SANT’AGATA DE’ GOTI – Da qualche tempo mi è venuta voglia di vedere che evoluzione hanno avuto i miei lavori, se hanno portato risultati, se sono andati lontano.
Sul territorio ad esempio mi sono occupata di studiare l’attività e il ruolo dei Carafa di Maddaloni, in particolare nel Salone del Castello di Sant’Agata de’ Goti (2015) e nel Casino ducale dei Duchi di Maddaloni, oggi Museo Archeologico di Calatia (2013).
Il Salone del Castello di Sant’Agata de’ Goti è l’unica testimonianza superstite di un ciclo decorativo settecentesco più ampio. Di proprietà privata, fu parzialmente restaurato dalla Soprintendenza nel 1993, che però ne curò solo la scena del Mito di Diana e Atteone, datata e firmata da Tommaso Giaquinto (“T. Iaquintus 1710”), allievo di Luca Giordano, chiamato a lavorare a Sant’Agata de’ Goti alla fine del Seicento per favorire la rinascita dell’antico borgo.
Il tema dell’affresco è lo stesso della fontana principale della Reggia di Caserta, ripreso per celebrare il luogo dove sorgeva nell’antichità il Tempio di Diana Tifatina (attuale Sant’Angelo in Formis).
Nel 1703 diviene signore di Sant’Agata de’ Goti Carlo I Carafa, figlio di Marzio Pacecco, che trasforma il Castello nel nuovo centro del potere.
I motivi ornamentali, che ricordano quelli di Palazzo Trutta a Piedimonte Matese, inquadrano scene di mito tratte dalle Metamorfosi di Ovidio, tutte riferibili alle Quattro Stagioni con i segni zodiacali e le attività svolte in ciascun periodo.
I miti rappresentati rimandano a stelle e costellazioni: forse un modo per celebrare le qualità del duca, esaltando il simbolo del toro, probabilmente il suo segno zodiacale o riferimento alla politica agricola promossa nei suoi possedimenti.
Al centro della volta lo stemma matrimoniale di Carlo I Carafa e Carlotta Colonna, circondato dalle virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza).
Lungo le pareti un colonnato dipinto, che si apre su un giardino di agrumi in perfetta integrazione tra pittura, architettura e natura.
Alberi in vaso carichi di frutti si notano anche su entrambe le pareti lunghe della sala dove sono raffigurate le scene principali del mito: Diana e Atteone e il Giudizio di Paride, il pastore che concesse il pomo d’oro a Venere, protettrice dell’Amore e simbolo della Primavera.
Nella volta sono raffigurate scene mitologiche di dimensioni minori e Le quattro stagioni con i rispettivi segni zodiacali:
la Primavera è ritratta come Venere in veste di Flora con Eros e allude al fiorire dell’agricoltura e della caccia sotto i segni zodiacali dell’ariete, del toro e dei gemelli;
l’Estate è dominata da Cerere, che sorveglia le operazioni di mietitura sotto i segni zodiacali del Cancro, del Leone e della Vergine.
In Autunno, Bacco si gode la vendemmia sotto i segni zodiacali della Bilancia, dello Scorpione e del Sagittario.
L’Inverno è raffigurato come Ercole – divinità protettrice della pesca e della caccia al cinghiale – dopo che ha ucciso l’Idra di Lerna, un mostro a più teste noto per rubare i raccolti e le mandrie.
In alto, l’oroscopo si conclude con i segni zodiacali del Capricorno, dell’Acquario e dei Pesci.
Le scene mitologiche minori della volta sono racchiuse in cornici rettangolari ed ovali e si sviluppano proprio sopra l’affresco del Giaquinto: il racconto inizia con Il ratto di Europa, la principessa fenicia portata a Creta da Zeus sotto le sembianze di toro. Dalla loro unione nascerà il nuovo re Minosse, che commissionera’ a Dedalo ed Icaro un labirinto in cui poter rinchiudere il famoso Minotauro.
Padre e figlio suggeriranno ad Arianna la soluzione del gomitolo, aiutando Teseo ad uccidere il Minotauro. Per punizione saranno imprigionati nel labirinto e, per fuggire da Creta, sono costretti a costruirsi ali di cera. Nel tondo, Il volo di Icaro raffigura il momento in cui Icaro, avvicinatosi troppo al sole, fa sciogliere la cera e precipita in mare. Il padre lo seppellisce in Sicilia.
Anche Teseo ed Arianna fuggono da Creta e si rifugiano a Nasso, altra isola greca sulla quale però Arianna viene abbandonata. Nella scena successiva – Arianna abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso – il personaggio che dorme nella tenda potrebbe essere Dioniso/Bacco, che in seguito sposerà la ragazza e le donerà per le nozze un diadema d’oro dal cui nascerà la Costellazione della Corona Boreale.
Proseguendo nella volta, si incontrano due Scene marine e un’insolita rappresentazione de La morte di Orione.
Orione era figlio di Ireo, nato dall’urina di Giove, Mercurio e Nettuno deposta su una pelle di toro e seppellita sotto terra per nove mesi. Dalla pelle viene alla luce un bambino chiamato Urion (da urina) o Orione (Ovidio, Fasti, lib. V, cap. IV): un gigante bellissimo, scelto da Diana come suo ministro di culto e compagno di caccia.
Orione viene ucciso per errore da una freccia scagliata da Diana.
Il mito racconta la disperazione di Diana davanti al corpo senza vita di Orione e la bontà di Giove, che lo accoglie tra le costellazioni insieme al fedele cane Sirio.
La costellazione di Orione è la più luminosa dell’Emisfero boreale e si trova non lontano da quella del Cane Maggiore, dove splende appunto la stella Sirio.
Sopra la scena con La morte di Orione si trova l’ultimo tondo del racconto con il mito di Perseo e Andromeda:
Perseo, a cavallo di Pegaso, per salvare Andromeda uccide il mostro marino Ceto, dopo averlo pietrificato con la testa mozzata di Medusa. Andromeda è figlia di Cedeo e Cassiopea, sovrani d’Etiopia. Perseo, Pegaso, Ceto, Andromeda, Cedeo e Cassiopea sono tutti personaggi che si riferiscono a costellazioni.
Il ciclo decorativo dello Studiolo, che potrebbe rifarsi più ampiamente alla storia della cultura e delle attività agricole, sembra tener presente abbastanza precocemente gli studi astronomici del polacco Johannes Hevelius, che nel 1690 pubblicò un’accurata cartografia lunare considerata tra le più grandi opere scientifiche del Seicento, nella quale sono descritte ben 11 nuove costellazioni.
L’affresco fu dipinto tra il 1699, data del matrimonio di Carlo I Carafa e Carlotta Colonna, e il 1710, data riportata sull’affresco del Giaquinto.
E’ probabile che l’intero ciclo decorativo sia databile al 1710 e che sia stato condotto sotto la direzione di Giaquinto stesso che – impegnato nel coevo cantiere della Chiesa di San Francesco a Sant’Agata de’ Goti – dovette ricorrere ai suoi allievi di bottega per completare i lavori già avviati.
Il 1710 è un anno particolare per i Carafa della Stadera, che concludono rapidamente tutti i principali cantieri di famiglia: il Palazzo napoletano di via Toledo, il Casino ducale di Maddaloni, il Castello di Sant’Agata dei Goti.
Il mio lavoro, all’epoca forse poco compreso, ha portato all’iscrizione del Castello nell’Associazione Dimore Storiche italiane e al suo utilizzo come Sala Eventi intitolata a “Diana e Atteone”.
Sarebbe finalmente auspicabile un bel restauro, come già suggerito al proprietario, che potrebbe esaltare la qualità dello spazio e magari offrire nuovi spunti di ricerca e valorizzazione.
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ADSI – Giornata Nazionale Castello Ducale, Sala affrescata di “Diana e Atteone”
Tra storia e mito – napoli.com – il primo quotidiano online della città di Napoli
https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_ducale_di_Sant%27Agata_de%27_Goti
