
Ricordo che una sera a casa mia con Giuliano Logos (ex campione del mondo e mio grande amico), ci divertimmo a fare il classico “totonomi” per il titolo di Campione italiano di quest’anno: entrambi puntammo su Ratano. Un po’ perché Gabriele fa parte del nostro collettivo artistico Wow Incendi Spontanei, un po’ perché è uno dei pochi in Italia a coniugare davvero bene scrittura e performance di alto livello.
Nato a Garbagnate Milanese e trapiantato a Roma per studiare teatro, il 30 agosto Ratano ha conquistato l’undicesimo campionato italiano di Poetry Slam della LIPS (Lega Italiana di Poetry Slam) ad Agrigento, alla Valle dei Templi. A metà ottobre volerà a Berlino per gli Europei, primo passo verso il mondiale di Parigi previsto per la primavera del 2026. Ho pensato di fargli qualche domanda non tanto come giornalista, ma da Slammer a Slammer.
Gabriele Ratano: cosa si prova a vincere il campionato italiano di Poetry Slam?
È indubbio che sia una bella soddisfazione. Allo stesso tempo siamo tutti consapevoli del valore relativo di questa vittoria: è importante, ma dipende sempre dal contesto in cui ti trovi. La bellezza dello Slam sta proprio nel fatto che ogni serata è a sé: ci sono probabilità più o meno alte, ma l’aleatorietà resta una componente fondamentale. E a noi piace anche per questo.
Il titolo ti permetterà di volare agli Europei di Berlino. Come ti aspetti che venga recepita la tua poesia? Hai pensato di cambiare qualcosa nella performance per renderla più universale?
Bella domanda. Ho visto dal vivo gli Europei di Bruxelles 2024 e i Mondiali di Parigi 2023 e gli Europei a Roma nel 2022 quindi un’idea me la sono fatta. La formula del torneo è totalmente diversa: è un “one shot”, te la giochi subito. Ho pensato a delle modifiche e degli adattamenti, ma alla fine porterò i miei pezzi così come sono, curando soprattutto la traduzione in tedesco e in inglese. È un passaggio delicato: sia i giochi di parole che il suono devono mantenere forza ed efficacia anche nella resa in un’altra lingua.

Ora che sei campione italiano, quali altri obiettivi ti poni nello Slam?
Nel Poetry Slam vero e proprio pochi. Nella Slam Poetry di più. Sto lavorando a uno spettacolo che unisce teatro e poesia, e vorrei che diventasse il mio linguaggio principale. Il fatto di avere ora un minimo di visibilità in più può aiutarmi a veicolare meglio alcuni messaggi e, spero, a dare lustro al Poetry Slam in generale, sia attraverso il mio collettivo WOW INCENDI SPONTANEI sia tramite la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam). Faccio Slam da una decina d’anni: il mio obiettivo è trasformare questa esperienza in un lavoro da attore-autore.
Come vivi la questione del voto? Ti ha fatto crescere o pensi che si possa fare a meno di questo meccanismo?
All’inizio faticavo a digerirlo. Anche quando coordinavo gli under 20 vedevo che non era facile. È anche una questione di maturità: per un periodo mi sono staccato, complici anche altri interessi (il rap, ad esempio). Poi però capisci che lo Slam è vero: quel pubblico ce l’hai lì davanti e quelle cinque persone che ti votano hanno la libertà e l’autorità di darti un feedback immediato. In teatro è molto più raro che qualcuno ti dica “era un 5”. Lo Slam invece ti permette di capire subito come corpo e voce arrivano al pubblico. Non conta solo il voto in sé, ma anche la reazione della sala. E poi è un ottimo strumento per mantenere il pubblico partecipe: credo che due ore di poesia senza questo escamotage sarebbero molto più difficili da sostenere. Per me lo Slam resta un mezzo, non un fine: un allenamento per fare altro.
Ti ricordi la prima poesia che hai scritto?
Non ricordo la primissima. Alle superiori scrissi un sonetto su Cuba per una presentazione in PowerPoint. Da piccolo invece avevo autoprodotto un libricino di filastrocche con matite colorate, “Il libro di filastrocche”, firmato G. Ratano. Sognavo già di scrivere libri, immaginavo teneramente di vedere il mio nome scritto in copertina.

Oltre a essere Slammer, sei anche attore: ti sei diplomato all’Officina Pasolini nel 2024. Nel tuo modo di fare Slam, come convivono scrittura e performance?
Per me valgono allo stesso modo. La Slam Poetry è poesia orale: quando scrivo, lo faccio già ad alta voce, cercando subito la sonorità. Recitazione e scrittura sono strettamente connesse. L’esperienza teatrale mi ha aiutato a stare sul palco, e viceversa. Quando ho iniziato, in Italia era più comune leggere al leggio senza grande cura per la performance. Col tempo sempre più attori e attrici si sono avvicinati allo Slam, alzando il livello performativo. Non a caso quest’anno il podio era composto interamente da attori. Non vuol dire tutto, ma sicuramente segna uno spostamento verso una maggiore attenzione alla scena e alla voce.
Hai debuttato l’11 settembre al Piccolo Teatro di Milano con “Cercando Carla”, scritto da Filippo Capobianco (ex campione del mondo di Slam). Di cosa parla lo spettacolo?
“Cercando Carla” si ispira a La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Filippo ha traslato quel poemetto del ’48 ai giorni nostri, ambientandolo a Corvetto, nella periferia di Milano oggi molto gentrificata. Si parla di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, di trasformazioni urbane e sociali, con un tono brillante con punte agrodolci. Tutto il testo è in versi, ma resta accessibile. Siamo molto affiatati tra noi: Filippo ha scelto attori con background sia teatrale che Slammer, perché il linguaggio di base è la poesia performativa. La prima è andata benissimo. Per me è stato speciale: al Piccolo vidi il mio primo spettacolo da adolescente, è stato un cerchio che si chiude.

Che consigli daresti a chi vuole avvicinarsi al Poetry Slam?
Prima di tutto andare a vederne tanti. Poi leggere molto e scrivere con costanza, che è fondamentale. Sul piano emotivo, se hai paura del palco e tieni i testi chiusi nel cassetto, consiglio di partire dagli open mic: sono liberi, non c’è il voto, ed è un buon modo per abituarsi a leggere davanti a un pubblico. Da lì ci si può spostare ai Poetry Slam, magari in contesti più piccoli, e poi piano piano affrontare palchi più grandi.
