
ROMA — Alessandro Gori è uno scrittore che non somiglia a nessun altro. Una presenza quasi metafisica nella letteratura italiana contemporanea: volto mascherato, aura di mistero, una libertà creativa che si muove senza vincoli ma con grande precisione e maestria nello sviluppo dei racconti. Nei suoi libri ogni frase è una freccia, e Lo Sgargabonzi ne tiene a iosa nella sua faretra: dentro lo stesso periodo convivono registri, colori, scarti improvvisi che passano dal comico al perturbante, dal grottesco alla tenerezza. Non ricordo scrittori capaci di muoversi così rapidamente nello stretto.
Ci siamo incontrati dal vivo per la prima volta a Roma, durante un evento da Zalib, dove Gori dialogava con Lavinia Bianca, autrice del romanzo La vita potenziale (libro proposto al Premio Strega 2026). Potete immaginare la forma di quel dialogo: l’incontro tra due personalità letterarie diverse ma molto affini, entrambe radicali nella loro ricerca, capaci di generare fiammate esistenziali che non trovi così facilmente nei podcast che ascolti mentre bestemmi in coda sul raccordo anulare o mentre mangi il risottino ai funghi porcini.
Ale, hai pubblicato il tuo primo libro nel 2013. A distanza di tredici anni, quali sono le principali differenze che senti rispetto a quello scrittore lì?
Ho sempre pensato che, nella creatività, più impari qualcosa più disimpari qualcos’altro. Oggi scriverei Le Avventure di Gunther Brodolini diversamente, non riuscirei a replicare quella freschezza, quell’entusiasmo a fior di pelle, quegli incoscienti voli pindarici. Del resto quel libro mi è costato pochissima fatica: erano tutte storie sugosamente macabre che avevo in testa fin da bambino. Metterle su carta è stato un piacere.
Quando scrivi il tuo processo creativo è influenzato dal fatto che i tuoi pezzi verranno letti anche davanti ad un pubblico live? Che rapporto c’è tra oralità e scrittura nella stesura dei tuoi racconti?
Non c’è nessun rapporto. Quanto scrivo un racconto penso esclusivamente alla sua resa letteraria. Quello l’unico contesto che mi interessa. Pure quando avevo un blog, non ho mai pubblicato articoli da blog, ma sempre scritti pensati per finire su un libro. Idem per gli status della pagine: piccole tessere dei miei futuri racconti. La messa in scena viene dopo e non mi fascio mai la testa per adattare i miei racconti al palco, molto spesso li ripropongo in purezza. Non m’interessa la punchline o l’ammicco per far scaturire l’applauso. E credo che il pubblico lo apprezzi.
Nei tuoi libri è sempre presente un contributo in poesia oltre che in prosa. Che rapporto hai con la poesia? che cos’è per te la poesia?
La poesia mi dà l’occasione di oggettivare il mio mondo in maniera disidratata e liofilizzata, come una lisca che resta alla fine d’una grande abbuffata di parole. E poi mi consente di giocare con la musicalità, a cui cerco di dare la precedenza anche nella prosa, dove spesso mi trovo a scegliere una parola concettualmente meno aderente ma che ha un suono migliore in quel frangente.
Quando hai capito che la comicità era la tua cifra artistica principale?
Fin da piccolo me la sono sempre cavata con la scrittura, ma non ho mai sentito la comicità come una missione, piuttosto l’ho usata come ingrediente di un mélange più complesso. Mi capita a volte inserire un episodio drammatico in mezzo a due episodi comici per rendere quel momento ancora più sinistro, spaventoso e terminale. La comicità può tanto alleggerire quanto ammantare di tenebra. A me piace utilizzare tutta la palette dei colori quando scrivo, senza pormi limiti.
Nel tuo ultimo libro ricorrono con una certa insistenza immagini corporee estreme e disturbanti — feci, vomito, amputazioni, malattie della pelle, metastasi, pulsioni pedofiliche, scenari di fine vita. È come se la scrittura insistesse su ciò che culturalmente tendiamo a rimuovere o considerare tabù. Nella tua poetica esiste un limite etico rispetto a ciò che può essere oggetto di satira e di rappresentazione, oppure ritieni che la letteratura — e in particolare la comicità — debba poter attraversare qualsiasi zona dell’esperienza umana, anche la più scomoda o oscena?
Non penso che un bravo comico debba essere per forza un misantropo. E non c’è satira quando parlo di malattia o morte. A me viene da attardarmi nell’agonia per rendere manifesto il dolore indicibile che viviamo, per celebrare l’essere umano mortale, solo di fronte al suo destino ultimo. L’uomo mi fa molta tenerezza, al contrario invece della natura, che trovo ostile e per la quale non ho nessuna fascinazione né incanto. Quella natura che ci inghiotte, che ci fa morire ogni giorno con la consapevolezza del nostro consumarci, che ci toglie l’abbraccio dei nostri cari.
Senza falsa modestia, come ti collochi nello scacchiere dei migliori scrittori comici italiani di tutti i tempi?
Non ne ho idea. Purtroppo o fortunatamente, non so cosa accada al di fuori dei miei libri, non essendo mai stato un appassionato lettore. Quest’incoscienza mi è utile a scrivere con sicurezza, forse con incoscienza, senza particolari ansie da prestazione. Le mie passioni sono i giochi da tavolo e la musica. Solo che se volessi creare il mio gioco da tavolo, patirei il confronto con quelli di Reiner Knizia e Wolfgang Kramer, autori tedeschi per i quali ho una reale venerazione. Ho giocato almeno ottomila giochi da tavolo nella mia vita, mentre di libri ne ho letti venti a dire tanto.
Durante il tuo percorso hai portato la tua comicità su carta, in televisione, sui social, a teatro. Quale ritieni che sia il suo habitat naturale, quello migliore per poterne fruire al massimo della sua espressività?
Il libro, senza dubbio. Sono sempre stato affascinato dalla libertà che ti offre la scrittura. Potrei sognare di dirigere il mio film, ma probabilmente passerei la vita a sognarlo e basta. O, peggio ancora, se trovassi modo di realizzarlo, dovrei scendere a mille compromessi fra quello che ho in mente e quello che è effettivamente realizzabile e, per come sono fatto, ad opera finita vedrei solo gli “avrei voluto ma non potevo”. Per scrivere il tuo kolossal perfetto invece bastano un foglio e una penna. E lo posso scrivere anche in un contesto di estremo piacere, come sotto l’ombrellone al mare, cesellando quel racconto per tutta una vacanza, magari dopo una passeggiata sul bagnasciuga o prima di farmi un bagno. Per me, che sono allergico ad attese, compromessi e scomodità, direi che non c’è paragone. Oltre a questo, mi piace lavorare da solo e scegliermi da solo le eventuali collaborazioni. Non sono fatto per i lavori di squadra.
Che rapporto hai con la stand-up comedy: la senti vicina, distante?
Non ne sono mai stato appassionato. Non ho mai seguito né comici italiani, né visto mezzo spettacolo di qualche comico inglese o americano, nemmeno online.
Ma ho alcune comete nel campo della comicità. Una sono gli Squallor, in particolare nella persona di Alfredo Cerruti. Un altro è Renato Pozzetto, specie quello degli anni ‘70. Un altro ancora è Carlo Peroni, geniale fumettista che fu autore di Slurp! negli anni ‘80.
Mi piace la fantasia al potere, la creatività vissuta nella maniera più radicale, senza spiegazioni né ipertesti. Soprattutto mi piace chi non insegue una massa di pubblico ma crea fedeli adepti, chi nell’arte mira alla Luna e non alla rapina al supermercato. I dischi degli Squallor o un film come Saxofone ai tempi erano moderni, perché nascevano in un contesto di sperimentazione e forte autorialità. Oggi quelle stesse opere appaiono di sperticata fantascienza, paiono arrivare dall’anno 30.000 di Warhammer, perché nel frattempo ci siamo involuti parecchio.
Se dovessimo inventare un’etichetta per il tuo stile, qualcosa che ancora non esiste, come la chiameresti?
Non amo le etichette, i manicheismi, né il gioco delle parti. Non ho nessuna ansia di appartenenza a un genere letterario o a qualsivoglia armata del black humor, della satira o di quello che vuoi. Sono un individualista che ha avuto una felice infanzia a guazzo nell’edonismo degli anni ‘80.
Minaccia nucleare, distruzione ecc. Devi stare sei mesi chiuso in un bunker. Puoi portare due persone che saranno lì con te per tutto il tempo, un videogioco e un libro. Chi/che cosa porti?
Fra le persone porterei i miei genitori. Un libro che metterei in valigia è Cuore, di Edmondo De Amicis. Quello sì lo rileggo ogni estate. Un esempio di come si può essere retorici senza essere banali, che per me è un esercizio di perverso fascino, molto più di chi tenta l’avanguardia. Non amando invece i videogiochi, lascio spazio per un disco, un film, un fumetto e un gioco da tavolo. Rispettivamente: Queen II dei Queen, Camerieri di Leone Pompucci, Napoleone di Carlo Ambrosini e Hansa Teutonica di Andreas Steding.
Che rapporto hai con il denaro e la fama?
Un rapporto abbastanza risolto. La fama – se per fama s’intende l’apprezzamento di persone che stimo – non mi fa disdoro. Invece del successo non me ne può fregare di meno, non a caso nelle offerte di lavoro importanti sono più i no che ho detto che i sì. La mia priorità è fare quello che soppeso di essere capace di fare bene e, in questo limitato insieme di cose, fare solo quello che mi va e averne il totale controllo. Non sono uno che si butta nelle cose che non gli vengono naturali, solo perché vorrebbe farle. Anzi, ho rispetto di chi non si butta, mentre di chi si butta e fallisce non ho molta simpatia. Per quanto riguarda il denaro: da quando lavoro fittamente, non ho più il tempo che vorrei per spenderlo e godermelo. Non compro un gioco da tavolo da prima di Natale.
La vita è un viaggio che merita di essere vissuto?
Ho pensato di no quando Renzi aveva proposto di far pagare due centesimi i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta nei supermercati. Poi ha ritirato la proposta e quindi ti dico di sì.
