L’arte e la vita di Pier Macchié: la maschera che nutre l’anima di Napoli.

Foto di Luca Iavarone

Parlando al telefono con un amico, mi disse: “Hai visto che hanno rubato il cappello a Pier Macchiè?”. Lo disse con un’enfasi insolita, come se a subire il torto fosse stato lui stesso, o addirittura un’intera collettività. Io invece non ne sapevo nulla. Nei giorni successivi mi informai e scoprii un mondo insondato. Così compresi quel tono partecipe. Pier Macchiè è un punto d’incontro tra l’azzurro del cielo e le profondità del suolo, un concentrato di energie millenarie che incarnano l’essenza della napoletanità, dai Greci di Cuma che nel VII secolo fondarono Partenope alla nuova Neapolis. La sua maschera è una vetta poetica tra le più alte di cui oggi possiamo nutrirci camminando per le strade di questa città. Mi accoglie fuori la Metro Materdei e lo seguo a casa sua per l’intervista.

Già il nome è un’opera d’arte. Come nasce Pier Macchiè?

Vengo dalla macchietta. Una volta, durante il solfeggio, Walter Baccile (maestro di solfeggio al conservatorio San Pietro a Majella, n.d.r.) mi disse: “Pierà, tu sì ‘na macchietta e nun ‘o saje”. Da lì ho iniziato a pensare che potesse essere una qualità. Un po’ me lo dicevano gli altri, un po’ l’ho capito da solo: facevo ridere senza accorgermene. Ho colto la mia essenza grazie allo sguardo degli altri. Sono così, autentico: un napoletano che ci mette il suo.

Da dove nasce l’esigenza di costruire strumenti musicali, abiti, cappelli, insomma di dar vita a una maschera?


È un impulso che ho da bambino. Quello che volevo me lo costruivo: una macchina da scrivere di cartone, uno squalo di cartone, perfino un videogioco assurdo che non poteva funzionare mai. Quando chiesi un violino a mio padre, mi rispose che dovevo costruirmelo da solo. Ci provai, ma ovviamente non suonava. Oggi invece suono con il Manviolino, uno strumento che ho creato io, come se mio padre avesse previsto che fossi destinato a questo. Disegnavo, cercavo di apprendere, ma non ho mai trovato un vero maestro. All’Istituto d’Arte e persino all’Accademia di Belle Arti i professori sfruttavano le mie capacità senza insegnarmi nulla: un incubo la mia vita da studente. Poi mi sono innamorato del violino mentre studiavo mandolino al conservatorio: andavo in Cumana a suonare con il mio amico tenore Enrico. Invidiavo chi aveva maestri veri e otteneva risultati velocemente. A me non è mai successo.

Angolo casa di Pier Macchié, Napoli, 16th Settembre 2025

Come si sono formati i tuoi gusti musicali?


Ascoltavo di tutto: dalla canzone napoletana classica a cantautori come Baglioni e Cocciante, fino alle colonne sonore di Piero Piccioni – come Amore mio aiutami – e poi Vivaldi, Bach. Alla fine, nella musica cerco sempre di toccare corde emozionali: anche nelle composizioni allegre deve esserci qualcosa che mi faccia piangere.

Hai sempre voluto fare l’artista o c’è stato un momento in cui hai pensato ad altro?


Sono nato artista. Nato poeta, anche se non l’ho mai detto nemmeno a me stesso. Ho iniziato col disegno, poi il violino e il mandolino. Mi sono diplomato in mandolino al conservatorio e in scultura all’Accademia. Alla fine, mi sono trovato a fare tutto ciò che desideravo, spingendomi sempre oltre. Per me è un’esigenza vitale, quasi sessuale.

Napoli cristovelata, 2015, Opera di Pier Macchié

A Napoli sei molto conosciuto. Come ti fa sentire?


Mi commuove. Tutta questa fatica nel cercare me stesso, senza deviazioni, piano piano sta prendendo senso. Questa è la mia ricompensa. Anche se non ho seguito le vie ufficiali, a cui comunque ambisco, mi inorgoglisce tutta questa attenzione. Sono fuori dalle convenzioni. Ancora faccio fatica a realizzarlo, ma un giorno mi divertirà ricordare tutto quello che ho combinato, leggere quello che si scriveva di me.

Com’è cambiata Napoli negli anni?


Avverto un grande cambiamento. C’è un prima e un dopo lo smartphone. Prima Napoli era ancora legata alla sua storia. Il cellulare ha portato una nuova forma mentis. Con i social sono arrivati i video virali, il turismo di massa. È cambiata Napoli, come è cambiato tutto il mondo.

Parete casa di Pier Macchié con strumenti costruiti da lui

Hai mai pensato di cambiare città? Portare la tua arte altrove?


No. Io sono fermo a Napoli. Se qualcuno mi chiama, vado, ma sento che devo dare un contributo alla mia città. I miei piedi traggono energia da questo suolo, devo nutrirmi di questo terreno. Secondo me tutti gli artisti napoletani dovrebbero tornare qui: c’è bisogno di una nuova generazione che materializzi i valori della città. È triste quando un artista napoletano deve andare a Roma o creare altrove, fuori dalla sua città.

Che rapporto hai con la precarietà del vivere da artista?
Ho avuto la fortuna di ereditare la casa di mia nonna, ma so bene cosa significa pagare l’affitto: l’ho fatto per più di dieci anni. Oggi mi sento un signore, anche se devo comunque mangiare e pagare le bollette. Se ci penso mi spaventa, ma vivo sulla mia nuvola: sono riuscito a vivere dei miei problemi filosofici. Proprio stamattina mi hanno chiamato dal Caf e mi hanno detto che pago più del dovuto e non ho nemmeno capito il perché!

Teatrino su soppalco, casa di Pier Macchié

Cosa ti senti di dire a chi ti vede come un esempio di libertà?


Ho creato uno spettacolo, Un pensiero felice per dopo, ispirato all’oracolo di Delfi. L’idea è che quando fai qualcosa che ti rende felice e la vivi con tutto te stesso, anche le cose successive saranno permeate da quella sensazione. La felicità è fatta di tanti piccoli momenti, uno acuolle a n’ate.

Per concludere, cosa diresti a chi leggerà quest’intervista?


Che dietro questa vita sognante c’è un passato molto triste, che ho provato a sublimare con l’amore. Ho scritto un libro di poesie, Paranoia di un amore sublime, di più di 700 pagine. Se fate una cosa che non vi fa sentire completamente bene, non è quella che dovete seguire. Una strada giusta per voi c’è. Nun è ‘na strunzata o ‘na perdita ‘e tiempo: è il fulcro, la scintilla della vita che ci indica la strada.

Davide Volpe e Pier Macchié, Settembre 2025, Napoli