Tra lupo e Dio: l’umanità al bivio

Perché Totò sentì l’esigenza di dire che la morte è una livella? L’uomo è cattivo? L’humanitas, più che Dio, disse Styron, dov’è?

Partiamo da lontano. Fin dall’antichità la diatriba sulla bontà o cattiveria dell’uomo è stata una tematica in auge, già dal mondo latino. Plauto – ripreso da Hobbes nel suo “Leviatano” – e Seneca – rielaborato in questi termini da Feuerbach – sostenevano, rispettivamente: “homo homini lupus” e “homo homini deus”. Vorrei partire dalla seconda concezione per arrivare alla contro-domanda di Styron sulla presenza e la necessità di Dio o dell’”umanità”: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”; e la risposta: “E l’uomo dov’era?”. Gli uomini hanno bisogno solo di altri uomini o, kantianamente, vogliono e devono ricorrere ad una figura “super partes”, prodotta, postulata dal subconscio per essere felici, per avere la garanzia di essere felici?

“Homo sum: humani nihil a me alienum puto”, sosteneva invece Terenzio. Ed è così. L’uomo dovrebbe vivere in funzione di, in funzione dell’altro uomo, per tenere fede all’humanitas. Se ognuno pensasse all’altro, tutti sarebbero pensati. Si supererebbero gli egoismi, vivremmo veramente in società. Ma chi ci garantisce che gli altri pensino a noi? Che batosta hanno subito gli ebrei, da chi sono stati pensati? E allora “homo homini lupus”?

Andiamo con calma, e ripartiamo dall’inizio. Come scrisse anche Victor Hugo ne “I miserabili”, “tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla; […] la medesima carne durante, la medesima cenere dopo”. Perché allora dobbiamo arrivare alla morte, o a Dio se si preferisce, per essere felici, se viviamo in vita, e non in morte? Perché, come diceva Totò in “Siamo uomini o caporali”, nonostante questi ultimi siano numericamente e qualitativamente in minoranza, devono regolare la vita degli uomini, non considerando che essi stessi sono uomini? Marx fa un discorso analogo, in cui potremmo paragonare i capitalisti ai caporali e i proletari agli uomini, tra virgolette, “comuni”. L’unica soluzione è dunque la rivoluzione? Neanche.

Tornando all’origine del termine “humanitas”, ci dovremmo ricordare che esso non significa propriamente “umanità”, come per assonanza saremmo portati a pensare, ma è intraducibile. È un termine astratto, nella sua irrinunciabile concretezza. Già perché, riformisticamente parlando, non si può partire da una forzatura per arrivare alla pace: “si vis pacem, para pacem”, non “bellum”. L’humanitas dovrebbe ricondurre a dei valori pratici, nel senso più filosofico del termine, ossia coincidenti con la morale. Sviluppatasi nei circoli letterari, essa indica allora un insieme di idee e di ideali, che a mano a mano devono diventare realtà. Spetta a noi, tornando a Terenzio, decidere chi siamo; spetta a noi sfruttare e valorizzare la nostra umanità: in funzione di, in funzione dell’altro uomo.