Boom, pensiero.

Boom. Il primo di una lunga serie. La goccia che fa traboccare il vaso. Il tocco da cui scaturisce un effetto domino infinito. Ci troviamo in Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo, dove l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, viene ucciso dal nazionalista serbo Gavrilo Princip. La reazione a catena che ha messo le catene alla Libertà, con la lettera maiuscola, inizia qui ed ora. Due casus belli: l’oppressione da parte dell’Austria nei confronti della sua amata patria d’origine (causa del “panslavismo”) e, parallelo, più ideologico, il “pangermanesimo”, ovvero i desideri di rivalsa e di unione in un’unica nazione di quei popoli che parlassero la stessa lingua e condividessero le stesse tradizioni, in nome e sulla scia di un nazionalismo che si era ormai radicato fin dall’800 grazie anche al contributo dell’imperialismo. Il filosofo neoidealista Benedetto Croce diceva: «Se il XIX secolo ha avuto il culto della Libertà, il XX avrà il culto del nazionalismo». Niente di più vero. Per quanto concerne la Germania, inoltre, c’è da dire che a questo motivo nazionalistico si collega la volontà, condivisa dalla nuova borghesia industriale e finanziaria e dai ceti medi, di conquistare un ruolo egemone su scala mondiale, e di sottrarre quindi il posto alla Gran Bretagna, impigritasi e isolatasi nella sua pax consentendo così di rendere concreto, effettivo e tangibile il “mito” della “Grande Germania”, nato con Bismarck e alimentato da Guglielmo II. Due furono anche i gruppi di alleanze: Triplice intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) e Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria), a cui si vanno ad aggiungere, nel corso del quadriennio, altre e numerose nazioni, tra cui l’Italia, che entra in guerra al fianco dell’Intesa il 24 maggio 1915, in seguito alle “radiose giornate” e al patto di Londra, rimasto segreto per quasi un mese. È l’inizio della fine, l’inizio del cosiddetto “secolo breve” (definizione di Eric Hobsbawm nel suo omonimo saggio del 1994), un secolo a sé per la violenza inaudita che si “concluderà” solamente nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Ma cosa è successo nel frattempo? Perché se ne parla ancora oggi e perché si definisce quella che va dal luglio del 1914 al novembre 1918 come una “Grande guerra”, un’“inutile strage”, parole del papa Benedetto XV, o come “guerra totale”? La grandezza, ovviamente, non riguarda la sfera morale, bensì la dimensione e il numero degli eserciti, delle risorse umane (furono tra i 15 e i 17 milioni, tra civili e militari, i morti durante il primo conflitto mondiale), e materiali, del suo carattere genocidario (l’esercito turco massacrò più di un milione di armeni in Anatolia, con la sola motivazione di una fantomatica “pulizia etnica”, questa la definizione dello storico francese Bernard Bruneteau, nostro contemporaneo, nel suo libro “Il secolo dei genocidi”, in cui considera quello del biennio 1915-16 il primo vero e proprio sterminio del secolo). Con molto ritardo, e con qualche (eufemismo, purtroppo) morto e totalitarismo sulle spalle, a queste ideologie si sono per fortuna sostituite quelle democratiche di stampo greco-statunitense, secondo una linea di continuità tra passato e presente che parte dalle pòleis ateniesi del V secolo a.C. e passa per il discorso del presidente americano Wilson del 2 aprile 1917. Gli Stati Uniti intervennero, così come la Grecia, la Cina o il Brasile, in nome di una lotta di “civiltà”, tra assolutismo e democrazia, accentuando il carattere ideologico del conflitto. Wilson definì la Grande guerra come “un conflitto contro l’umanità, una guerra contro tutte le nazioni”, anche quelle che non erano ancora intervenute. È fuori discussione che l’intervento statunitense, nel 1918, sia stato risolutivo, ma non si può dire che sia stato bastevole a garantire una pace duratura, non per sua unica colpa, c’è da ammettere. I trattati di pace del 1919, con i quali si concluse la prima guerra mondiale, sancirono la scomparsa di tre imperi: quello asburgico, col trattato di Saint-Germain, quello ottomano, col trattato di Sèvres, ma soprattutto quello tedesco col trattato di Versailles, definito diktat per le sue dure condizioni. La Germania dovette infatti restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia e pagare un’ingentissima quantità di danni e debiti di guerra. Tutto finito? Macché. Nel suo libro “Le conseguenze economiche della pace”, pubblicato proprio alla fine del 1919, l’economista, nonché delegato del ministero del tesoro britannico al momento della stesura del trattato di Versailles, John M. Keynes, definisce “pace cartaginese” (in ricordo delle umilianti e controproducenti condizioni imposte dai Romani, vincitori, ai Cartaginesi, vinti, alla fine della seconda guerra punica) quella imposta dall’Intesa alla Germania, e la vede come punto di partenza di un secondo conflitto mondiale. Dopo scioperi, manifestazioni, povertà e inflazione così fu, e i danni per l’economia furono ancora più gravi, con l’apice, o se preferite il fondo, in corrispondenza del crollo della Borsa di Wall Street del 1929, una decina di anni dopo la fine della guerra, in seguito alla cosiddetta “bolla speculativa”, che, dati i prestiti concessi soprattutto alla Germania dagli americani, in seguito ai piani Dawes e Young, rispettivamente del 1924 e del 1928, sancirono il declino definitivo dell’egemonia europea. Fu inoltre difficile riconvertire l’economia di guerra in economia di pace, in un dopoguerra che vide l’ascesa e il consolidarsi di totalitarismi liberticidi come quelli hitleriani, staliniani e mussoliniani (rispettivamente in Germania, Russia e Italia), che instaurarono un clima straziante, senza libertà di stampa, di espressione, senza dialettica e confronto (le elezioni vennero sostituite con plebisciti passivi e autoritari) e con misure protezionistiche, volte a favorire il mercato interno. Un’altra analisi si può condurre a livello socio-antropologico, più che politico. Secondo la filosofa ebrea Hannah Arendt, con la prima e solo successivamente con la seconda guerra mondiale, si iniziò a costituire una logica parallela, un “super senso” che ha portato addirittura il male ad essere banale. La Arendt, che prese parte in veste di inviata a un processo contro un criminale nazista, nel suo saggio “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” sostiene che l’imputato, accusato di aver commesso e fatto commettere crimini efferatissimi contro gli ebrei, non sia cattivo. Scandalo? In effetti gli ebrei un po’ di risentimento iniziano a nutrirlo nei suoi confronti, accusandola di aver sottovalutato il fenomeno nazista e la sua disumanità, ma la sua analisi è di una genialità e una originalità unica. La causa storica di questa banalità è proprio (si legge ne “Le origini del totalitarismo”, altra opera della filosofa) la crisi dell’imperialismo e il vuoto di potere, i conflitti sociali dopo la Prima guerra mondiale. Ma la conseguenza più importante è che la prima guerra mondiale ha annullato il pensiero. Ha ucciso, oltre che milioni di persone, lo strumento di ribellione più forte che l’uomo possa avere. Non un’arma, bensì la Libertà. L’uomo si ritrovò a far parte di una macchina infernale 10.000 volte più grande e potente di lui. Il male non è radicale, assoluto, bensì, appunto, banale. Boom, pensiero. Nulla sarà più come prima. E un pensiero va a chi ha lottato affinché noi possiamo ancora esprimere le nostre idee.