NAPOLI – Nel 1792 Giuseppe Maria Galanti nella sua Descrizione di Napoli scrive così dei presepi: «Di Natale si usano i presepi, che rappresentano in piccolo la nascita del Salvatore, con figure e campagne di una perfetta verosimiglianza. Ogni casa ne ha, ve ne sono alcuni che meritano l’attenzione dell’uomo di gusto. Architetture, abitazioni rustiche, antichità, fogge di vestire, animali, fiumi, ponti, montagne, cielo, lontananze, tutto vi è fatto con arte infinita. Il Popolo ha la divozione nel Natale di fare la novena o davanti a questi presepi o davanti alle Madonne sulle strade. Si portano dalle montagne lontane uomini addetti a questa funzione colle sampogne ed altri istrumenti da fiato. […] Il popolo è divoto per le Madonne, percui ve ne sono in ogni angolo delle strade con fanali accesi di notte. Esse tengono illuminate le strade, e così la devozione supplisce alla polizia».
Noi abbiamo da poco riposto i nostri pastori e smantellato le mostre presepiali, senza probabilmente visitare uno dei presepi più belli del Settecento: quello di Santa Maria in Portico a Chiaia. Ancora 20 anni dopo la morte di Luigi Vanvitelli, Galanti scrive che qui «si fa di Natale un presepe specioso per li personaggi che sono di grandezza naturale». Prima di lui, Sigismondo nel 1789 racconta che «in questa chiesa si celebra la novena del santo Natale, e si fa un presepe con pastori della grandezza al naturale. Nel Carnovale vi si fa l’esposizione del venerabile, nei tre ultimi giorni con gran pompa e divozione».
Posta sulla strada di Chiaja, la Chiesa era considerata una delle opere più importanti di Arcangelo Guglielmelli, l’architetto rivale di Francesco Solimena, e la sua facciata vantata come opera di Cosimo Fanzago. L’aveva fondata nel 1632, la duchessa di Gravina Felice Maria Orsini, che l’aveva eretta a memoria della romana Chiesa di Santa Maria in Campitelli, dove era venerata l’icona smaltata di una Vergine risalente al XIII secolo. Alla fine del Seicento (1682), la Chiesa era riferimento del vicere’ di Napoli Don Gaspar de Haro y Guzmàn (1629-1687), Marchese del Carpio, ed era sicuramente nota alla famiglia Carafa di Maddaloni, devota a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Marianella, Napoli, 1696 – Nocera dei Pagani, 1787), il vescovo allevato da Francesco Solimena e da Gian Battista Vico. Nel 1734 Sant’Alfonso aveva aperto la prima casa della Congregazione sull’Eremo benedettino di Villa degli Schiavi a Liberi, in provincia di Caserta, e a lui si deve uno dei più celebri canti natalizi, composto in napoletano nel 1754: Tu scendi dalle stelle, elaborazione di Quanno nascette Ninno. Sant’Alfonso fu vescovo di Sant’Agata de’ Goti, altro feudo dei Carafa, fino al 1775, ossia dopo la morte di Vanvitelli, che – inizialmente diffidente – dei presepi aveva finito per esserne innamorato. In questa data, la Chiesa di Santa Maria in Portico viene illuminata con i singolari lampadari in vetro di Murano, i famosi “ciocchi” veneti, simili a quelli che si possono ammirare in alcune sale della Reggia di Caserta, e vi viene commissionato nel 1760 un dipinto firmato raffigurante la Nascita della Vergine di Fedele Fischetti, che costituisce una delle prime importanti committenze del futuro pittore di corte di Ferdinando IV di Borbone. Sull’altare maggiore della chiesa trionfa una Beata Vergine di Domenico Antonio Vaccaro, copia di quella romana del XIII secolo.
Il presepe della Chiesa di Santa Maria in Portico a Chiaia è, a mio parere, il modello di passaggio agli spettacolari presepi della Napoli settecentesca, derivati chiaramente dalle statue processionali in legno, che spesso venivano riccamente abbigliate con gioielli e pietre preziose. Fuori dal periodo natalizio, questo presepe giace al buio e un po’ nascosto, e non gode del risalto che merita. Creato nel 1647 da Pietro Ceraso di Cardito, il caposcuola dei cosiddetti “figurari”, cinquanta anni prima dell’arrivo di Luigi Vanvitelli a Napoli, era composto da pastori a grandezza naturale, come le figure del presepe ligneo dei fratelli Pietro e Giovanni Alemanno (1478), oggi esposto al Museo di San Martino e proveniente dalla chiesa di San Giovanni in Carbonara. Tuttavia, la tecnica impiegata mirava a trasformare le sculture in legno in manichini dotati di movimento: il legno delle statue processionali era stato svuotato e i manichini erano stati abbigliati di ricche stoffe barocche e fogge spagnoleggianti; infine, le anonime strutture erano state coperte di una pasta particolare per trasformare la maschera amorfa in una vera e propria scultura.
Composto inizialmente da 15 figure, il presepe di Santa Maria in Portico ne conserva oggi solo 4, collocate in una sorta di stalla con tetto spiovente coperto di frasche. Su un lato del presepe è stata aperta una finestra, a suggerire un panorama più ampio. Le fonti narrano che il Bambino detto della duchessa Orsini, quando non era protagonista della scena presepiale, veniva preparato come una bambola, con parrucca, corona e abiti regali, e portato in processione nelle case delle famiglie aristocratiche, come accade ancora oggi durante le feste patronali.
La bottega di Pietro Ceraso, che lo aveva prodotto, era stata attiva fino alla metà del Settecento ed era famosa per le sue figure rivestite “alla maniera spagnola” di broccati, sete preziose, ricche oreficerie, proprie della vita seicentesca del tempo. Ceraso si dedicò anche ad una vasta produzione di scarabattole, bacheche di cristallo ed ebano con applicazioni in bronzo dorato che ornavano gli oratori privati di nobili e sovrani, come ancora se ne vedevano nell’oratorio privato della Regina Maria Carolina alla Reggia di Caserta agli inizi dellOttocento.
Il Presepe di Ceraso viene ampliato nel 1690 dal padovano Giacomo Colombo (Este, Padova, 1663 – Napoli, 1730), che aggiunge personaggi sempre più lontani dalla tradizione religiosa e sempre più vicini alla quotidianità. Galanti racconta che Colombo si era formato a Napoli dal 1678 ed era stato introdotto nel mondo artistico dal suo padrino Francesco Solimena. Alla fine – tra il 1695 e il 1696 – aveva realizzato il presenpe di Santa Maria in Portico a Napoli e di Santa Maria in Aracoeli a Roma.
Nel 1740 Giuseppe Picano (Sant’Elia Fiumerapido, Frosinone, 1732 – 1810 ca.), aggiunge al presepe di Santa Maria in Portico nuove figure, dopo aver collaborato sia con Giacomo Colombo che con Giuseppe Sanmartino. Picano gestiva una bottega sotto la guida di Luigi e Carlo Vanvitelli, che serviva molte chiese di Napoli. Chiuso nel 1862, il Presepe di Santa Maria in Portico è stato riallestito solo nel 1961, dopo essere stato restaurato a causa dei pesanti danni inferti dalla seconda guerra mondiale.
Quanto al famoso Sanmartino, Galanti affianca il suo nome agli scultori Francesco Celebrano, autore di alcuni pastori conservati alla Reggia di Caserta, e Paolo Persico, scultori che si affermano solo a partire dal 1750, anno del Giubileo in cui Luigi Vanvitelli comincia ad operare alla corte dei Borbone. Del 1753 è il Cristo Velato della Cappella Sanservero a Napoli, ispirato al Cristo morto (1724) del maestro Bottiglieri, il cui bozzetto (Napoli, Museo Nazionale di San Martino) viene realizzato da Antonio Corradini (Venezia, 1688 – Napoli, 1752), primo direttore dei lavori del mausoleo dei Sansevero e scultore di Corte di Maria Teresa d’Austria.
Corradini è anche l’autore della “donna velata”, richiamata nel successivo affresco della terza sala della Biblioteca della Reggia di Caserta (1782) e collabora con Luigi Vanvitelli al restauro statico della cupola di San Pietro. E’ pensabile che sia stato proprio Vanvitelli a proporlo a Raimondo di Sangro, impegnato nella costruzione del mausoleo di famiglia, dove viene assunto come progettista. Il 12 agosto del 1752 Corradini muore, facendo la fortuna di Giuseppe Sanmartino, che nel 1772 viene scelto da Luigi Vanvitelli come professore di scultura dell’accademia di Napoli.
