Caserta, polemica degli industriali serici: La Seta del San Carlo comprata all’estero

CASERTA – Tre chilometri e 300 metri di damasco e altrettanti di velluto. Una commessa che vale, compreso la posa, oltre 4 milioni di euro, di cui però neppure un centesimo verrà a Caserta, dove pure si producono le preziose sete che rivestono i più prestigiosi palazzi del mondo, reali e Vaticano inclusi.

Il fatto è che sul palcoscenico e nei 174 palchetti del San Carlo, il Lirico fatto riedificare da Carlo III di Borbone sulle ceneri di una struttura teatrale settecentesca, ed ora in via di ristrutturazione, nemmeno un centimetro di stoffa di tappezzeria è stata prodotta nel distretto serico di San Leucio. Il distretto industriale, appunto, che discende e lega il nome ad un altro Borbone, Ferdinando IV, che di Carlo era figlio ed illuminato erede. Sui muri dei palchetti e sulle sedie, invece, troveranno posto stoffe di finta seta, un tessuto di materiale al cento per cento sintetico e nemmeno in Italia, forse addirittura made in Cina.

“E dire che per l’industria serica di San Leucio, oggi più che mai in affanno a causa della crisi internazionale, poteva essere una boccata di ossigeno”, commenta amaramente il presidente della sezione Tessili di Confindustria Caserta, Gustavo De Negri. “Si parla tanto di rete, di fare sistema, ma poi alla prova dei fatti ognuno va per la propria strada. A cominciare dalle istituzioni”, aggiunge il presidente degli industriali serici. “Quella del San Carlo è una storia emblematica, di come le istituzioni non solo non funzionino, non aiutino, ma addirittura si mettano di traverso”.

Alla base dell’esternazione di De Negri c’è l’amara constatazione di un problema economico (legato all’evidente difficoltà in cui versa il settore), di burocrazia (il bando di appalto) e, soprattutto, di cultura (le sete di San Leucio, come il San Carlo, sono legate indissolubilmente ai Borbone.

“La crisi sta mettendo, non da oggi, in ginocchio il comparto della tessitura, aggredito prima dalla concorrenza cinese, quindi dalla congiuntura internazionale negativa”, spiega De Negri, “per cui un segnale di attenzione da parte degli enti pubblici sarebbe stato quanto mai gradito. Certo, c’è una questione di regole che non funzionano e dunque non aiutano”, argomenta. “Mi spiego: se i lavori di tappezzeria, a prescindere dalla qualità, dal prestigio e dalla storia dei siti, vengono considerati all’interno di un unico bando di appalto, in cui la parte preminente è riservata agli interventi murari, è evidente che poi restano margini minimi per il coinvolgimento delle piccole aziende locali”.

Soltanto per la cronaca, infatti, ricordiamo che l’appalto complessivo di 50 milioni di euro per i lavori di ristrutturazione del San Carlo è stato aggiudicato dalla Cobar srl di Bari, che a sua volta ha subappaltato ad altre aziende buona parte dei lavori. Compresi quelli di tappezzeria, che infatti sono stati affidati alla Tma di Padova.