicò il potere. A questo mondo universitario napoletano di Caserta e della sua provincia non interessava e non interessa nulla.
Come giudica l’Università a Caserta?
E’ soprattutto un’Università di medici, poi vengono tutti gli altri. Le altre facoltà fanno da corollario. L’Università è tutta sbilanciata su Medicina e quindi ancora su Napoli, dal momento che i docenti napoletani provano un certo risentimento nel venire a Caserta.
Un’università di medici che però non ha ancora il Policlinico, lei come lo spiega?
Dal mio punto di vista il Policlinico rischia di mettere in crisi il modello sanitario dei privati. A Caserta non esiste una concorrenza tra servizio pubblico e privato, ma soltanto il servizio lucroso dei privati.
Negli anni caldi lei ha appoggiato le richieste del Movimento cercando di concretizzare alcune di queste, ci può fare qualche esempio?
Innanzitutto all’epoca mi occupai del problema del nome dell’università che non è affatto una questione simbolica. Io ben sapevo che il cambio del nome era di competenza del Senato accademico ma, visto che nessuno di loro si muoveva in tal senso, decisi di presentare una proposta di legge per il cambio del nome. Una proposta che fosse volutamente provocatoria.
In che anno siamo esattamente?
Nel 1995. La proposta fu girata all’allora rettore Mancino che però si oppose e oggi, man mano che passa il tempo, diventa sempre più difficile cambiare il nome, perché sarebbe come ricominciare daccapo, partendo da zero, mentre appoggiarsi al lustro napoletano è molto più comodo.
Che cosa le risposero esattamente i vertici accademici in quell’occasione?
La mia proposta fu ridicolizzata. Mi fu detto, pensando probabilmente che fossi un analfabeta, che spettava al Senato accademico stabilire il nome ed in risposta, oltre alla proposta di legge, organizzai un convegno nella sala consiliare della Provincia sul nome dell’Università , ma anche per la ricerca di sedi. In quel tempo diverse Facoltà erano prive di strutture idonee sia per la ricerca sia per la didattica, ricordare quel tempo sembra incredibile.
Dunque lei si è impegnato anche per la ricerca di una nuova sede?
Sì, nel ’96, nonostante non fossi più parlamentare, invitai Luciano Guerzoni, allora sottosegretario all’Università per discutere dei problemi che avevamo a Caserta. Ricordo che l’incontro avvenne nei locali che allora le facoltà scientifiche occupavano nell’Episcopio, esattamente in una delle stanze che ora sono utilizzate dall’Istituto di Scienze Religiose. Al colloquio partecipammo, oltre al sottosegretario, io e i professori Melone, Parente, Rossi. Poi Guerzoni incontrò il Vescovo. Successivamente ci fu anche un incontro con il sindaco Bulzoni e vari assessori e consiglieri nella sala consiliare al Comune.
Quali erano i problemi dell’Università ?
Come le ho già detto, la ricerca di sedi idonee e poi la questione del Rettorato. Ricordo che Mancino prima e Grella poi hanno portato avanti una battaglia ridicola pretendendo che il Rettorato fosse insediato a Palazzo Reale. Era solo un pretesto e lo dimostra il fatto che dopo vent’anni il Rettorato non ha ancora una sede a Caserta. Il rettore Grella contestò poi addirittura il fatto che il Rettorato fosse posizionato accanto ad un asilo nido, e lo disse poi alla conferenza dei rettori per suscitare una reazione commiserevole da parte dei suoi colleghi. Grella in quel tempo non perdeva occasione per raccontare questa storia dell’asilo nido.
Secondo lei l’università policentrica è un danno?
Secondo me non ha senso. L’università può avere altre sedi, ma non può nascere già policentrica. Questa è un’università nata debole, ecco tutto. La volontà era quella di appagare i desideri di potere dei vari padrini democristiani dell’epoca.
E’ nata debole perché non è riuscita ad in integrarsi con la città ?
Le relazioni fra l’università e il territorio restano deboli. L’osmosi non c’è, ma non solo per lo scarso impegno da entrambe le parti. Il limite non è solo quello, pur grave, di avere poche Facoltà in città , ma della mancanza di relazioni e progetti comuni. Dovrei ricordarle le parole di un certo assessore alla Cultura che in un incontro in Episcopio in cui si discuteva dei gravi problemi dell’Università ebbe a dire “ma io cosa ho a che fare con questi problemi?â€. Il simbolo di questa Università fuori contesto è per esempio la Facoltà “Jean Monnet†al Belvedere di San Leucio. Vorrei sapere quanti casertani sanno che esiste, tranne ovviamente i beneficati dalla sua esistenza.
Cosa intende?
Come lei sa, sia “Il Corriere della sera†che “La Stampa†hanno denunciato la singolare coincidenza che tra docenti e borsisti della Monnet vi sono i rampolli di politici casertani. Certo saranno degli insigni studiosi ma è una coincidenza che fa pensare, soprattutto se vi è un rapporto di un insegnante ogni quattro allievi, si parla di 50 docenti per 198 studenti di cui la maggioranza non frequentanti.
Tornando al suo impegno per l’università , ha ricevuto appoggio dalle altre forze politiche?
Non ho mai avuto relazioni con gli altri politici su questo tema, ho sempre agito da solo, in un disinteresse generale. Non ricordo che la questione Università a Caserta suscitasse molto interesse nei partiti di quel tempo.
Ricorda qualche episodio in particolare?
Ricordo di aver partecipato ad un incontro insieme al Sindaco Bulzoni con il Rettore Mancino e l’assessore regionale alla Sanità all’Holiday Inn di Napoli. In quella sede affrontammo il problema della individuazione dell’area la costruzione del Policlinico. Esisteva un grande fermento di progetti a questo proposito, non ultimo quello che mi fu presentato nel mio studio dal costruttore Sarpi sulla cittadella universitaria da collocarsi in un’area adiacente a via Laviano. Una proposta pazzesca. In ogni caso ricordo che l’Università accusava il sindaco per la mancanza di sedi adeguate. Quello di cui mi accorsi è che l’Università manifestava sempre molte difficoltà sul Policlinico, creando più ostacoli che soluzioni. Ebbi la sensazione che i vertici dell’Università scaricassero sull’Amministrazione comunale dell’epoca e sui politici il problema della sedi.
Insomma c’era una resistenza passiva nei vostri confronti?
Direi di sì, non potendo manifestare apertamente la loro opposizione a Caserta. In una situazione così difficile ricevevamo solo una non – collaborazione dei vertici dell’università .
Tornando a quell’incontro, come andò a finire?
Inizialmente il Policlinico sarebbe dovuto sorgere accanto all’ospedale civile, là dove oggi sorge il parcheggio, poi l’area risultò troppo piccola ed inadatta poiché troppo centrale con moltiplicazione di traffico. Alla fine si decise per la collocazione attuale ed in seguito mi recai col sindaco a verificare l’area. Ricordo che verificammo una cosa strana: la zona non corrispondeva perfettamente alle carte comunali che avevamo a disposizione. Nell’area non dovevano trovarsi diverse costruzioni evidentemente costruite abusivamente e di cui gli Uffici comunali ignoravano perfino l’esistenza. Non so poi se furono abbattute o la progettazione dovette adattarsi a queste presenze inattese.
Torniamo per un attimo alla questione del nome: che nome vedrebbe lei e perché riteneva questo problema così importante?
Furono proposti nomi come “Vanvitelliâ€, “Terra di Lavoro†o nome di Carlo IIIâ€. Ad ogni modo non era tanto importante quale nome, l’importante era uscire dall’anonimato e dalla falsità di una università che ha sede in un luogo e ha il nome di un altro luogo. Per questo Università di Caserta sarebbe andato e andrebbe benissimo.
Qual era il suo rapporto con il Movimento per l’Università ?
Collaborai alla raccolta delle firme, partecipai alle manifestazioni e poi, da parlamentare, provai a dare il mio sostegno alle loro proposte che erano le proposte di cittadini responsabili.
Come giudica il ruolo del Vescovo nella realizzazione dell’Università in città ?
La mia idea è che se non ci fosse stato il Vescovo Nogaro l’Università avrebbe subito un ulteriore peggioramento, se questo fosse possibile, ad iniziare da un’ulteriore decentramento che lui contestò vivamente. Poi c’è l’aspetto strutturale di cui abbiamo già parlato. La verità è che il Vescovo aveva ed ha una concezione di Università molto diversa da quella dei vertici accademici, in particolare dei vari Rettori e presidi di Medicina.
Un’ultima domanda: che risposta ha avuto in questa battaglia dai cittadini? Ha notato anche lei una scarsa partecipazione?
Caserta resta una città borbonica, fascista e democristiana e la mia meraviglia è che in una città come questa ci sia un gruppo di cittadini che si impegna per il bene pubblico e che ha una coscienza civile. Del resto, anche nel tempo presente vengono sopportati dalla popolazione svariati sfregi che altrove avrebbero suscitato una sommossa popolare e mi riferisco al problema dei rifiuti o alla riapertura di Lo Uttaro, occasioni nelle quali coloro che hanno protestato erano veramente in pochi come se la tutela della salute riguardasse soltanto loro. Ma del resto chi ha voluto Lo Uttaro? Il sindaco Petteruti e il presidente De Franciscis: cioè i massimi rappresentanti politici della città . Ma forse nemmeno una città come Caserta merita amministratori come questi che fanno aprire discariche a 3 chilometri dal centro della città . E rispetto a questa catastrofe l’Università ha taciuto, nonostante avesse competenze (facoltà di Medicina e di Scienze Ambientali) per affermare la follia criminale del progetto.
