
NAPOLI – Principi, principesse, draghi e castelli. Quello delle fiabe è un mondo popolato di personaggi fantastici, un mondo in cui intrepidi protagonisti compiono imprese straordinarie, superando ostacoli e sconfiggendo incantesimi di streghe cattive. Un mondo fatto di fantasia, certo, ma che racchiude in sé qualcosa di ben più profondo. Ma le fiabe sono davvero educative? Lo abbiamo chiesto a Marino Niola, antropologo, giornalista e divulgatore scientifico, nonché docente di Antropologia Culturale e di Antropologia dei Simboli all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Professor Niola, da dove vengono le fiabe?
Da lontanissimo, come tutti i prodotti della tradizione orale. La loro origine si perde nella notte dei tempi, anche se a un certo punto vengono scritte e hanno degli autori.
Perché l’uomo ha sentito l’esigenza di dare vita a questo mondo immaginario?
Per dare un senso alla realtà, per costruire regole, modelli di comportamento a cui ispirarsi e trasmettere la cultura di generazione in generazione. Tra il XVI e il XVII secolo questi prodotti della tradizione orale cominciano poi ad avere degli autori, come Giambattista Basile, Jean de La Fontaine, Charles Perrault. Un po’ com’era già successo nel mondo greco-latino con Fedro ed Esopo. Però bisogna fare una netta distinzione tra le fiabe d’autore e quelle della tradizione orale.
Alcune sono in realtà molto cattive e cruente. Un bambino riesce a non soffermarsi solo sull’aspetto più “spaventoso”?
Assolutamente sì. Le fiabe in questo senso hanno dei meccanismi infallibili per far distinguere il bene dal male, per esorcizzare il male e produrre una specie di catarsi, come diceva Aristotele della tragedia. Attraverso la rappresentazione, il male – che ciascuno di noi ha dentro – viene “portato fuori” e considerato come qualcosa da non imitare.

Il modo in cui una fiaba arriva al bambino dipende anche da chi la racconta?
Sicuramente, a partire dalla scelta delle parole. Non avendo la fiaba un copione fisso, ciascuno può raccontarla a modo suo e certe volte basta cambiare una parola per stravolgere il senso di una frase. Detto questo, che però riguarda l’interpretazione, bisogna considerare l’aspetto che concerne invece il plot narrativo: lì la fiaba funziona indipendentemente da chi la racconta.
La proposta di certi modelli, come per esempio il principe azzurro che salva la principessa, non risulta oggi obsoleta?
Credo che si possa ancora raccontare ai bambini del principe azzurro e della principessa ma, allo stesso tempo, cominciare a raccontare fiabe nuove con modelli diversi, con strutture narrative e motivi diversi. Tuttavia non demonizzerei le fiabe di un tempo, come fanno oggi certe posizioni troppo “politicamente corrette” che, per esempio, vorrebbero perfino eliminare il bacio ne “La bella addormentata” perché la principessa non sarebbe consenziente quando il principe la bacia. Le fiabe del passato vanno storicizzate, non si possono giudicare secondo i parametri odierni.
È giusto lasciar credere che esista sempre un lieto fine?
Sì. Non si possono raccontare fiabe horror dove tutto finisce male. I bambini non sono stupidi, anzi. Di solito sono molto più intelligenti di chi le racconta e persino più capaci di intenderne il significato recondito.
